Mentre che de i cujusse si ragiona.
E su le dita dir la sua ragione,
E con qualche argomento in baricoco
Far restar il messere un bel castrone[290].
Ma quando il pedante non riusciva a farsi padron di casa, oppure quando teneva scuola aperta per conto suo, come travagliata, quanto misera e vile era la sua condizione! I salarii (che stipendii non si posson chiamare) erano derisorii il più delle volte: «la viltà del prezzo è sì fatta, ch’è vergogna a sentirla», dice l’anima del pedante Anisio in uno dei dialoghi del Franco; e Caronte le chiede invano il quattrino che gli si deve[291]. La concorrenza era grande e rabbiosa e produceva naturalmente il suo effetto: in uno dei sonetti attribuiti al Burchiello, volendosi dare un’idea dello sterminato numero di gondole e di camini che erano in Venezia, si vengono ricordando, come termini di paragone, varie cose di cui si afferma essere grandissima copia, e ci si dice, tra l’altro, che non è tanta poveraglia in Milano, e che non istanno tanti pedanti per le spese. Nessuno più del pedante meritava di entrare nella onorata Compagnia della Lesina, e l’onorata Compagnia non lasciò di accoglierlo nel suo seno[292].
Ma quante altre miserie oltre a questa miseria! Ortensio, uno degli interlocutori della sesta veglia di Bartolomeo Arnigio[293], ce ne dà qualche concetto, riferendo le querele del proprio suo precettore. Sciagurato stento l’insegnare: i fanciulli, già guasti dai genitori, hanno in odio ogni studio, si beffano dei maestri, si addormentano durante la lezione. Che pena far entrar loro in capo quel po’ di latino, e udir poi lo strazio che ne fanno! Che fatica far apprendere ai tristanzuoli un po’ di buon costume! Per dispiacer che n’abbia, il maestro è forzato a dar sorgozzoni, tirar per le orecchie, dar su le palme, e far levar a cavallo: tragico esercizio! E i padri sempre scontenti, sempre a lagnarsi che il figliuolo non impara e a darne colpa al maestro; il quale è da tutti schernito, è chiamato il pedante, il pedagogo, il domine: perfin le fanti gli voltan sossopra i libri, lo trattan da gufo, d’allocco e da barbajanni. Disse il buon Lafontaine:
Je ne sais bête au monde pire
Que l’écolier, si ce n’est le pédant:
mettete queste due bestie a vivere insieme nella medesima casa, e dite se ci può essere al mondo miseria maggiore della loro.
Ma tutto ciò è ancor poco a paragone della comune avversione, dell’universale disprezzo che involgevano, come in un atmosfera irrespirabile, la gens dei pedanti; avversione e disprezzo che parvero eccessivi a taluno e degni di biasimo[294], ma che formavano ormai pubblica opinione, e facevano dire al Doni in busca d’impiego, ch’egli era pronto a torsi in corte ogni officio che gli si volesse dare, da pedante e cappellano infuori[295]. Il nome stesso di pedante era diventato uno sfregio e un vitupero.