[589]. Vedi qui addietro p. 287.
[590]. Vedi la lettera del Paolucci in Lettere di Lodovico Ariosto raccolte da A. Cappelli, 3ª edizione, Milano, 1887, pp. CLXXI sgg. Primo a pubblicarla fu il Campori nelle sue Notizie di Raffaello, Atti e mem. delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm., t. I, 1863.
[591]. Lettere, ediz. di Parigi, 1606, vol. I, f. 26 r.
[592]. Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private, edizione di Venezia, 1599, pp. 202-4. Lo stesso racconto si ha pure nel Democritus ridens, Colonia, 1649, pp. 378-80. Il Serapica, o Sarapica, è ricordato più volte anche dall’Aretino, e da altri.
[593]. Domenichi, Op. cit., p. 201.
[594]. L’hospidale de’ pazzi incurabili, Venezia, 1617, p. 49.
[595]. Vita Leonis X, l. IV, ediz. di Firenze, 1551, p. 98. A dir vero il Giovio nomina solamente il Poggio, il Moro, fra Mariano e Brandino. Fra Martino è ricordato da Sigismondo Tizio nella voluminosa e manoscritta sua Cronaca di Siena (ap. Fabroni, Leonis X Pontificis Vita, Pisa, 1797, pag. 295, n. 82), e lo stesso Tizio narra pure con indignate parole come il cardinale Raffaele Petrucci mandasse il bastardo Andrea al pontefice (V. l’intero passo, che merita d’esser letto, riferito dal Mazzi, La Congrega dei Rozzi di Siena nel secolo XVI, Firenze 1882, vol. I, p. 73). Ma ce n’erano anche degli altri. Nella Cortegiana dell’Aretino (atto I, sc. 12) un pescatore dice al Rosso, vendendogli certe lamprede: «L’altre l’ha tolte or ora lo spenditore di fra Mariano per dar cena al Moro, a Brandino, al Proto, a Troja, ed a tutti i ghiotti di palazzo». Troja era nientemeno che il vescovo di Troja; del Proto vedremo or ora. Quanto al Rosso introdotto dall’Aretino nella sua commedia, egli è probabilmente tutt’uno con un Rosso buffone, ricordato dallo stesso Aretino nel capitolo Al principe di Salerno, nella giornata II della parte I dei Ragionamenti e nel Ragionamento delle corti, e poi anche dal Mauro nel capitolo ad Ottaviano Salvi e dal Tansillo nel capitolo a Cola Maria Rocco e in quello al duca di Sessa. Dice di lui Ortensio Lando: «Il Rosso buffone, mentre servì Ippolito cardinale de’ Medici acquistò e facultà e fama grande, e ne viverà immortalmente» (Sette libri de cathaloghi a varie cose appartenenti, Venezia, 1552, l. VI, p. 501). Non è fuor del probabile che anche il Rosso abbia frequentata la corte di Leone X.
[596]. Vedi, per i secoli che precedono il XVI, un articolo di Adolfo Bartoli, Buffoni di corte, nel Fanfulla della Domenica del 1882, nº 11.
[597]. Orlando Furioso, c. XXXV, 20.
[598]. La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 1587, disc. CXIX, p. 816. Cfr. Giulio Landi, Attioni morali, Venezia, 1564, p. 402, sgg.