II.
Le ragioni dell’odio contro ai pedanti erano, come s’è potuto vedere, parecchie, e non piccole; ma tra esse una era maggiore delle altre, e nasceva da ciò che più propriamente qualificava il pedante, da quella angustia d’animo, da quella dottrina arida, da quella seccaggine prosuntuosa, dal tutto insieme delle qualità fastidiose e ridicole che appunto costituiscono ciò che si dice spirito pedantesco. Ora, se si considerano le cose un po’ più da vicino, l’odio può parere, per questo capo, un po’ ingiusto, perchè lo spirito pedantesco non è nel Cinquecento così proprio dei pedanti, che anche fuori di loro non se ne trovi in abbondanza, e perchè quello che in essi è deriva in gran parte e dipende da quello che alita loro intorno. Vero è che essi lo accumulano e lo condensano, come certi apparecchi dei fisici fanno della elettricità.
L’umanesimo nasce con in corpo il germe della pedanteria. La erudizione ha come una tendenza naturale a diventar pedantesca, e questa tendenza tanto più si rafforza, quanto più l’oggetto intorno a cui si vanno esercitando gli studi, sembra nobile, alto, degno di particolare ammirazione; quanto più esso respinge, come minori e men degni, altri oggetti di studio, e lega gli spiriti, assoggettandoli ad una servitù da cui non è più loro possibile emanciparsi. Ora, l’umanesimo era per una buona metà, se non per tre quarti, erudizione, e, per giunta, erudizione che aveva dietro di sè, e un pochino anche dentro di sè, le tradizioni dello scolasticismo medievale. L’ammirazione appassionata dei classici, lo studio esclusivo ed assiduo dell’opera loro, dovevano conferire, o rafforzare abiti intellettuali non troppo disformi da quelli della pedanteria, produrre una nuova superstizione letteraria, come tutte le superstizioni, intollerante e sofistica. Un alto disprezzo si spandeva sopra quanto non era antico e classico. Mentre il verbo greco e latino diventava una cosa sacra, oggetto di culto geloso, si rifiutava la propria lingua nativa e si schifavano gli autori che l’avevano recata negli scritti. L’autorità sempre più s’imponeva nel nome di quei grandi di cui si adoravan le carte; la imitazione si affermava norma suprema dello scrivere, ed ogni più lieve trascorso contro a quel nuovo diritto, o diciam meglio, a quella nuova religione, era giudicato mancamento mostruoso ed inescusabile. Lo spirito pedantesco informa ed agita tutto un popolo di studiosi, di cui non è facile dire quanto abbiano giovato, quanto nociuto alla coltura e alle lettere: grammatici puntigliosi, espositori fanatici, commentatori arrabbiati, leggitori insaziabili, disputatori implacabili, eruditi aridi e ponderosi. Dov’è maggior pedanteria che nelle controversie di quegli umanisti, i quali sopra un vocabolo disputavano gli anni, vituperandosi a vicenda? E chi più pedante di quei Ciceroniani, con tanta garbo derisi da Erasmo, i quali non leggevano altro che gli scritti di Cicerone, passavano la vita a fare indici e repertorii di tutti i vocaboli, di tutte le frasi, di tutte le eleganze di Cicerone, avevano in casa loro, per ogni stanza, una immagine di Cicerone, sognavano la notte di Cicerone, e si credevano in buona fede diventare altrettanti Ciceroni? Gli umanisti, che spesso furono insegnanti, dovettero, seguitando le proprie tendenze, contribuire non poco a dare all’insegnamento un certo indirizzo pedantesco; Vittorino da Feltre, con la larghezza del metodo e degli intendimenti suoi, è fra essi una eccezione, se non unica, certo assai rara.
I pedanti sono figli, non in tutto legittimi, se si vuole, ma pur figli, dell’umanesimo, e l’umanesimo nel Cinquecento, se muta tempre in parte, se si fa meno bisbetico e più liberale, conserva, ciò nondimeno, nel fondo, le qualità e gli intendimenti che lo avevano contraddistinto nel secolo precedente. Gli è nel Cinquecento che il ciceronianismo si fa più invadente e più intollerante; gli è nel Cinquecento che noi troviamo oltre a una dozzina di latinisti inferociti, intesi a screditare in tutti i modi il volgare, e a dire che per gli italiani era una vergogna scrivere italiano anzichè latino[296]. Come si vede, i pedanti non erano poi in quel mondo come pesci fuor di acqua, o come piante venuteci su a dispetto dell’aria e del suolo, e a prima giunta non s’intende bene perchè il Cinquecento si sia, per mille bocche e mille penne, tanto burlato dei fatti loro, se i fatti loro erano un pochino i fatti suoi, e se i burlati potevano rispondere con un Medice, cura te ipsum, o a dirittura con un De te fabula narratur. Ma il Cinquecento ha in sè molte svariate cose e molti, diversi, e spesso opposti indirizzi; e quando si consideri un po’ più da presso ciò che gli si agita dentro, e i moti contrarii che lo traggono in qua e in là, s’intende come esso abbia potuto promuovere e respingere, in un tempo medesimo, le medesime cose, favorirle e avversarle, volerle e deriderle. Gli è, del resto, ciò che più e meno avviene in ogni tempo entro alle civiltà più complesse e più mobili.
A dispetto di non poche titubanze e di non poche contraddizioni, il Cinquecento è secolo novatore, secolo di ribellioni e di riforme, pieno di vivi fermenti e d’audace irrequiete. Lo affatica uno spirito indocile, che sentendosi a disagio entro l’angustia della tradizione, si sforza di slargare tutto intorno i termini del pensiero e della vita. Si comincia allora a sfatare la consuetudine, a scuotere l’autorità. Aristotele, che per tanti secoli aveva rette e disciplinate le menti, si vede sorgere a fronte risoluti avversarii; il dogma, di qualunque specie esso sia, è fatto oggetto di libero esame. Nascono le scienze d’osservazione e di sperimento, chiamate, sin da principio, a mutar faccia al mondo; nasce la critica; nasce nuova filosofia. In materie di lettere, se c’è chi fa l’imitazione articolo di fede e condizion di salute, c’è pure chi la nega e la schernisce, e chiede e insegna la libertà dell’ingegno e dell’arte; se dieci vogliono si scriva latino, cento vogliono si scriva, e scrivono, italiano, e l’italiano pongono sopra il latino; e se nel parlare e nello scrivere italiano, sono, come dice Baldassar Castiglione, certi scrupolosi, i quali, con una religion e misterii ineffabili di questa lor lingua[297], spaventano altrui, riuscendo essi stucchevoli, sono pure moltissimi spregiudicati, i quali parlano e scrivono di vena, con nativa proprietà, con ispontanea eleganza, e si ridono dei papassi del si può e del non si può, e dei loro falsi evangeli. In materia di coltura e di educazione, i migliori, possiam dire i più, sentono assai largamente. Non si dimentichi che il Cinquecento vagheggia un tipo ideale di uomo compiuto, capevole di tutti gli amori e di tutti gli interessi cui può dar esca l’incivilito costume, la vita varia ed intensa; e nel quale le potenze tutte armonizzate fra loro si sostentino a vicenda e si promuovano. Un uomo sì fatto non nasce nelle scuole dei pedanti, e la pedagogia che se lo proponga a modello non può esser quella di aridi grammatici, di vani, tronfii, miseri annaspatori di parole. E in fatto non è. Leon Battista Alberti, Maffeo Vegio, Enea Silvio Piccolomini, Pandolfo Collenuccio nel secolo XV; nel XVI Antonio Ferrari, Sperone Speroni, il Sadoleto, Bernardo e Torquato Tasso, Orazio Lombardelli ed altri non pochi, professano in fatto di educazione dottrine, porgono ammaestramenti, che già Vittorino da Feltre aveva recati in pratica, e che la scienza dei giorni nostri ammira, e non disconfessa. In mezzo a una società a cui Baldassar Castiglione consacrava il suo Cortegiano e Monsignor della Casa il suo Galateo, il pedante sconcio della persona e degli atti, ligneo d’animo, ispido d’inutile dottrina, estraneo alla vita, chiuso a ogni senso di bellezza e di gentilezza, non poteva essere considerato altrimenti che come una negazion vivente degli amori e delle aspirazioni de’ tempi, non poteva non attirar su di sè l’odio e la derisione.
E l’odio e la derisione dovevano (in parte l’abbiamo già veduto) trovare nella letteratura opportunità di soggetti, varietà di espressione, e segnare, passando da una ad un’altra forma di componimento, i varii gradi della intensità loro.
La derisione, non dirò men tagliente, ma meno vilificativa, è quella che investe il gergo pedantesco, e si esercita mediante una imitazione più o meno ingegnosa, ma caricata sempre, di esso. Questa imitazione talvolta si unisce ad altri elementi di satira in composizioni di più largo soggetto; tal altra porge essa l’elemento unico, o almeno principale, in composizioni apposite. Ne nasce quello che appunto fu chiamato stile pedantesco; ne nasce la poesia fidenziana.
Il gergo pedantesco non è cosa immaginata a solo scopo di canzonatura, o di celia, come la poesia maccheronica. S’indovinan subito le ragioni che dovevano persuadere al pedante l’uso di un linguaggio disforme dal comune, di un linguaggio intinto e intriso di latino; tanto più intinto ed intriso quanto più egli era pedante di buona lega; e basta gettar l’occhio sull’Hypnerotomachia di Francesco Colonna, non volendo citar altri esempii, per saper subito di che tempra quel linguaggio si fosse[298]. La poesia fidenziana prende il nome da quel Fidenzio Glottocrisio Ludimagistro, sotto specie del quale il conte Camillo Scrofa vicentino stampò, circa il mezzo del secolo XVI, alcuni sonetti, e qualche altro breve componimento, intitolandoli Cantici. Lo Scrofa non è, come fu creduto a torto, l’inventore di quella poesia[299]; ma a lui spetta il vanto, qual esso sia, di averla condotta a un grado di perfezione da cui rimasero non meno discosti i predecessori che gli imitatori suoi.
La satira dei Cantici non colpisce soltanto, bisogna dirlo, il gergo pedantesco, giacchè in essi Fidenzio fa manifesta la passione messagli nelle midolle dalla eximia alta beltate del giovinetto Camillo Strozzi, passione che lo strazia e lo consuma. L’innamorato ludimagistro ruba la prima mossa al Petrarca:
Voi, ch’auribus arrectis auscultate