[404]. Malespini, Novelle, parte I, nov. 31; Aretino, Ragionamenti, parte I, giornata III.
[405]. Bandello, Novelle, parte II, nov. 51; Brantôme, Les vies des dames galantes, Leida, 1722, t. I, p. 236. Vedi a questo stesso proposito ciò che di una Cicilia Viniziana dice il Firenzuola nel Dialogo delle bellezze delle donne, Opere, Firenze, 1848, vol. I, p. 255, e cfr. coi Dialoghi delle cortigiane di Luciano, V.
[406]. I Marmi, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 106.
[407]. Al Capitano Flaminio Nelli.
[408]. La Zaffetta nella Zaffetta, e la Ballerina nella Puttana errante. Che questo secondo poemetto sia stato pure composto dal Veniero in vituperio dell’Angela, è erronea opinione di parecchi, messa innanzi dall’Hubaud in un opuscolo che appunto di tale argomento trattava, e intitolato Dissertation sur deux petits poèmes, Marsiglia, 1840. La Puttana errante fu ristampata dal Liseux, in Parigi, nel 1883.
[409]. Le carte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze, Inventario pubblicato a cura della R. Sopraintendenza degli Archivi toscani, serie I, p. 409. Questo maestro Andrea è senza dubbio quel medesimo di cui, come d’uomo assai piacevole, fa ricordo l’Aretino nei Ragionamenti e nella Cortegiana, e che compose un Purgatorio delle cortigiane più volte stampato. L’abbiamo già incontrato fra i personaggi del Trionfo della lussuria di maestro Pasquino. Vedi intorno ad esso Rossi, Le lettere del Calmo, appendice I, pp. 385-92.
[410]. Veniero, La puttana errante, canto IV, ediz. cit., p. 118 (le prodezze di Elena Ballerina sono notate sopra ’l capo a Pasquino); Le lettere del Calmo, ediz. cit., p. 87, n. 7. Scritture contro le cortigiane sono nel secolo XVI molto frequenti, e a parecchie porge argomento il dispetto o la gelosia. Dice il Garzoni (Op. cit., pp. 599-600): «Già si comincia dare all’arma, i sdegni principiano, l’ire si generano, le minacce vanno in volta, i dispetti non han fine, i bravi si trovano, i pennacchini s’armano, i bertoni s’infuriano, le bastonate s’apparecchiano, i sfrisi si preparano, le morti si tramano da queste insidiose e maladette meretrici. Non si parla più di vezzi, non si favella di carezze, non si ragiona d’aver commercio insieme, cessano i messi, restano le polizze, mancano i presenti, vengon meno i saluti e le riverenze, si richiedon indietro le fedi, si dimandano i quadri, si rinvogliono i ritratti dell’imagini miniate dentro a’ scatolini, e con rabbia, con furore, con insania di mente, si rompe, si spezza, si calpesta ogni cosa con gli piedi. Quindi si giura, si scongiura, si sacramenta di non far mai pace. Marte e Bellona scorrono da ogni banda; le faci si accendono ogni ora a più potere. Non più sonetti, non più madrigali, non più canzoni, non più sestine da innamorato spiran le muse graziose: Apollo asconde la lira, Euterpe va a spasso, Cupido sfratta, Venere va in chiasso, Archiloco solo si lascia vedere, e Pasquino trionfa in mezzo delle piazze. Ora si scoprono gli altari da dovero, si contano gl’inganni, le malizie, i tradimenti, le doppie de i bertoni, il tener su la stanga de’ ganimedi, la trappola dei togati, le perfidie con questi, gli assassinamenti con quell’altro, lo spender della robba, il perder della vita, l’arrischio dell’onore, il consumar dell’anima, il vuotar della borsa, il cruccio, il travaglio, il martire, il dispetto, la gelosia, l’inquietudine grande che da lor procede. Pasquino si mette a narrar le superbie, nel star sul grave, nel concorrer con le signore di vesti, di drappi, di serve, di carrozze, e sopra tutto di voler essere d’ogn’ora cortigiane, ecc.». Tali invettive e libelli erano, sembra, assai temuti dalle cortigiane. Ammonendo la figliuola Pippa, dice la espertissima Nanna: «non ti mancherebbe altro, se non che un tale ti facesse i libri contra, e che per tutto si bandisse di quelle ladre cose che sanno dir de le donne; e ti staria bene che fosse stampata la tua vita, come non so chi scioperato ha stampata la mia». (Aretino, Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 198). È ricordo di una Polinda Valenziana, che fece ammazzare a furia di pugnalate uno spagnuolo, che co’ suoi versi, prima l’aveva levata a cielo, e poi trascinata nel fango. (Tommaso Costo, Il Fuggilozio, Venezia, 1601, pp. 344-5; G. F. Astolfi, Della officina istorica, Venezia, 1605, p. 218). Agli scritti contro le cortigiane da me ricordati in queste pagine, si aggiunga: Bravata che fa uno giovane innamorato d’una cortigiana, et lei dandogli la baglia (sic) ma gli volse aprir la porta; cosa da ridere, s. l. ed a.; una canzonetta, pure in dialetto veneziano, riportata dal Rossi, Le lettere del Calmo, pp. 288-9; una invettiva in ottava rima e similmente in dialetto veneziano, che il lettore troverà più oltre appendice B; A. Di Palma, Opera nova dove si contiene le astutie delle cortigiane, ecc., s. l. ed a. Francesco Scambrilla, vissuto in sul principio del sec. XVI, compose in dispregio delle cortigiane due sonetti assai acerbi, che si conservano in un codice Vaticano. (Trucchi, Poesie inedite, eco., vol. III, p. 139). Il codice Marciano Ital. IX. 173 contiene un gran numero di poesie in dialetto veneziano, molte delle quali contro cortigiane. (Ci son vituperate, fra altre, una Paolina Gonzaga, una Livia Verzotta, e la nostra Veronica). Di un capitolo da lui composto contro una cortigiana, e in cui altre cortigiane illustri erano nominate, fa cenno l’Aretino nei Ragionamenti, parte I, giornata III, p. 159. In molte commedie compajono cortigiane, ma non mai per farvi buona figura. Vogliono ancora essere ricordati: Avvertimenti a quelli che amano le cortigiane, opera nuova e dilettevole, Milano, 1600; Garzoni, Serraglio degli stupori del mondo, Venezia, 1613 (stanza settima, pp. 749-50), e Giovanni Antonio Massinoni, Il flagello delle meretrici, Venezia, 1599. La letteratura italiana non fu sola ad avere così fatti componimenti nel sec. XVI, sebbene ne abbia avuti, senza paragone, più d’ogni altra. Per citare un esempio, in un poema intitolato L’enfer de la mère Cardine, ecc., stampato nel 1568, sono vituperate tutte le cortigiane di Parigi.
[411]. Novelle, parte I, nov. 50, dedicatoria.
[412]. Ecatommiti, deca VI, nov. 7. Il buon Lafontaine racconta (Contes et nouvelles, l. III, 6) la storia di una cortigiana romana, altrettanto superba quanto bella, la quale disprezzando ognuno, e solo facendo qualche conto dei cardinali, s’innamorò pazzamente di un giovane gentiluomo, e fu da lui sposata.
[413]. Lettere, t. V, f. 147 v. Altra lettera ivi stesso, f. 176.