Queste lodi parvero eccessive alla stessa Veronica, la quale non si dimenticava poi mica d’esser una cortigiana, come pare se ne dimenticasse talvolta quella smancerosa di Tullia d’Aragona. Non solo non se ne dimenticava, ma anzi, a tempo opportuno, se ne teneva. In un capitolo di risposta all’acceso e querimonioso amatore che compose il capitolo I, ella vanta, con molta schiettezza e con pari precision di linguaggio, attitudini e perizie che non son quelle propriamente del compor versi e del sonare il liuto, e afferma d’aver appreso da Apollo altre arti che quelle non sieno da lui solitamente insegnate:

Febo, che serve a l’amorosa Dea,

E in dolce guiderdon da lei ottiene

Quel che via più che l’esser Dio il bea,

A rivelar nel mio pensier ne viene

Quei modi che con lui Venere adopra

Mentre in soavi abbracciamenti il tiene.

Ond’io instrutta a questi so dar opra

Sì ben nel letto, che d’Apollo all’arte

Questa ne va d’assai spazio di sopra;