Degno di mille mitre e mille imperi,
seguita, o preceduta in così fatto giudizio da Adriano Valermi, oscuro poeta veronese, il quale, traendo da quel nome di Della Torre argomento (come a lui sembrava) d’ingegnoso e felice bisticcio, diceva all’illustrissimo signor preposto ch’egli era tanto amico e caro a Dio quanto già era stata nemica e odiosa la torre di Babele. La villa di Fumane, di cui qualche avanzo sussiste ancora, era, a dir del Panvinio[543], la più magnifica di quante se ne vedessero nell’agro veronese, e certo una delle più famose d’Italia, degna senza dubbio d’essere commendata e ammirata da un Leon Battista Alberti, da un Sebastiano Serlio, e da quanti scrittori ed artisti del Rinascimento diedero ammaestramenti e norme circa il costruire e ordinar ville. La Veronica v’andò, tratta, così ella dice, dal desiderio di vedere quel Signor cortese e saggio,
Che regge ’l mio voler con le sue ciglia,
e tanto contenta rimase delle accoglienze avute e della incomparabile bellezza del luogo, che ne tolse argomento a un capitolo fervido di entusiasmo, e di quanti ne compose il più lungo[544]. V’andò senza mai interrompere il viaggio, sebbene la via fosse pessima, ed ella avesse, partendo da Venezia, l’anima conturbata da non sappiamo quali molestie.
Al fin pur giunsi a la bramata stanza,
Nè potrei giamai dir sì come io fossi
Raccolta con gratissima sembianza.
A sì dolce spettacolo rimossi
Tutti i miei gravi e torbidi pensieri,
Che venner meco allor che d’Adria mossi.