Ma qualche volta faceva anche altro, ed entrava un po’ troppo nelle buone grazie della padrona. Parlando di certe gentildonne, dice il Rosso nella Cortegiana dell’Aretino: «Ed i pedanti ancora ne vanno beccando qualcuna... non gli bastando figli, fratelli e fantesche»[287]. In uno dei Ragionamenti dello stesso Aretino si narra la stomachevole istoria di certa donna maritata, la quale «si inghiottonì di un di questi pedagoghi affumicati, che si tengono ad insegnare per le case, il più unto, il più disgraziato, il più sucido che si vedesse mai»[288]. La buona femmina tanto fece che riuscì a trarselo in casa. S’intende come il pedante, fatto amico della padrona, dovesse poi diventar egli padrone, e mettersi sotto tutta la famiglia, a cominciare dal melenso marito. In tal condizione egli poteva sembrar degno d’invidia a tutto l’innumerevole stuolo dei ghiottoni e dei parassiti. Gabriello Simeoni dice nella Satira dell’avarizia del mondo:
Può far Domenedio tanto da bene,
Ch’a pedanti e notai sia il mondo in mano,
Il mondo cieco e pazzo da catene?
Di natura è il pedante aspro e villano,
Implacabile, avaro e discortese,
Crudel, superbo, sospettoso e vano.
Prima s’acconcia in casa per le spese,
Poi qual Margutte ognun si caccia sotto,
E del tutto è padrone in men d’un mese[289].