Tra i molti ch’ella aveva ce n’erano alcuni di gran nome e di gran recapito, i quali meglio che amici si direbbero protettori: tali erano il Duca di Mantova, Guglielmo, e il cardinal d’Este, Luigi, figlio d’Ercole II e di Renata di Francia, fratello di Alfonso II, di Lucrezia e d’Eleonora. La Veronica dedicò, siccome abbiam veduto, le sue Terze Rime al serenissimo signor Duca. Non sappiamo qual fosse, o qual fosse stata in passato, la relazione tra lui e lei: qualche plausibile congettura in proposito si potrebbe fare, ma senza gran pro. Nella dedicatoria la Veronica è assai riservata: dice di non essersi potuta astenere dal mandargli i suoi versi, per dare al discreto giudizio di esso signor Duca alcun leggier gusto della bassa musa di lei, e, insieme, un picciol pegno della sviscerata osservanza e della umilissima servitù ond’ella è a lui legata di perpetuo indissolubil nodo. La sua pochezza le sia scusa se ella non ardisce por bocca nel cielo dell’inestimabil valore del serenissimo signor Duca. Il libro gli manda per mezzo di un suo ancor fanciullo figliuolo, il quale nel volto, e negli atti, e in ogni guisa d’inchinevole riverenza, esprimerà il medesimo core di lei nella serenissima presenza di lui. Certamente il Duca ebbe ad accogliere assai graziosamente il dono e chi gliel recava[537].
Al cardinale d’Este son dedicate le lettere. La Veronica fa dell’eminentissimo cardinale sperticatissime lodi, magnifica il lume di quella gloriosa virtù, esalta la incredibile cortesia e la sopra umana gentilezza, s’inginocchia davanti alla divinità del cospetto e alla divina umanità di sì celebrato ministro del cielo. Ella, nel concorso di molti uomini famosi di dottrina, che del continuo indrizzano a lui opere maravigliose di scienzia e di elegantissimi studii, non dubita, sebbene donna inesperta delle discipline, e povera d’invenzione e di lingua, di dedicargli un volume di lettere giovenili, serbando a tempo di maggior occasione, e di più prospera fortuna, e di più essercitato stile, di dargli altra recognizione d’osservanza e d’animo devoto. Mi duole di non sapere che cosa rispondesse l’eminentissimo cardinale a lettera così ossequiosa ed amabile.
La Veronica bramava assai e si rallegrava di poter godere del colloquio soavissimo de’ suoi amici migliori[538], i quali erano letterati la più parte, e volentieri bazzicavano con le muse. Uno dei maggiori era Domenico Veniero, i cui versi a noi ora non pajono più gran cosa, ma che a’ suoi tempi fu tenuto universalmente un miracolo d’ingegno, un oracolo di sapere, un modello insuperabile di eleganza. Colpito, in età ancor giovine, da una crudele infermità che gli tolse per sempre l’uso delle gambe, l’unica sua consolazione trovava nei libri, nel comporre, e nella conversazione degli uomini dotti. Il suo palazzo diventò albergo di genialissimi ritrovi, ai quali accorrevano, non solo quanti erano letterati e uomini cospiqui in Venezia, ma quanti ancora, di qualche riputazione, ne venivan di fuori. Tra gli infiniti che li frequentarono si ricordano Federigo Badoaro, Girolamo Molino, Jacopo Zane, Giorgio Gradenigo, Celio Magno, Bernardo Tasso, Dionigi Atanagi, Sperone Speroni, Girolamo Ruscelli, Girolamo Muzio, Anton Giacomo Corso, Giovan Battista Amalteo, e Paolo Manuzio, e Girolamo Parabosco, e altri e altri[539]. Ora, a questi ritrovi, nei quali si ragionava di poesia, di filosofia e di ogni cosa che potesse dar grato pascolo a nobili intelletti, e ai quali crescevano diletto frequenti accademie musicali e sollazzi di più maniere, ebbe ad esser presente assai volte la Veronica. Due capitoli, il XV e il XVIII, e parecchie lettere di lei, sono indubitabilmente indirizzati a Domenico Veniero, come si ricava da alcuni significantissimi accenni, e sebbene non rechino nome alcuno. Nella lettera XLV, ella, che con un ago da treccia s’era ferita malamente un ginocchio, gli chiede una di quelle sue sedie da stroppiato. Nella XLIX lo dice il più bello, ed il più risplendente lume, che tra molte scienzie oggi dì si vegga nella professione delle lettere gentili. Nel capitolo XV accenna a un ridutto, a una scola, a un
celebre concorso
D’uomini dotti, e di giudicio eletto,
e si scusa d’aver lasciato passar molti giorni senza andare a far riverenza a colui che, infermo in letto, aveva intorno a sè quel celebre concorso. Perdutamente innamorata, divisa da colui che ama, scoraggita e mesta, ella non aveva ardito mostrarsi; ma promette di lasciare alla prima occasione ogni altra cura per riparare al suo mancamento.
La Veronica approfittava della benevolenza del Veniero per farsi rivedere da lui, e all’occorrenza correggere, le prose e i versi[540]. Nella lettera XL dice: «subito ch’io sia spedita dalle composizioni ch’io faccio, verrò alla censura, ed al giudizio di lei, e continuerò, senza interrompimento di cosa che succeda, a servirla presenzialmente». Un po’ più oltre parla della deliziosa compagnia e della beata contemplazione ond’ella gode: molte volte, senza dubbio, il patrizio avrà corrette le prose e le rime della cortigiana sotto gli occhi stessi di lei, e discutendo con lei le ragioni e le regole dell’arte.
Nè della correzione la Veronica aveva da vergognarsi. Era usanza dei letterati in quel secolo sottoporre le proprie scritture, prima di farle pubbliche, al giudizio di uomini famosi per dottrina e buon gusto, ricercare di costoro i consigli, non isdegnare le correzioni. Il desiderio di toccare la perfezione, ch’era vivissimo in molti, e lo spirito di adulazione, ch’era vivissimo in più, persuadevano tale usanza. Per non ricordare altri esempii, chè innumerevoli se ne potrebbero ricordare, allo stesso Domenico Veniero sottoposero i loro versi Girolamo Fenaruolo, Jacopo Zane, Bernardino Rota, Luigi Grato, Giuliano Goselini ed altri assai. Persino Torquato Tasso ebbe a giovarsi de’ suoi consigli e de’ suoi suggerimenti. Domenico Veniero non era, del resto, il solo consigliere letterario della Veronica: tale officio avevano anche altri, e fra questi altri troviamo un ecclesiastico. A lui è scritta la lettera sesta. La Veronica gli manda stampata una di quelle operine di che, ella dice, V. S. mi fece il favore ch’ella sa, e promette di dargli altre cose sue da leggere. Questa lettera è curiosa anche per altre cose che vi son dette. La Veronica si loda molto d’aver conosciuto un uomo di tanta dottrina e virtù, e parla della interna edificazione onde l’ha riempiuta il suo esempio. Le duole che il suo vivere, intricato negli errori, e macchiato nel fango mondano, gli sia cagion di molestia e di rincrescimento; ma nota che i peccati di lei possono essere occasione all’esercizio delle virtù di lui. Lo prega d’intercedere per lei, e di ottenere perdono dal cielo ai suoi tanti e così indegni falli.
La Veronica era, in Venezia, almeno, in buon concetto di letterata, e trattava i letterati da pari a pari. Volentieri si faceva conoscere a quelli che venivan di fuori, e volentieri, a richiesta altrui, prestava l’opera sua letteraria. Al Montaigne, capitato in Venezia nel 1580, ella mandò a regalare una copia delle sue lettere, ed egli diede al latore due scudi di mancia. Venuta fuori la Semiramide, tragedia di Muzio Manfredi, ella assai la lodò in un sonetto, che fece recapitare all’autore. Il Manfredi era allora in Francia, ai servigi di una duchessa di Brunswick, e rispose con la seguente lettera, scritta da Nancy il 30 di ottobre del 1591, quando la povera Veronica era già morta da più di tre mesi: «Il bellissimo sonetto, che V. S. mi ha mandato in laude della mia Semiramis tragedia, mostra con la sua rarità, la divinità dell’ingegno vostro, e la forza dell’amore che sempre ho conosciuto in voi verso me, poi che in esso tanto mi onorate, e con tale spirito di sapere, e d’arte, che io ne sono rimaso, non pure pieno di maraviglia, ma di stupore. Poi l’avere V. S. trovato modo di mandarlomi fin qua, mi ha chiarito ch’ella in essere cortese ha pochi pari. La ringrazio ora con questa mia quanto più posso; ma fra poco le darò in altro stile, tal segno di gratitudine, che in tutto non rimarrò vinto di cortesia, e le priego sanità ed ozio da dar l’ultima mano al suo poema epico»[541]. Come ho già detto innanzi, Bartolomeo Zacco pregava la Veronica di voler onorare con alcuno scritto suo la figliuola ch’egli aveva perduta. Morto nel 1575 e nel fior degli anni Estor Martinengo, conte di Malpaga, il quale nel 1572 era stato capitano di fanti al servigio della Repubblica, il colonnello Francesco, fratello di lui, richiese la Veronica di volere onorare la memoria dell’estinto con una raccolta di versi suoi e di altri, come allora si usava. La Veronica si accinse all’opera, e sollecitò i letterati amici suoi, pregandoli di sollecitare a lor volta i letterati amici loro. Con la lettera XXXIX eccitava un amico a impiegar l’opra de’ suoi delicatissimi studii in alcuni sonetti. Diceva d’essere richiesta, da persona che le poteva comandare, di comporre sopra quella materia, e far comporre tutti gli amici e signori suoi. Con la lettera XXII ne pregava un altro di volere scrivere e di fare scrivere a quei suoi Academici. La lettera XL tratta dello stesso argomento. Finalmente la raccolta venne fuori, composta di ventisei sonetti, preceduti da una lettera della Veronica al colonnello Francesco[542]. Gli autori dei sonetti sono, oltre alla Veronica, che ce ne mise nove, un chiarissimo signor D. V. (Domenico Veniero, senza dubbio), Marco Veniero, Orsato Giustiniani, Bartolomeo Zacco, Celio Magno, Andrea Menichini, Marco Stecchini, Orazio Toscanella, Giovanni Scrittore, Antonio Cavassico. La Veronica dava anche versi a raccolte fatte da altri: un suo sonetto si legge fra varie composizioni poetiche pubblicate in Padova, nel 1575, da Giovanni Fratta, gentiluomo veronese ed Accademico Anonimo, per celebrare il felice dottorato dell’illustre ed eccelentissimo signor Giuseppe Spinelli.
Abbiam veduto che gli amici assenti da Venezia invitavano la Veronica ad andarli a trovare in villa: ella talvolta si scusava di non potervi andare; tal altra vi andava, e passava alcuni giorni in loro compagnia. Così fu che, non sappiamo in qual anno, si recò a Fumane, presso Verona, nella principesca villa del conte Marc’Antonio della Torre, e vi fece breve soggiorno. Il conte Marc’Antonio, della illustre famiglia che aveva un tempo signoreggiata Verona, era, sino dal 1563, preposto della cattedrale di quella città, e aveva inoltre l’officio di Referendario dell’una e dell’altra segnatura. Più volte, e in più luoghi, il papa l’aveva mandato suo commissario, e la Veronica afferma ch’egli era