Visitatori così fatti dovevano essere assai numerosi, e ve ne dovevano capitar di fanatici, i quali non sempre si saran contentati, come il signor Claudio, di un pezzettino di arazzo logoro. Anzi io mi meraviglio che solamente nel secolo XVII, e non prima, si sia trovato un arrabbiato come quel frate Tommaso Martinelli, che osò rompere l’arca dentro cui riposava il corpo del poeta, e levarne un braccio che non si sa dove sia andato a finire. Da altra banda pellegrinaggi si facevano anche a Valchiusa e alla pretesa tomba di Laura, e con che anima si facessero dagli adoratori del Petrarca, e che cosa si ammirasse da loro, dice satireggiando Niccolò Franco nel suo Petrarchista. Tra i visitatori illustri del sepolcro di Laura si dice sia stato anche Francesco I, il quale compose per la gloriosa donna un elegante epitafio. Un altro epitafio componeva per lei Giulio Camillo Delminio, il ciarlatanesco inventore del Teatro in cui si apprendevano tutte le scienze e tutte le arti.

L’universalità e la vivezza del culto reso durante tutto il Cinquecento al Petrarca ci prova che noi non abbiam qui dinanzi un fatto accidentale, una voga capricciosa, o l’effetto di una particolare oppressione esercitata dal di fuori sopra lo spirito degli italiani. Il petrarchismo non è una anomalia nella vita e nella coltura del secolo XVI, ma è un portato del Rinascimento. Non di tutto il Rinascimento, intendiamoci; perchè lo spirito del Rinascimento stesso è formato d’ideali e di tendenze molteplici, il più delle volte cospiranti insieme, ma spesso ancora contrastanti fra loro. Non si dimentichi che in ogni condizione di vita sociale il moto delle idee si fa di azione e di reazione. Il petrarchismo vien fuori da quelle tendenze del Rinascimento che ho enumerate di sopra: da cert’altre tendenze, disformi o contrarie, vien fuori l’antipetrarchismo. E di questo mi rimane ora a parlare.

PARTE SECONDA ANTIPETRARCHISMO

L’antipetrarchismo, in parte è semplice resistenza ed opposizione all’andazzo comune; in parte è espressione di concetti e d’ideali nuovi nella vita e nell’arte.

Certo, i petrarchisti eran falange, gli antipetrarchisti manipolo, e per giunta, quelli si coprivano dell’autorità di un gran nome, cosa che in ogni tempo bastò a dar credito, e spesso vittoria, alle opinioni, alle fazioni, alle scuole; mentre gli altri si facevan forti della ragione, del buon senso, di certi diritti dell’umano intelletto, non troppo chiaramente enunciati, ma pur sentiti, o piuttosto presentiti. Fra costoro noi troviamo l’intera scuola di quelli che si potrebbero, parmi, opportunamente chiamare gli scapigliati della letteratura nel Cinquecento; una man d’uomini che fanno il letterato come altri farebbe il capitan di ventura; menan la vita come i picaros dei romanzi spagnuoli; non han troppa dottrina, ma bensì ingegno, e buon giudizio ancora, quando deliberatamente non dieno, come del resto fanno troppo sovente, nel bizzarro e nel paradossale; sono poco rispettosi dell’autorità, punto teneri della tradizione, ribelli alla regola, vaghi di novità, e provveduti, per miglior patrocinio de’ proprii gusti, di una imperturbabile audacia, cui troppo sovente si fa compagna la sfrontatezza. A questa scuola, di cui non fu ancora chi studiasse l’indirizzo generale e l’opera comune, appartengono Pietro Aretino, Antonfrancesco Doni, Niccolò Franco, Ortensio Lando, alcun altro.

Antipetrarchismo, nel Cinquecento, non vuol dire proprio proprio il contrario di petrarchismo. Se il petrarchismo importa, anzi tutto, una esagerata venerazione pel Petrarca, l’antipetrarchismo non include di necessità avversione al grande imitato, ma è più spesso semplice avversione alle dottrine, agl’intendimenti e alla pratica letteraria degli imitatori. Al Petrarca stesso pochi si fanno addosso con deliberato proposito; siane cagione una riverenza vera e sentita, o il timore di guastar le cose proprie, dando troppo risolutamente di cozzo nella opinione prevalente. Tuttavia anche di questi più arditi non mancano. Non parliamo di certi saccentuzzi boriosi che per quattro cujus che sapevano si tenevano assai da più del Petrarca. In uno di quei ragionamenti dei Marmi del Doni[63], il Coccio ricorda certi pedanti, che non istimavan degni il Sannazaro e il Molza di portar loro dietro il Petrarca; e assai maggior del Petrarca si stima il pedante Zanobio nella commedia L’Idropica di Battista Guarini. Ma col Petrarca se la prendevano, e gli davan di buone risciacquate, Lodovico Castelvetro, che pure rimproverava al Caro l’uso di voci che non erano nel Canzoniere, e Gerolamo Muzio, per tacere di Alessandro Tassoni, che solamente nel 1602, o 1603, scrisse quelle sue Considerazioni con cui mise il campo a rumore[64]. Per contro non dobbiamo badare più che tanto a quel matto di Ortensio Lando, quando nella sua Sferza de’ scrittori antichi e moderni, mandata fuori sotto il nome di Anonimo d’Utopia, scappa a dire[65]: «Non è negli trionfi di M. Francesco una ignoranza espressa d’istoria e languidezza di stile? non vi ha eziandio ne’ suoi sonetti alcuni ternari che mal si convengono con gli quaternari? Parlate un poco col mio M. Francesco Sansovini, e costrignetelo per vita della sua diva ch’ei vi dica gli falli quai ha già in questo scrittore accortamente osservati, e poi diretemi s’egli è degno d’esser letto, e che per ispianarlo affaticati si sieno l’Alunno, il Filelfo, il Velutello, il Gesualdo, il Fausto, il Castelvetro, Giulio Camillo e il buon Daniello? So io certo ch’egli fu sempre molto timido nelle cose appartenenti alla lingua tosca». Non è da badargli, dico, non ostante ciò che di sincero vi può essere in quest’ultima osservazione, giacchè egli stesso, in un altro scritterello, intitolato Una breve esortazione allo studio, usa tutt’altro linguaggio, e del Petrarca dice: «mai certo produsse natura il più gentil scrittore». Gli è che l’amore del paradosso è quello che troppo spesso gli muove la lingua. E così non dobbiam prender sul serio Bernardino Daniello, studiosissimo del nostro poeta, quando, in una lettera ad Alessandro Corvino[66], citando una sentenza tolta dal Canzoniere, pone tra parentesi: come disse quella pecora del Petrarca; perchè gli è questo un semplice scherzo; e uno scherzo più innocente ancora è quello di Andrea Calmo, quando, in una lettera ad Angelo Barocci[67], chiama il Petrarca, con parole che parrebbero avere un tantino del derisorio, savio trombon de le rime.

Ma i petrarchisti non eran mica il Petrarca, e coi petrarchisti si parlava alla libera. Anzi tutto si vuol far loro intendere, per ogni buon fine, e perchè sappiano quanto e’ pesano, che da quella loro poesia biascicata e da ruminanti, alla poesia del Canzoniere, ci corre parecchio. Rubin parole al Canzoniere quante più possono; lo spirito non glielo ruberanno di certo.

Gli altri poeti imitar lo potranno,

E potranno anc’usar le sue parole.

Ma alla sostanza non s’accosteranno[68].