De la verole qui lui vint.
Un secondo maestro, per nome Jobelin Bridé, lesse allora ed espose all’alunno alcuni altri libri della stessa farina; dopodichè il padre cominciò finalmente ad avvedersi che il figlio en devenoit fou, niais, tout resveux et rassoté. De quoi se complaignant à don Philippes des Marais, viceroi de Papeligosse, entendit que mieulx lui vauldroit rien n’apprendre, que tels livres soubs tels précepteurs apprendre. Car leur sçavoir n’estoit que besterie, et leur sapience n’estoit que moufles, abastardissant les bons et nobles esperits, et corrompant toute fleur de jeunesse. Allora Grandgousier affidò Gargantua a Ponocrate, un maestro di animo generoso ed aperto, di larga e viva coltura, la istituzion del quale, opposta e contraria, sotto ogni rispetto, a quella degli altri due, può in gran parte anche oggi considerarsi come modello di una istituzione proficua, intesa a svolgere armonicamente tutte le buone energie della natura umana.
Ma ciò che il Rabelais dimentica di dirci si è che l’argomento pedagogico per eccellenza, la prima et ultima ratio del pedante era lo staffile. Lo staffile è, da tempo antichissimo, come l’emblema del pedagogo, la divisa, se si può dire, del suo insegnamento. Il buon Orazio, intento negli anni maturi a cogliere il dolce della vita, ricordava ancora, con vago terrore, il plagosus Orbilius a cui era stata soggetta la sua fanciullezza; Marziale rammenta le ferulae tristes, sceptra paedagogorum. Una pittura di Ercolano mostra quanto antica sia la pratica di quello che gli scolari d’Italia chiamarono con figurato eufemismo il cavallo. Lo staffile si adoperava tanto dai pedanti domestici, quanto dai pedanti che tenevano scuola aperta; ma se quelli dovevano, sotto gli occhi delle persone di casa, usarne con qualche discrezione, questi potevano usarne ed abusarne come e quanto loro piaceva. Qual meraviglia, se le descrizioni che ce ne son pervenute, ci dipingono la scuola come un altro inferno? Non iscuola la diresti, esclama in un impeto d’ira Erasmo da Rotterdam, ma luogo di tortura, dove non si ode altro che crepito di sferze, strepito di verghe, lamenti, singulti, e minacce atroci; e soggiunge cose incredibili dei mali trattamenti che in sì fatti luoghi di tortura si infliggevano ai fanciulli da uomini, come dice egli stesso, troppo sovente agresti, scostumati, lunatici, insani di mente[280]. Intimidire l’alunno, riemperne l’anima di una specie di sacro terrore, in guisa da spegnervi ogni vivezza e bollore di spiriti tracotanti e riottosi, ecco ciò che il pedante si proponeva di conseguire anzi tutto; senza sospettar nemmeno che il primo effetto delle sue pratiche era di rendere odioso ogni studio, e di fiaccare nell’alunno stesso quelle morali energie senza l’esercizio delle quali non è studio che frutti. Vincere e domare la caparbia e ribelle natura, ecco il supremo canone pedagogico; d’onde la incredibile usanza di picchiare anche quando non ci fosse fallo, senza una ragione al mondo, di buon mattino, per ben preparare al lavoro della giornata. E quando non erano busse, erano, come dice il Garzoni, modi di chiedere terribili, grida strepitose, un passeggiar per la scuola a guisa di tanti pavoni[281], uno starsi in cattedra, dice Cyrano de Bergerac, a mo’ di un Cesare, facendo tremare sotto lo scettro di legno il popolo della piccola monarchia[282]. Ebbe ragione il Bronzino di dire, parlando dell’età dell’oro:
Non erano spaventi o battiture
Pe’ fanciulli, e la scuola e la bottega
Ancor non erano in rerum naturae (sic)[283];
ma più ragione ebbero quegli scolari di Pavia, di cui narra Cesare Rao in una delle sue Argute e facete lettere[284], i quali un bel giorno levarono il loro pedante a cavallo e lo regalarono di più di cento scoriate, ripagandolo delle infinite che gli aveva date loro. Essi tennero la via seguita sin da principio dal giovine Baldo:
Nunquam terribilis quid sit scoriada provavit
Namque paedagogis hic testam saepe bolabat[285].
I fanciulli che avevano il pedante in casa, soggiacevano a disciplina meno bestiale, ma non imparavano di più, e correvano altri pericoli. La presenza del pedante in casa poteva dare, e dava spesso, luogo a corruttele, a scandali, a guai d’ogni maniera, specialmente se, come accadeva di solito, le famiglie a fine di spender meno, si pigliavano per maestro un qualche paltoniere, non meno povero di dottrina che nudo di ogni dignità. Perciò lo Spelta, di cui ho già citato il libro, si mostra grande avversario di quelli che chiama maestri casalenghi, si duole della goffaggine de’ gentiluomini che vogliono il pedante in casa, e si dichiara risolutamente fautore delle scuole pubbliche. Egli non crede che l’insegnamento dato in casa possa riuscir mai di qualche vantaggio al discepolo, «perchè quando anco il povero maestro vuole riprendere o castigar il furbo di qualche errore, subito la signora madre corre di sopra, o dove insegna, e fa cappellate d’importanza al cujum pecus. Il quale temendo di perdere la pagnocca, lascia correre cinque settimane per un mese. E mangiando la panigada in pace, diviene grassetto, compra l’offelle, la gioncadina co l’alunno, ed insieme stanno su le papardine. Ben voluti dalla padrona che se ne serve in più servigi. Fa del fattore, o del mastro di casa; egli è insomma quello che taglia il budello in tavola»[286].