Negli altri capitoli, e nelle lettere, sono altri amori, quando narrati, quando accennati soltanto, gli uni felici, gli altri infelici, per gli spasimanti, o per lei. Un gentiluomo s’innamora perdutamente, vedutala appena. Saputo ciò, ella si dichiara disposta a dargli in ogni maniera a lei possibile ciascun segno di benevola corrispondenza, e gli manda intanto copia di una sua raccolta di sonetti[516]. Ella ha lette a sua volta le rare ed eccellenti opere di un altro adoratore[517]. Con un gentiluomo, che la sollecitava mediante una fedele e diligentissima messaggiera, si scusa di non poter appagare i suoi voti, non essendo padrona del proprio arbitrio[518], e respinge un amator tracotante, che vuol violentare il cuore di lei. Per sottrarsi alla importunità di un altro, o, com’ella dice, per non mostrarsi ingrata all’amore che le si portava, lascia Venezia a mezzo il verno e se ne va a Verona[519]. Offesa da un amante, si pente del proprio amore e lo sbandisce dall’animo[520]. Fa morir più d’uno di gelosia, ma anch’ella sente il morso della velenosa passione: rimprovera a un infedele di limar versi in lode di altra donna[521], e contro questa, o contro altra rivale, compone una elegia, che, per rispetto di un protettor di colei, non vuol far pubblica[522]. Accusata da un amante, lo accusa a sua volta, e lo sfida a qual gara gli piaccia meglio, o di armi, o d’amore[523].
Certo, gli è impossibile sceverare in tutto ciò il vero dal falso e la finzione interessata dalla finzione meramente poetica. In quel secolo uomini e donne dovevano, per legge comune di cortigianesca eleganza, spasimare, o fingere di spasimare d’amore. Ma i numerosi amori in cui la Veronica si dice invescata, o in cui mostra invescati gli altri, sono, nella varietà dell’indole loro e del grado, tutti verosimili, e parecchi sono più che probabili. E se i più non si lasciarono dietro se non rime querule e sospirose, alcuni lasciarono ben altro. La Veronica stessa ebbe a confessare nel 1580, davanti al Tribunale del Sant’Uffizio (vedremo or ora in quale occasione) d’aver partorito sei volte, e nel 1580 ella non aveva più di trentaquattro anni. Sin dal 1564, come s’è visto, un messer Jacopo de’ Baballi l’aveva resa madre, a quanto ella credeva, senza però potersene tenere in tutto sicura[524]. Un altro figliuolo ebbe con Andrea Tron, gentiluomo[525], e un terzo con Guido Antonio Pizzamano, uomo ammogliato, che teneva l’officio di Ragionato degli Avvogadori Fiscali, e che fu processato nel 1572 dal Sant’Uffizio, perchè, d’accordo con la moglie, teneva in casa per concubina una monaca, Camilla Rota, fuggita dal monastero dello Spirito Santo. Degli altri tre figliuoli, e dei possibili padri loro, non sappiamo nulla, e forse, per quanto spetta ai padri, non ne sapeva nulla nemmeno la Veronica[526]. Dice pure di lei uno dei soliti ammiratori che
dovunque saettando colse
Col doppio sol di quei celesti lumi,
A sè gran copia d’amadori accolse[527].
Alcun altro di questi innumerevoli ci capiterà quanto prima dinanzi.
III.
La Veronica aveva, in Venezia e fuori di Venezia, molti amici, e sapeva tenerseli cari. Scriveva loro frequenti lettere, e di quelle che riceveva da loro mostrava grande allegrezza, lagnandosi, s’erano troppo rade, o troppo brevi. Lodava chi le pareva meritevole di lode[528], rimproverava chi le pareva avesse meritato rimprovero[529]; confortava con buone parole gli ammalati e gli afflitti[530]; chiedeva ajuto e favore nei bisogni proprii o di altri[531], ma si offeriva pure assai volentieri per quanto era da lei; anzi si doleva di chi non si prendeva con lei quella sicurtà che l’amicizia consente[532]. In una di quelle sue lettere ringrazia un amico d’aver beneficato, dietro raccomandazion sua, un pover uomo che aveva moglie e tre creaturine[533]. Mandava agli amici i suoi componimenti, e riceveva i loro[534]. Assicurava molti dell’amor suo; diceva di ricordarsi sempre di loro, e così li pregava di volersi ricordare di lei: se lontani, diceva di nulla desiderare così vivamente come di rivederli.
Tra gli amici sembra contasse anche qualche amica, e non certo della sua condizione. La lettera terza è a una signora illustre, la quale, potendo comandare alla Veronica, l’aveva pregata di non sappiamo qual servigio o favore. La XVI è scritta a una gentildonna, i cui grandi avoli avevano acquistato fama con atti egregi. La Veronica si congratula con lei che felicemente ha partorito un bel maschio, e alla madre, al padre, al bambino fa gli augurii più lieti.
Gli amici, generalmente parlando, le si addimostravano affezionati e premurosi: la consolavano nelle sue afflizioni, l’ajutavano nei bisogni, la invitavano ad andarli a trovare in villa[535], e le scrivevano lettere cortesi ed amorevoli, di cui ella ringraziava con effusione[536]. Bartolomeo Zacco, padovano, chiedeva in un sonetto alla Veronica, Donna cortese, di onorare col suo dire una figliuola ch’egli aveva perduta, e la Veronica gli rispondeva con un sonetto per le rime. Ma non tutti erano così garbati con lei, e la lettera dodicesima lo prova. Saputo che le frequenti e lunghe sue lettere erano di molestia più tosto che di ricreazione a un amico, ella, confusa ed afflitta, scrive: «di niun altro contrario, e nojoso accidente non avrei di lungo spazio sentito il dolor, ch’io provo nel vedermi così improvvisamente abbandonata dalla vostra grazia: pur m’acqueterò, per non dispiacervi, al voler vostro, e cercherò d’emendar il non prima conosciuto errore dell’aver scritto spesso e lungo, con l’esser breve e rara in questo officio, sì come nell’opra della riverenza, e della grata memoria sarò profonda ed infinita». E in questa cosa della grata memoria forse diceva vero, perchè anche di altri amici ebbe a ricordarsi a lungo e con affetto.