Anima. L’edere d’Ippocrene, gli amenissimi platani, i dirittissimi abeti, l’incorruttibil tiglio, le canne di Menalo, le querce di Dodona, i mirti d’Aganippe, i noderosi castagni e gli eccelsi pini[93].
Il buon Momo non vuol udirne di più: fa ingollare allo scarpellino poeta certo beverone e lo rimanda al mondo d’onde è venuto.
Il Doni era grande ammiratore del Petrarca, come prova, tra l’altro, una lettera tutta in lode del sommo poeta, lettera che si legge nella sua Zucca; ma i petrarchisti, o i petrarchevolisti, come più acconciamente li avrebbe chiamati Mattio Franzesi, specie quelli di bassa lega, non li poteva soffrire, e con lui non li potevan soffrire quanti avevano giusto concetto dei fini e della dignità dell’arte. Quello strabocco di poesia annacquaticcia, scolorita, scipita, faceva alla fine venir la nausea a chi era di più forte sentire, di gusti meno smaccati, e più d’uno lamentava col Franco che tanto si fosse rinforzata in Italia la maledetta foja della sonettaria. Chi si sentiva muovere dentro qualcosa di vivo e di caldo, chi credeva d’avere qualcosa di proprio da dire, non poteva non farsi beffe di que’ poeti da scranna, a’ quali accenna il Mauro nel suo capitolo Della caccia, là dove dice che
i lor versi
Ricaman d’altro che d’oro e di seta;
E negli studi stan sempre a sedersi,
Ove tengon le muse pei capelli,
Che sputan detti leggiadretti e tersi.
Molti avevano, non solo un buon concetto di ciò che deve essere poesia in genere, ma ancora come un presentimento indistinto ed ansioso di un’arte nuova che dovesse avvenire, di un nuovo mondo poetico che dovesse essere rivelato alle genti, dove non la imitazione, ma l’invenzione, non la pedissequa timidità, ma il felice ardimento segnassero la via della gloria, e non potevano acconciarsi a quella poesia peritosa e servile, sonante di parole e vuota d’idee, fatta di tasselli e lisciata con la pomice. Altro si voleva oramai. «O turba errante», esclamava l’Aretino con intuito meraviglioso e con bella efficacia di parole, «io ti dico e ridico che la poesia è un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli, e un campanil senza campane; per la qual cosa, chi vuol comporre, e non trae cotal grazia da le fasce, è un zugo infreddato[94]». E altrove, con assai buon sentimento del vizio capitale della imitazione: «Io non mi son tolto da gli andari del Petrarca, nè del Boccaccio, per ignoranza, che pur so ciò che essi sono; ma per non perder il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia del volermi trasformar in loro, non essendo possibile[95]».
L’Aretino doveva essere per natura e per consuetudini letterarie un gran nemico del petrarchismo, nè deve far credere altrimenti la somma riverenza da lui sempre addimostrata al principe di essi tutti, all’eccellentissimo Bembo, cui più di una volta difese contro detrattori temerarii, e cui chiama immortalissimo, reverendissimo, celeste, dicendosi indegno persin di lodarlo, gridando che egli aveva data agli uomini la ricetta del come possano diventare iddii, assicurandogli eternità di fama in un sonetto quando e’ fu morto[96]. Biasimi e lodi costavano egualmente poco al Divino, cioè nulla. Egli ed il Bembo stavano sui convenevoli, perchè l’uno temeva dell’altro; ma non eran uomini che potessero intendersi e accordarsi in nulla; e per ciò che spetta all’Aretino, ha certamente ragione l’autore di quella Vita di lui che va sotto nome del Berni, quando dice che non poteva soffrire il Bembo sebbene assai lo lodasse.