Sì che in tanto penar mi concediate

Alcun sostegno di gentil speranza.

Un po’ d’amore, chè molto non chiede, offuschi agli occhi suoi e celi quelle parti che ella ha in sè meno degne di lui;

Nè anch’io d’orsa, che ’n cieco antro si chiuda

Nacqui, nè l’erbe stesa mi nudriro,

Come vil bestia in su la terra ignuda;

Ma tai del mio buon seme effetti usciro

Ch’alcun non ha da recarsi ad oltraggio,

Se del suo amor io lagrimo e sospiro.

La strazia la gelosia; il pensiero che un’altra donna fruisca di ciò che ella disperatamente brama, e si rida di lei, la uccide[513]. Sperando di vincere la furiosa passione, o di trovare almeno alcun refrigerio a’ suoi mali, ella si allontana da Venezia, e si ritrae in luogo campestre, dove con le valli apriche, d’aura e d’odor piene, alternano colline ridenti, e selve ombrose, rallegrate le une e le altre da fonti fresche e cristalline, da dilettoso canto di uccelli, da quanto seppero comporre insieme la natura e l’arte. Ma quei luoghi amenissimi sono a lei, lontana dalla sua Venezia e da colui che adora, deserti alpestri e strani. L’amor suo focoso non si ammorza in quella solitudine, anzi divampa più violento. Come già l’errabondo Petrarca vedeva Laura nei sassi e nei tronchi, così ella ora il suo amante. Tutto in quella vita dei campi la fa risovvenire dell’amor suo. Se vede due uccelletti posarsi cantando sul medesimo ramo,