Lo Scrofa ebbe, come s’è notato, imitatori in gran numero, e se nelle loro composizioni la satira prende più particolarmente di mira il gergo dei pedanti, si volge anche, non di rado, ad altri oggetti. In un sonetto del Giroldi si accenna alle contese che fervevano tra i toscani, sostenitori del volgare, e i pedanti, sostenitori del latino[300]; in un capitolo già citato di Metello Grafagnino, un pedante ricordando i bei tempi dei Maroni e dei Mecenati, quando, dice egli, i valentuomini pari suoi erano debitamente tenuti in pregio e onorati, si lagna forte della mutata condizione delle cose e del secolo

Infido, inerte, vafro e versipelle,

in cui gli è toccato di vivere. Tra i componimenti maggiori di cui va ricca la poesia fidenziana mi contenterò di ricordare l’Itinerario in lingua pedantesca di Giovanni Maria Tarsia, stampato in Vicenza nel 1574, e L’Hippocreivaga musa invocataria di Antonio Maria Garofani, stampata in Ferrara nel 1580, entrambi rarissimi. L’Itinerario è un lungo racconto in terza rima e cinque capitoli che certo pedante fa di un suo viaggio, e delle erumne perpesse tra’ Lucani. Un putto, per nome Costanzo, da lui trovato nel tugurio di un pescatore, fa qui l’officio che nei Cantici di Fidenzio appartiene a Camillo. Il pedante innamorato della leggiadria e de’ bei modi di lui, esclama:

O età gerula

D’ogni buon giogo quando se’ educata

Con scutica, solertia, amore e ferula.

Dopo varii casi ridicoli e strani il buon maestro capita in Pisa ed è da quegli scolari accolto con beffe e con dispregi[301]. L’Hippocreivaga musa è un cantico erudito e preceptorio in centottantasette ottave, cui tengono dietro otto sonetti. Parla in esso un pedante facendo un guazzabuglio pazzo di nomi mitologici, di favole e di ogni maniera di classiche reminiscenze[302]. Poesia fidenziana, o pedantesca, si continuò, del resto, a comporre anche nel secolo XVII; ma a differenza della maccheronica, essa rimase genere essenzialmente proprio dell’Italia[303].

La buaggine dei pedanti non poteva mancare di portare acconcio argomento ai novellieri. Nelle Cene di quel ghiribizzoso ed arguto ingegno del Lasca son due novelle in cui si narrano burle atroci fatte appunto a pedanti. Nella prima è un leggiadro, accorto e piacevole giovane, il quale dopo essere stato sette anni sotto la guardia di un pedagogo, il più importuno e ritroso che fosse giammai, trova, passati altri dieci anni, la opportunità di vendicarsi delle noje infinite e del danno che ne aveva avuto, e si vendica in modo bestiale, che io non ridirò[304]. La seconda narra di un altro pedante, il quale, essendo, come i più de’ suoi pari, villano, dappoco, povero, senza virtù e brutto, ardisce, nullameno, innamorarsi di una giovane bellissima e nobile, e le scrive lettere, e compone in lode di lei ballate e sonetti, i più ribaldi che mai si vedessero, e un capitolo che non n’avrebbero mangiato i cani. Il fratello della fanciulla, e alcuni amici suoi, per punirlo di tanta tracotanza, fattogli credere che l’amor suo fosse corrisposto, riescono una notte a trarselo in casa, e quivi, in iscambio del piacere ch’ei si aspettava, gli dànno tante frustate quante non ne può portare, lasciandolo mezzo morto; poi un fantoccio fatto ad immagine sua, e rivestito de’ suoi panni, pongono alla gogna di Mercato Vecchio, e lui da ultimo, dopo avergli con una fiaccola arso la barba e i capelli, empiendogli di vesciche il viso, e fatto un altro scherzo da non ricordare, cacciano fuori ignudo, sotto una pioggia dirotta[305]. Un altro pedante innamorato e burlato comparisce in una novella di Pietro Fortini[306]: a costui tocca in premio di rimaner sospeso a mezz’aria per una fune che doveva trarlo sino alla finestra della donna amata; burla a cui, in certi racconti del medio evo, si vede assoggettato Virgilio, o Ippocrate.

Assai più che la poesia fidenziana non faccia, queste novelle mostrano il mal animo che s’aveva contro i pedanti; ma il genere di componimento in cui la satira che li flagella si fa più piena e vigorosa, è la commedia, perchè nella commedia il pedante viene in persona a far mostra di ogni ridicolaggine sua, e ad esporsi al riso e alle beffe. Padre o progenitore di quanti pedanti comparvero nel Cinquecento, e poi, sulla scena può considerarsi quel Ludus, che nelle Bacchidi di Plauto non intende nulla delle inclinazioni e dei bisogni dell’alunno, nulla dell’amore, nulla di molte altre cose, e predica inutilmente una inutile sapienza, odiato dal giovane, che non cura i suoi avvertimenti, non sostenuto dal padre, che ricorda di aver fatto a’ tempi suoi ciò che appunto fa ora il figliuolo. Ma sarebbe errore il credere che gli innumerevoli pedanti della cui presenza si allegrano le commedie del Cinquecento, altro non sieno che riproduzioni di quel primo tipo plautino. I commediografi potevano bensì tener quel tipo presente e giovarsene; potevano anche copiarlo in tutto o in parte, come, a mo’ di esempio, fecero, Lodovico Domenichi nelle Due Cortigiane, e il Bibbiena nella Calandria; ma non avevano poi che a guardarsi d’intorno per trovar vivo e vero il comico personaggio, e bello e pronto a passare dalla scuola alla scena. Il pedante di quelle commedie nostre risale dunque, se vuolsi, come il servo imbroglione, come il parassita affamato, come il capitano millantatore, a una figura del teatro latino; ma è, bisogna tenerlo presente, più originale, più autonomo di tutti costoro, e ci si presenta sotto una moltiplicità di aspetti, con una varietà di movenze, che il servo, il parassita, il capitano non conoscono.

Michele Montaigne dice in uno de’ suoi Saggi[307]: «Je me suis souvent despité en mon enfance de voir ès comedies italiennes toujours un pedante pour badin». In fatto, il pedante che doveva poi trovar luogo anche nella commedia francese, compare assai per tempo nella italiana. La già citata Calandria del Bibbiena, rappresentata la prima volta in Urbino fra il 1504 e il 1508, ce ne mostra il primo esempio. Il Polinico della Calandria, modellato sopra il Ludus delle Bacchidi, già offre alcuni dei caratteri per cui più spicca il pedante sul teatro; ma alcuni soltanto, e quelli ancora hanno poco rilievo, come del resto par che si addica all’indole fiacca della intiera commedia. Egli è bensì, come la regola vuole, poco ascoltato dal discepolo Lidio, e molto beffato dal servo Fessenio; ma parla lingua piana e naturale, non l’intruglio di latino e di volgare che tutti i pari suoi usano sulla scena. Del resto egli non comparisce che una volta sola, e nulla conta nell’azione.