Il rubare è la loro qualità specifica e la loro operazione consueta. «Volete conoscere un petrarchista in vista?», dice Niccolò Franco, «guardiate che no sa fare un sonetto, se no ruba versi o non infilza parole»[69]. E si vanta di non aver rubato in vita sua un mezzo verso al Petrarca, nè al Boccaccio, «come fanno i poeti de la selva de l’aglio»[70]. Egli concederebbe la imitazione, ma non può menar buono il furto: «O petrarchisti (che vi venga il cancaro a quanti sete!) io ve l’ho pur detto che parliate come il Petrarca, ma che non gli rubiate i versi con le sentenze»[71]. A una sua loquace lucerna fa dire: «Lascio questi, (cioè i poeti che ne’ versi loro risuscitano tutta la mitologia) e mentre mi van gli occhi ad un’altra infornata, che s’infinge di star di banda, m’accosto, e veggo che son quegli che scartafacciano il Petrarca con Giovan Boccaccio. Veggo quando gli tolgono i mezzi versi e tal volta i versi interi. Veggo quando van facendo scelte de le parole, de l’invenzioni e de le sentenze, che facciano al proposito di quel che scrivono, non curandosi di parer poveri d’intelletto. E per che si credono di non esser visti ne i furti che fanno, gli comincio a sgridar dietro: Io v’ho pur visto; io v’ho pur saputo cogliere; io v’ho pur chiappati, ladri, tagliaborse, giuntatori, mariolacci! A rubare il Petrarca, ah? A spogliare il Boccaccio, eh?»[72]. Altrove dice: «Il Petrarca fu sempre e per omnia saecula sarà il primo, ed egli solo farebbe i sonetti simili ai suoi. Becchinsi il cervello, chè tra ’l fare e il contraffare ci son più di diece miglia»[73]. Talvolta, per meglio burlarsi di questi imitatori, o piuttosto ladri, il Franco finge di lodarli. Così nel dialogo intitolato Il Petrarchista, stampato la prima volta in Venezia nel 1539, egli fa che il Sannio, uno degli interlocutori, dette molte lodi del Petrarca, soggiunga: «Onde perciò non pur lo dovrebbero i rimatori imitare e rubare, ma i prosatori liberamente pigliarne, non solamente tutte le parti del parlare, i modi, le clausole e le figure, che ne le sue composizioni sono quasi stelle al cielo cosparte, ma ciò che c’è, ecc.»[74]: mentre poi, in altro suo dialogo introduce lo stesso Sannio a vituperare «certe gentuzze, che se non rubano quattro versi, non ne sanno mettere due insieme»[75]. Nè si creda ch’egli esageri. Nel Dialogo della Rettorica dello Speroni Antonio Brocardo racconta come, essendo ancor giovinetto, si dèsse tutto allo studio del Petrarca e del Boccaccio, e poi a compor versi. «Allora pieno tutto di numeri, di sentenzie, e di parole petrarchesche e boccacciane, per certi anni fei cose a’ miei amici meravigliose: poscia parendomi che la mia vena s’incominciasse a seccare (perciocchè alcune volte mi mancava i vocaboli, e non avendo che dire, in diversi sonetti uno stesso concetto m’era venuto ritratto) a quello ricorsi che fa il mondo oggidì; e con grandissima diligenzia fei un rimario o vocabolario volgare: nel quale per alfabeto ogni parola, che già usarono questi due, distintamente riposi; oltra di ciò in un altro libro i modi loro del descriver le cose, giorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura, speranza, bellezza, sì fattamente raccolsi, che nè parola nè concetto non usciva di me, che le novelle e i sonetti loro non me ne fossero esempio. Vedete voi oggimai a qual bassezza discesi, ed in che stretta prigione e con che lacci m’incatenai»[76].
In certa lettera che finge scritta al Petrarca, il Franco chiama gli imitatori una delle due disgrazie più grosse toccate al poeta. Vero è che in quella risposta della lucerna, già citata, fa del Bembo sperticatissime lodi, costituendolo duce e moderatore di tutta una famiglia di poeti, fra cui spiccano Gerolamo Quirino, Gerolamo Molino, Bernardo Navagero, Bernardo Cappello, il Molza, il Fortunio, lo Speroni, il Beazzano, il Grazia, Bernardo Tasso, l’Alamanni, il Varchi, il Rota, il Tansillo[77]; ma notisi che quando scriveva queste cose, nell’anno 1538, egli si trovava in Venezia, proprio nell’orbita di quell’astro maggiore dei cieli poetici ch’era allora messer Pietro Bembo; e così di più altre contraddizioni o menzogne sue noi potremmo avere spiegazione, se ci fosse dato di confrontarle con certi casi della sua vita, di quella vita lacera e fortunosa, che per eccessivo rigore di una giustizia che tropp’altre cose vedeva e comportava senza punto risentirsi, doveva miseramente finir sul patibolo. Ma, ad ogni modo, nell’anima sua, e per libero giudizio, il Franco fu antipetrarchista convinto, e ne vedremo altre prove. Quel mettere a sacco il Canzoniere, con levarne non pur le parole, ma i versi interi, pareva brutto del resto a molt’altri, e l’Aretino, per isvergognar quell’usanza, intarsiava di versi tolti appunto di là entro lo sconcio capitolo Alla sua Diva, e con versi tolti similmente di là cominciava lo stesso Franco alcuni sonetti della sua troppo famosa Priapea[78].
Quelle voci insolite e schife, que’ modi peregrini ed azzimati, tutte le sdilinquite eleganze onde, togliendole al modello, gl’imitatori venivano cospargendo e infiorando i loro componimenti, fastidivano alla lunga chi non avesse in tutto indolciti e smascolinizzati l’anima e i sensi. Ci erano orecchie cui meglio gradiva una musica di suono alquanto più grave e magari più aspro. Parlando di Michelangelo Buonarroti, dice il Berni nella sua epistola a fra Bastiano del Piombo, apostrofando per l’appunto i petrarchisti:
Tacete unquanco, pallide viole,
E liquidi cristalli e fere snelle:
Ei dice cose, e voi dite parole.
E queste parole, che infilate come perle, lucide e fredde, erano molta parte del vocabolario degl’imitatori, venivano in uggia a chi liberamente e a piene mani attingeva al tesoro della lingua viva; e quei quattro concettuzzi stremenziti che formavano la trama e l’ordito degl’innumerevoli canzonieri facevano venir l’affanno a chi era uso di respirar largamente nel mondo vario delle idee e delle cose. «Dico», esclama il Franco[79], «che in tal maniera son cresciute ne l’età nostra l’acutezze de gli intelletti, ed hanno i gattolini aperti talmente gli occhi, che ci vuol altro che falde di neve, pezze d’ostro, collane di perle, altro che smaltar fioretti, adacquare erbette, frascheggiare ombrelle, e nevicare aure soavi per sonettizzare a la petrarchesca». E altrove: «Veggo in un batter d’occhi monti, colli, poggi, campagne, pianure, mari, fiumi, fonti, onde, rivi, gorghi, prati, fiori, fioretti, rose, erbe, frondi, sterpi, valli, piagge, aure, venti, liti, scogli, sponde, cristalli, fiere, augelli, pesci, serpi, greggi, armenti, spelunche, tronchi, uomini, dei, stelle, paradiso, cielo, luna, aurora, sole, angeli, ombre e nebbie»[80]. È questo, un po’ in iscorcio, il vocabolario dei petrarchisti.
Il Garzoni, biasimati aspramente coloro che ricantavano le vecchie favole della mitologia, e detti più meritevoli di scusa coloro che spacciavano le storie dei Reali di Francia, di Buovo d’Antona, di Erminione, di Drusiana, di Pulicane, di Macabruno e altre sì fatte, soggiunge, con aperta canzonatura[81]: «E più ragionevolmente fanno i poetucci moderni, che attendono solamente a sfodrar fuori ne’ sonetti un lor sovente, un dogliose note, un verdi piagge amene, un lieti boschi, un ritrosetto amore, un pargoletti accorti, un bei crin d’oro, un felice soggiorno, dove non dan molestia ad altri che alle dive loro, nè sono almeno di tanto stomachevole invenzione come gli antichi, i quali, se non fanno convertire gli uomini in piante, le dee in fiumi, le ninfe in fonti, i satiri in augelli, non hanno fatto cosa di buono. Ma questi limpidetti poeti petrarcheschi almeno trovano soggetto e parole assai convenienti, perchè in un tratto t’assegnano a una sfera come intelligenza, a un polo come un cardine, a un orbe come una stella, e ti fanno apparer dal Nilo al Gange e da Calpe a Tile con sana cosmografia tutto illustre e glorioso». E l’Aretino, più risoluto e più energico[82]: «Sterpate da le composizioni vostre i ternali del Petrarca, e poi che non vi piace di caminare per sì fatte strade, non tenete in casa vostra i suoi unquanchi, i suoi soventi, ed il suo ancide, stitiche superstizioni de la lingua nostra: nel replicare l’istorie ed i nomi discritti da lui, allontanatevigli più che potete, perchè son cose troppo trite». Meglio ancora biasimava quel gergo artifiziato Pietro Nelli in una delle sue satire, dicendo[83]:
Mi piace usar vocaboli sanesi
Non tirati con argani, o con ruote,