Ma di Francia, Lamagna e di Castiglia.
Che peccato che non ci sia rimasto di quel tempo, come ci è di tempi più prossimi a noi, un libro dove fossero raccolti i nomi dei visitatori, e i pensieri che suggeriva loro la vista di quelle sacre mura! Chi sa quali curiose sorprese ci avrebbe serbate e quante utili notizie.
Un’altra e capitale testimonianza del culto reso al Petrarca noi l’abbiamo dunque nei pellegrinaggi che si facevano ad Arquà. Non ispiacerà pertanto al lettore se io mi soffermo un poco sopra di ciò, e se, traendo argomento da una, gli mostro quali dovevano essere in genere quelle visite. Il libro d’onde traggo l’esempio è Il Petrarchista, dialogo di Ercole Giovannini, poeta bernesco morto nel 1591. L’autore narra di un nobil giovane bolognese, per nome Claudio Gozzadini, il quale, desideroso di veder cose nuove, lasciata Bologna, capita in Padova, e di quivi, per non mancare a se stesso di tanta conoscenza, si reca a visitare Arquà. Giuntovi, vede per prima cosa il sepolcro del poeta, eretto da Francesco da Brossano, e ne fa prendere esatta misura al servitore. Sopraggiunge intanto un valentuomo d’Arquà, il signor Paolo Valabio, il quale, accontatosi col bolognese, lo invita a casa sua, e poi gli fa da cicerone, e gli mostra una per una tutte quelle meraviglie. Mentre s’avviano alla casa del poeta, vedono entrarvi un drappello di gentildonne, tratte dalla medesima curiosità. Il Valabio mostra e descrive all’ospite suo ogni parte della illustre dimora: ecco le porte, ecco il frantojo e la legnaja, e qui la scala di pietre cotte che scende in cantina, e là un camerino. Dal lato destro è la cucina, di contro una camera, poi altre camere, donde si passa in una sala comoda, dove sono parecchie pitture, le quali mostrano il Petrarca e Laura che discorrono insieme. Questa è quella meravigliosa credenza, di stupendo lavoro, che si dice essere stata del poeta. Viene appresso la stanza dove il poeta stava ordinariamente, e dove morì. Entrato in luogo di tanta santità, il signor Gozzadini non può più frenare l’entusiasmo che gli gonfia lo spirito, e prorompe in quest’apostrofe un po’ da secentista, ma che doveva riprodurre su per giù i pensieri e i sentimenti della più parte dei visitatori: «O luogo felice, e degno d’esser smaltato di zaffiri, e delle più preziose pietre che mai dall’Oriente uscirono. Felice piano, che hai sostenuto le piante di così onorato colosso di virtù, gloriose mura che difendeste per tanti mesi dai contrarii accidenti dell’aria quelle membra, che in terra da tanti si facevan con stupore onorare e riverire amorosamente. Glorioso coperchio, che fosti cielo a colui che in terra fu stimato oracolo dei letterati».
In questa felicissima stanza il buon bolognese vede, sopra il camino, le ossa di quella che fu gatta del Petrarca, e legge i versi latini che in onor di lei aveva composti il padovano Antonio Querenghi (1546-1633), discepolo di Sperone Speroni, segretario in Roma del collegio dei cardinali e referendario delle due segnature, poeta e prosatore latino di molto grido, uom principale in varie lingue, come afferma il Tassoni, e che
... tutto a mente avea sant’Agostino[61].
In quegli eleganti distici parla la gatta stessa, e nel primo non si perita di dire che il Petrarca ebbe due amori, il primo lei, il secondo Laura, e asserisce poi che a lei si deve se le rime composte in onore di Laura non furono preda dei topi. Questa gatta dabbene dovette avere altri lodatori, giacchè il Tassoni, ricordato Arquà, ricordato il Petrarca, dice di lei che
in secca spoglia
Guarda dai topi ancor la dotta soglia;
e soggiunge:
A questa Apollo già fe’ privilegi,