E una camicia vecchia e senza lacci.
Il bagaglio non era dunque loro di grande impaccio: certo pedante descritto dall’Aretino[258], e di cui dovrò riparlare, aveva per tutta masserizia una «sacchetta dova tenea due camisce, quattro fazzoletti, e tre libri con le coperte de tavole». Se al detto sin qui si aggiunge che il pedante riusciva goffo in ogni suo atteggiamento, o movenza, e che spesso il suo volto si vedeva (se non mentono i narratori) ricamato di scabbia gallica, o di altra sì fatta galanteria, si avrà di lui una immagine non certo finita ed intera, ma sufficiente al proposito nostro.
Brutto sotto l’aspetto fisico, il pedante non appar bello davvero sotto l’aspetto morale. Egli è, di solito, un uomo ottuso di mente; ricco talvolta di memoria, ma poverissimo sempre di giudizio; privo di qualsiasi genialità, e spesso spesso sciocco di una sciocchezza tanto più ridicola quanto più inviluppata di saccenteria. Egli ha quella che l’Elvezio chiamava la più incurabile delle stupidità, la stupidità acquistata con lungo studio. Gli è assai raro che in quelle raccolte di facezie e di motti di cui ebbe tanta copia il Cinquecento, si trovino detti arguti posti in bocca a pedanti[259]; mentre è frequentissimo il caso che si narrino esempii incredibili della lor grulleria. Il Doni racconta di uno che avendo veduto il discepolo sputare sopra un ferro per accertarsi se fosse caldo, sputò poi, con lo stesso intendimento, sulle lasagne, e non avendole udite friggere, se ne cacciò in bocca una gran forchettata e si cosse tutto[260]. E quale l’ingegno, tali naturalmente gli studii e la coltura. Il pedante è, come dice l’Aretino, l’asino degli altrui libri; è un uomo nel cui capo non entra nulla, se l’autorità di un libro non ce la fa entrare. Infatuato dell’antichità e dei classici, disprezza, senza punto conoscerlo, il mondo in cui vive, ma a cui veramente non appartiene. Del resto anche l’antichità, che egli crede di aver famigliare, è per lui un mondo chiuso, di cui non considera e non conosce se non la scorza. Egli ha letto tutti gli autori latini, se non anche i greci; ma dei poeti ha colto la parola, non l’anima, degli oratori il suono, non le ragioni, dei filosofi tutto il più le sentenze, non le larghe e poderose intuizioni. Ha la memoria pronta, e anche ben guernita; ma quella sua memoria non è un libro fatto e nemmeno un zibaldone; è uno schedario. La sua sapienza è tutta di citazioni: nei Ragguagli di Parnaso Trajano Boccalini ce ne dà un giusto concetto, quando ci mostra i pedanti che coi bacili in mano vanno raccogliendo le sentenze e gli apoftegmi che scatarrono i savii dell’antichità[261]. E quando compongono, se pur compongono, non fanno altro che mettere in carta di nuovo ciò che in carta han trovato, compilar ristretti, o manuali, o trattati. Parlando dei pedanti, Niccolò Franco fa dire alla sua lucerna: «Gli veggo star d’intorno a i libri, facendosi scoppiare il core per imparare due parolette per lettera, per attestarle senza proposito. Non gli veggo mai scrivere cosa alcuna di lor farina. Veggo che non san far altro che repertorii, vocabulisti, arti da far versi, e modi da componere pistole»[262].
Il pedante è prima di ogni altra cosa, e sopra ogni altra cosa, un grammatico: uno sfregio alla verità, una offesa al buon senso non lo commuovono; un mancamento ai precetti di Prisciano e di Donato lo fa uscire dai gangheri. Trajano Boccalini dice che in Parnaso fu attaccata un giorno grande zuffa tra i pedanti, gli epistolarii e i commentatori, per un disparere se consumptum dovesse scriversi con la p o senza la p. Apollo, stomacato, voleva cacciarli tutti fuor del suo regno, ma poi ce li lasciò stare a istanza di Cicerone e di Quintiliano[263]. Quanta fosse del resto la pedanteria dei grammatici si può vedere in certi esempii recati dal Pontano[264] e da Alessandro degli Alessandri[265], per tacer d’altri. Il pedante non parla mai facile e piano, chè gli parrebbe di ragguagliarsi al volgo; orna quanto più può la dizione, studia la voce e il gesto, canta così le prose come i versi[266]; sapendo di non poter essere inteso da chi lo ascolta, commenta e dichiara egli stesso ogni parola che dice[267], e non avendo mai nulla da dire che importi, ha sempre in pronto un’apostrofe, un epifonema, una serqua di aforismi, una orazione spartita secondo le regole. Egli ha la dottrina e l’arte del vaniloquio vestito d’enfasi e di magniloquenza. Nella Cena delle Ceneri di Giordano Bruno, il pedante Prudenzio interrompe il racconto di certo Teofilo, altro interlocutore del dialogo, e dove questi aveva detto: dopo il tramontar del sole, egli muta e supplisce: Già il rutilante Febo, avendo volto al nostro emisfero il tergo, con il radiante capo ad illustrar gli antipodi sen giva. Ne segue un piccolo diverbio:
Frulla. Di grazia, magister, raccontate voi, per che il vostro modo di recitare mi soddisfa mirabilmente.
Prudenzio. Oh, s’io sapessi l’istoria.
Frulla. Or tacete dunque, nel nome del vostro diavolo.
Che importa al pedante che quanto ei dice non sia al proposito, se, come a lui sembra, è ben detto? In uno dei suoi dialogi piacevoli[268] il Franco introduce un pedante Borgio, quello stesso contro cui scrisse una delle più vituperose sue epistole[269]. Questo pedante è morto e giunto sulla riva d’Acheronte: ma non può indursi a passar come gli altri, e prega Caronte di aspettare un poco, tanto che egli possa comporre una orazioncella da recitare in cospetto di Plutone. Ottenuta licenza, comincia a discutere con sè stesso se la orazione debba appartenere al genere dimostrativo, al deliberativo, o al giudiciale. Scelto il dimostrativo, ricorda di aver letto in Tullio che cinque sono le parti de l’officio de l’oratore, invenzione, disposizione, elocuzione, memoria e pronunciazione. Poi va oltre, ricercando i colori retorici, provando con esempii la virtù loro, e finalmente mette insieme il suo discorso con esordio, narrazione, divisione, confermazione e conclusione. Il Franco dimentica di dirci quale accoglienza il pedante Borgio si avesse da Plutone. Nemmen dopo morto il pedante cessa d’esser pedante. Nel suo lucianesco dialogo intitolato Charon, il Pontano introduce l’anima di un Pedano grammatico, giunto allora allora agli Inferni. Pedano pensa ai discepoli che ha lasciati nel mondo, e prega istantemente Mercurio di voler loro riferire alcune cose di gran rilievo da lui risapute dallo stesso Virgilio poc’anzi; e cioè, come Aceste donasse ad Enea, non cadi di vino, ma anfore; come lo stesso Aceste vivesse anni centoventiquattro, mesi undici, ventinove giorni, tre ore, due minuti e mezzo secondo; che Enea toccò la terra d’Italia con entrambi i piedi a un tempo, ecc. Ludovico Domenichi racconta di un pedante che stando per affogare, gridava forte: O Dio, che ti pare del nostro Cicerone? che cura tiene egli dei suoi amici?[270].
Il pedante non si contenta, per distinguersi dal volgo, di parlare secondo i precetti dell’arte oratoria e con l’esempio di Cicerone innanzi; ma usa inoltre di una lingua sua propria. Quando può parla latino, perchè il latino, a suo giudizio, è la lingua nobile, la lingua perfetta, la lingua per eccellenza; quando non può parlar latino, e la necessità lo sforza, parla volgare; ma allora per ricattarsi, alle parole e alle frasi volgari, mescola le parole e le frasi latine, sparge di latinismi il suo dire, e fa un guazzabuglio che nessuno intende. Il Garzoni narra di un pedante che volendo dar nuova altrui come nella città sua di Bologna c’erano molti banditi, i quali si temeva che un dì o l’altro non ammazzassero il governatore, disse: Io vereo che per la copia di questi esuli un giorno non venga necato l’antistite. E narra di un altro, che indirizzando una lettera in Padova, sulla piazza del vino, alla spezieria della Luna, scrisse: Nella città Antenorea, in sul Foro di Bacco, all’Aromatario della Dea Triforme[271]. Nè questa era usanza dei soli pedanti italiani: il Montaigne racconta di un amico suo, che avendo a discorrere appunto con un pedante, prese per burlarsi di lui, a contrefaire un jargon de galimatias, propos sans suitte, tissu de pièces rapportées, sauf qu’il estoit souvent entrelardé de mots propres à leur dispute, e così facendo lo tenne un giorno intero à débattre, pensando il pedante toujours respondre aux objections qu’on lui faisoit[272].
Sappia pochissimo, come d’ordinario accade, o sappia malamente assai cose inutili, come pure incontra talvolta, il pedante presume sempre moltissimo di sè, incede con magistrale gravità, con volto d’uomo immerso in alti e reconditi pensieri, con atti dottorali e schivi. Certo pedante, introdotto da Metello Grafagnino in un suo bizzarro capitolo, ascrive alla schiera dei ludimagistri Aristotele, Platone, Socrate, Seneca, e molti altri antichi e moderni, e a questo modo fa sè pure della loro schiera. Francesco Ruspoli, in uno de’ suoi sonetti, definisce il pedante