[615]. Lettera seconda citata, p. 70.

[616]. Il cardinale Hergenroether ha intrapresa, come è noto, la pubblicazione dei Regesta di Leone X. Non posso dire se nella parte di essi pubblicata sin ora, e che si stende per i due anni 1513 e 1514, compaja il nome di fra Mariano, perchè mancando ancora un indice dei nomi, la ricerca vi è troppo malagevole.

[617]. Accresce tale probabilità il fatto che il nome di fra Mariano non s’incontra nel Diario, o almeno nel manoscritto che se ne conserva nella Chigiana, secondo m’assicura il ch. professore Giuseppe Cugnoni, che gentilmente volle torsi la briga di percorrerlo. La stampa procurata dal Delicati e dall’Armellini (Il Diario di Leone X: dai volumi manoscritti degli Archivii Vaticani, Roma, 1884), contiene solo frammenti.

[618]. Relazioni venete, serie II, vol. III, p. 70-1. Veramente la stampa ha: fra Mariano Ebrandino, e l’editore nota che forse in luogo di Ebrandino è da leggere e Martino; ma un Brandino è ricordato, oltre che dal Giovio, anche dall’Aretino, come vedremo.

[619]. Comento del Grappa sopra la canzone in lode della salsiccia, Scelta di cur. lett., disp. 184, Bologna, 1881, pp. 77-8. Parlando di certi tordi avuti dal conte Manfredo di Collalto, e mangiati in compagnia del Tiziano, l’Aretino dice che gli erano molto piaciuti, «come piacquero a fra Mariano, al Moro dei Nobili, al Proto da Lucca, ed al Vescovo di Troja gli ortolani, i beccafichi, i fagiani, i pavoni e le lamprede, di che si empierono il ventre con il consenso delle lor anime cuoche delle stelle pazze e ladre, che le infusero in quei corpacci, erarii della superfluità della crapula, anzi paradisi delle vivande solenni...». Lettere, vol. I, f. 26 r. Del resto non erano questi i soli gran ghiottoni. In altra delle sue lettere dice lo stesso Aretino: «Io li vidi al tempo di Leone X quei cari Cardinali del buon Dio! oh come le loro anime cuciniere riempivano voluttuosamente i proprii corpacci!».

[620]. Giovio, Op. cit., p. 98.

[621]. Ap. Fabroni, Op. e l. cit.

[622]. Op. cit., p. 305.

[623]. Op. cit., l. III, pp. 188-9. Il Lando ricorda ancora quali moderni strenui mangiatori, un Catellaccio Fiorentino, un D. Antonio da Lecce, e un Cola Caforzio, che si mangiava una pezza di lardo. Alla voracità di fra Mariano allude senza dubbio anche Ercole Bentivoglio nella satira A. M. Flaminio, là dove dice:

... io non son Mariano nè il Rizzuolo,