Se c’era dunque chi voleva la lingua pedissequa e stretta ai panni di messer Francesco e di messer Giovanni, c’era pure, per buona ventura, chi stimandola uscita ormai di pupillo, la voleva padrona di sè e degli andamenti suoi. Annibal Caro, nel Proemio a quel suo noto Commento di ser Agresto ecc., dice che, quanto a lingua, non vuole usare, nè la boccaccevole, nè la petrarchevole, ma solamente la pura toscana in uso a’ suoi dì. L’Aretino, che scriveva come gli uscia dalla penna, si faceva beffe di certe riprensioni che gli venivano dagli Accademici di Lucca, i quali sempre avevano in bocca: il verbo vuole essere nelle prose in ultimo, e cotesto non disse il Petrarca[84]. Tra quegli stessi che non s’arrischiavano a usare nelle scritture la lingua parlata, c’era pure chi si ribellava alla doppia tirannide del Petrarca e del Boccaccio. «Non so adunque come sia bene», fa dire a Lodovico da Canossa il Castiglione nel suo Cortegiano[85], «in loco d’arricchir questa lingua e darli spirito, grandezza e lume, farla povera, esile, umile ed oscura, e cercare di metterla in tante angustie, che ognuno sia sforzato ad imitare solamente il Petrarca e ’l Boccaccio, e che nella lingua non si debba ancor credere al Poliziano, a Lorenzo de’ Medici, a Francesco Diaceto e ad alcuni altri che pur sono Toscani, e forse di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e il Boccaccio». In una lettera al Corrado, scritta da Roma l’ultimo di febbrajo del 1562, il Caro dice a proposito di certe voci non usate dal Petrarca[86]: «E ’l dire che non si debba scrivere con altre parole, che con le sue, è una superstizione: e questo punto è stato di già esaminato e risoluto così dagli uomini di giudicio». Non così bene risoluto tuttavia che quella tirannide non durasse più o meno grave tutto quel rimanente secolo. In una curiosa lettera, indirizzata a Francesco Petrarca dal mondo, ai 5 di decembre del 1570, il Groto, che altrove confessa avere certo suo sonetto «un poco di parentado» con altro del sovrano poeta, descrive un viaggio che fece a Bologna per visitare la Cavaliera Volta. Dice di voler narrare quel viaggio in versi; chiedere pertanto a esso Petrarca licenza di usare vocaboli non usati nel Canzoniere, giacchè «sono alcuni pedanti, alcune scimmie, alcuni petrarchisti ed alcuni poeti salvatichi, i quali hanno introdotto per legge inviolabile, e per regola indispensabile, che in verso volgare non possono usarsi altre voci di quelle, che usaste voi, nei vostri componimenti»[87]. E sì che questi pedanti, queste scimmie, questi poeti salvatichi, erano stati esposti alle risa del pubblico fin sulla scena. L’Aretino, volendo dare in breve un saggio di ciò che fosse quella lor lingua, e del costrutto dei loro poetici discorsi, aveva fatto dire all’Istrione nel Prologo del Marescalco: «Spettatori, snello ama unquanco, e per mezzo di scaltro a sè sottragge quinci e quindi uopo, in guisa che a le aurette estive gode de lo amore di invoglia, facendo restío sovente, che su le fresche erbette, al suono de’ liquidi cristalli cantava l’oro, le perle e l’ostro di colei che lo ancide».

Quanto all’imitazione, c’era chi non voleva saperne per nulla, e chi l’ammetteva sì, ma con certo temperamento. L’Aretino, che si fregiava del nome significativo e pomposo di segretario della natura, la stimava una pusillanimità e viltà degl’ingegni. «Di chi ha invenzione», diceva egli, «stupisco, e di chi imita mi faccio beffe, conciosia che gli inventori sono mirabili e gli imitatori ridicoli»[88]. E altrove ancora dice molto assennatamente[89]: «il Petrarca e il Boccaccio sono imitati da chi esprime i concetti suoi con la dolcezza e con la leggiadria con cui dolcemente e leggiadramente essi andarono esprimendo i loro, e non da chi gli saccheggia, ecc.». Il che torna a dire che i grandi modelli vanno studiati per imparar da essi le vie e il magistero dell’arte, e non per rifare ciò che essi ottimamente han già fatto. In un luogo della sua Apologia contro il Castelvetro, Annibal Caro dice per bocca del Predella, bidello: «Non sarebbe pazzo uno, che, volendo imparare di camminare da un altro, gli andasse sempre drieto, mettendo i piedi appunto donde colui li lieva? La medesima pazzia è quella che dite voi, a voler che si facciano i medesimi passi, e non il medesimo andare del Petrarca. Imitar lui, vuol dire che si deve portar la persona e le gambe come egli fece, e non porre i piedi nelle sue stesse pedate». E più largamente ancora sembra che la pensasse il buon Guidiccioni, quando in una lettera ad Antonio Minturno scriveva parergli «viltà lo star sempre rinchiuso nel circolo del Petrarca e del Boccaccio, e massimamente a quelli i quali s’hanno acquistato con i lor sudori qualche credito di vera lode»[90]. Potevano gl’imitatori immaginarsi facilmente d’aver pareggiato il Petrarca in un tempo in cui, a detta del Sansovino, c’erano cantambanchi che si tenevan da più di lui, incedevan gonfii e pettoruti e volevano che ognuno facesse loro di berretta[91]; ma era la loro una sciocca immaginazione, e ciò che il Folengo diceva di alcuno[92]:

Tal volse del Petrarca sulle cime

Salir, ch’or giace in terra con gran scherno,

era, in parte almeno, vero di tutti, anche dei più famosi.

L’imitare, e l’imitar male, essendo assai più agevole dell’inventare, ne veniva che infiniti si davano a comporre colla falsariga del Petrarca innanzi, che, se non avessero avuto quella opportunità e quel comodo, si sarebbero forse astenuti dall’imbrattar carte. Ognuno che sapesse contare undici sillabe sulle dita e avesse in capo quattro dozzine di rime, si credeva da tanto di poter rifare il Petrarca. A tale proposito si ha nei Mondi del Doni una curiosa scenetta. Siamo nel Mondo misto, dove Momo conduce le anime a considerare lo stato loro. Si presenta un’anima e tra Momo e lei è questo dialogo:

Momo. Chi fosti tu al mondo?

Anima. Scarpellino e poeta.

Momo. O che discordanza che è questa! come di sartore e barbiere. Che scarpellavi tu e componevi?

Anima. Io m’avevo fatto un bel libro di monti, mari, sterpi, e valli, tutto in rima.