Croit qu’un livre fait tout, et que sans Aristote

La raison ne voit goutte, e le bon sens radote.

Ma se i pedanti non avessero avuto altri difetti che la superbia e l’insolenza, si sarebbero potuti, sino ad un certo punto scusare; il guajo si è che ne avevano altri, e parecchi e grossi. Il pedagogo è da scegliere tra mille, diceva il Vida; quaerendus rector de millibus, lasciando intendere che tra mille se ne poteva trovare uno buono. Saba da Castiglione, ne’ suoi Ricordi ovvero Ammaestramenti[274], vorrebbe «le città fossero ben proviste, e fornite di maestri di scuola, li quali fossero catolici, spirituali, maturi, gravi, onesti, ben accostumati», appunto come troppo spesso non erano. Nè manca chi, facendo il novero di tutte le lor virtù, li chiama bugiardi, ghiottoni, poltroni, ipocriti, seminatori di discordie, ladri, ponendo fine alla assai più lunga litania colla menzione punto velata di un vizio che, in antico, la Grecia aveva dato a Roma, e che certo, nel Cinquecento, non era dei soli pedanti[275]. Nell’Inferno degli scolari dice il Doni che i pedanti sono «viziosi, golosi, negligenti, ignoranti, goffi, rozzi, nojosi, fastidiosi, ribaldi, scelerati e peggio»[276]. Peggio chè?

I pedanti erano di due maniere, secondo che esercitavano l’ufficio loro nelle famiglie che li tenevano a stipendio, o in iscuole, sovvenute o non sovvenute dal pubblico erario; ma qual che si fosse il modo dell’esercizio, non variavano le usanze loro e non variava l’indole dell’insegnamento. Che cosa fosse questo insegnamento si può arguire dalla qualità degl’insegnanti. Se passava oltre i gradi di una istituzione primaria, il che non sempre accadeva, il latino prendeva subito, ben s’intende, luogo principalissimo; ma in qualunque grado si fosse, era e rimaneva, non occorre dirlo, essenzialmente pedantesco. Non chiedete al pedagogo il più elementare avvedimento di quella scienza che da lui prende il nome, la pedagogia. L’arte di rendere gradito, e, appunto perchè gradito, fruttuoso lo studio, è un’arte ch’egli ignora, e che disprezzerebbe, se la conoscesse. Ha tanto sudato egli a imparar ciò che sa! bisogna bene che altri sudi a sua volta. Ciò che in qualsiasi disciplina è più esterno e men vivo, la formola che strozza il pensiero, la regola che gli allaccia le ali, la lettera che uccide, ecco l’oggetto d’ogni diligenza pel pedante, ecco le cose intorno a cui egli non si stanca e non rifinisce di dare ammaestramenti e precetti. Per lui la mente del discepolo è come un bossolo vuoto dentro, e l’arte dell’istruire consiste tutta nell’imbossolarvi certa quantità di cognizioni in modo che non vi patiscano alterazione, e le si possano, ad ogni bisogno, tirar fuori tali e quali vi furono messe. Come il gesuita, il pedante lavora a uccidere l’intelletto, salvo che nol fa, come il gesuita, per deliberato proposito: il suo insegnamento non tende ad altro, dice il Montaigne, qu’à remplir la memoire, lasciando l’entendement et la conscience vuide. E se ciò è vero, chi oserà dire che l’insegnamento pedantesco sia sparito dal mondo?

I libri che in Italia formavano la necessaria scorta di ogni pedante erano: le grammatiche di Prisciano e di Donato, le Regole Sipontine, la Cornucopia, il Liber de metris, di Niccolò Perotto, il Catholicon di Giovanni Balbi, il Calepino, le Regole del Cantalicio, lo Spicilegio del Mancinello, il Dottrinale, ed altri così fatti, di vario argomento, che non mette conto di ricordare. Il Folengo, narrando la fanciullezza turbolenta del suo eroe Baldo, dice:

Fecit de norma mille scartozzos Donati,

Inque Perotinum librum salcicia coxit[277].

Ai libri manuali si accompagnavano, secondo che l’insegnamento si allargava più o meno, alcuni testi classici e anche qualche libro volgare; ma ognuno può immaginarsi che cosa diventasse lo studio e la interpretazione dei classici, se, come dice Bartolomeo Amigio, un pedante che appena aveva letto lo Spicilegio del Mancinello e le Regole del Cantalicio, si arrogava di commentar Platone[278].

Di questo insegnamento gretto, meccanico, essenzialmente infecondo del pedante, nessuno diede immagine più adequata di quella che, con celia non men profonda che arguta, porge il Rabelais, parlando della educazione di Gargantua[279]. Quel dabben uomo di Grandgousier, avendo riconosciuto nel figliuolo un mirabile ingegno naturale, volle che un’ottima istituzione venisse in ajuto della natura, e traesse dal ben disposto seme il frutto perfetto. Tubal Oloferne, il reputatissimo maestro scelto a tale ufficio, si pose all’opera, e in ispazio di cinque anni insegnò all’alunno l’abbicì; poi gli lesse il Donato, il Faceto, il Teodoleto e l’Alanus in parabolis, spendendoci intorno tredici anni, sei mesi e due settimane. Dopo di ciò gli espose il De modis significandi con tutti i commenti che se ne fecero, e consumò in tale esercizio diciotto anni e undici mesi; ma questo tempo trascorso, Gargantua sapeva il tutto a memoria, e poteva anche ridirlo alla rovescia, e prouvoit sur ses doigts à sa mère, que de modis significandi non erat scientia. Allora il buon maestro pose mano al Computo; ma dopo sedici anni e due mesi di tale insegnamento, si morì,

Et fut l’an mil quatre cents vingt,