Nelle commedie dell’Ariosto non troviamo pedanti, nè in quelle di Francesco d’Ambra, nè in quelle di Giambattista Gelli, di Agnolo Firenzuola, di Girolamo Parabosco, del Varchi, del Salviati, del Cecchi, del Lasca, e di molti altri di cui sarebbe assai lunga la lista. Il Lasca scrisse bensì una commedia intitolata Il pedante, ma egli stesso poi, non sappiamo il perchè, la diede alle fiamme. Ritroviamo il pedante in due commedie di Pietro Aretino, nel Marescalco e nella Talanta, e se quello della Talanta somiglia molto al Polinico della Calandria, e non merita gli sia fatta attenzione, quello del Marescalco tocca già la pienezza del carattere comico che gli si appartiene, e vuol essere considerato come un modello imitato dopo da molti. Il Marescalco fu stampato la prima volta nel 1533, e da indi in poi le commedie in cui ha parte il pedante si moltiplicano fuor di misura: non essendomi possibile di tener dietro a tutte, e nemmeno di esaminare partitamente e raffrontar tra loro le principali, io mi contenterò di levare da questa e da quella quanto mi parrà più acconcio a dare una immagine, non di uno o di altro pedante in particolare, ma del personaggio in genere.
Come il capitano si dà a conoscere agli spettatori, prima ancor di aprir bocca, per quella durindana che si trascina dietro, per quella andatura che pare dia la mossa ai tremuoti, per quella guardatura a stracciasacco, il pedante dà subito contezza di sè per quel libro che ha in mano, per quel cappelletto frusto che gli coperchia il cucuzzolo, per quella gabbanella logora, o per quella toga sdruscita che lo insacca. Incede compassato, aggrotta le ciglia, leva in alto l’indice rigido di magistral sufficienza, e da tutta la sua strana e sparuta figura trasuda la dappocaggine, l’albagia, l’arroganza e, spesso spesso, la fame. Alle prime parole che gli escon di bocca l’uditorio si sganascia dal ridere. Egli parla con dottoral gravità, con sostenuto compiacimento il nobile linguaggio che lo distingue dal volgo, e poichè nessuno lo intende, si lagna d’aver a fare con gente grossa ed ignorante. «Non è più satievole et ispiacevol cosa», dice Metafrasto nei Torti amorosi di Cristoforo Castelletti, «che volere aguzzare questi ingegni rozzi, zotichi, scabri, ferruginei, rubigginosi, rintuzzati e sciocchi»[308]: e nei Vani amori del Loredano Alfesibeo rimprovera a Torello e Fabrino la loro ignoranza: «Per essere voi persone idiote e di ottuso cerebro sete esclusi da i termini di apprehendere gli eloquii retorici, e le speculate figure de i grammatici»[309]. Allora, come l’Ermogene della Prigione d’amore di Sforza degli Oddi, egli si restringe col suo «Tullio, ad accozzare insieme tutti i luoghi topici»[310]. La lingua che il pedante parla di solito è, come s’è inteso, un guazzabuglio di latino e di toscano; ma questa regola non è senza eccezione. Archibio, nel Travaglia del Calmo, usa una mescolanza di latino e di bergamasco; Favonio, negli Errori di Giacomo Cenci, una di latino e di siciliano; Melano nel Giardino d’amore di Lorenzo Guidotti (secolo xvii) una di latino e di napoletano. La composizione dell’intruglio varia, secondo che prevale l’uno o l’altro elemento, e varia ancora la intelligibilità di esso. Dal non potere o non volere gli altri personaggi della commedia intendere ciò che il pedante dice, nascono errori, bisticci, diverbii ridicoli. Nell’Interesse di Niccolò Secchi, Lelio, che è femmina in vesti maschili, e amante di Fabio, volge a significato osceno, per adattarlo alla condizion propria, il senso delle parole di Ermogene, suo pedante. Del gergo del pedante dice il parassita Ciacco nel Ragazzo di Lodovico Dolce: «Le parole di questo babuasso, mezze per lettera e mezze per volgare, mi pajono di quegli animali antichi, che avevano l’aspetto d’uomo e i piè di capra»[311]. Vedendo di non poter essere inteso, il pedante si risolve talvolta di parlate idiotamente, come nel Marescalco dell’Aretino[312], ma non ci riesce. Sofronio, nelle Stravaganze d’amore di Cristoforo Castelletti, oltre che nel solito gergo, parla anche in prosa rimata: «È vana cotesta temenza: perchè le quadrella de la favella che l’arco di qualunque, quantunque mordace, bocca iscocca, non sono a fieder possenti le persone lontane, ecc.»[313].
Il pedante da commedia, come quello vero, di regola non fa stima che della lingua latina e degli scrittori latini; ma se egli si risciacqua del continuo la bocca coi nomi di Cicerone e di Virgilio[314], qualche volta anche si vanta di aver sulle dita le eleganze toscane, di conoscere a fondo i gran maestri dell’idioma volgare. Il già ricordato Metafrasto dei Torti amorosi cita Dante e il Boccaccio; Agasone nella Fanciulla di Giambattista Marzi, e Aristarco negli Ingiusti sdegni di Bernardino Pino, leggono certe stanze da essi composte a imitazione del Petrarca; Aristarco si vanta di avere commentato la duodecima giornata del Decamerone[315]. Ma un genere di componimento di cui molto si compiace il pedante è il sonetto volgare con le rime latine. Il pedante del Marescalco ricorda certa sua maccheronea; ma questa è una eccezione.
Dice Sofronio nelle Stravaganze d’amore: «I nostri ragionari deono esser puri, sinceri, schietti, candidi, ignudi d’ogni velo di stomacosa affettatione»[316]; ma noi abbiam già veduto come egli osservasse i proprii precetti. Parlando, il pedante di buon conio osserva la gradazione, nota figure grammaticali e retoriche, bolla solecismi, propone etimologie, reca in mezzo definizioni, adduce sentenze, cita autori, chiosa testi, apre e chiude parentesi, indica persino l’interpunzione. Non è mai al proposito. Di qualunque cosa gli si parli, anche quando più stringa il bisogno, egli toglie occasione a trarre in mezzo qualche bella autorità, o qualche esempio notabile, ed essendo tutto parole, si vanta, come l’Aristarco degli Ingiusti sdegni, che se molti fossero i pari suoi, tosto tornerebbero al mondo gli Antonii, i Catulli, i Crassi, i Gracchi e quegli altri omaccioni del tempo antico[317]. Argomenta secondo tutte le forme del sillogismo, concede la maggiore, nega la minore, e tenendosi sempre a cavallo della logica, dice spropositi da cavallo. Ha sempre qualche regola generale da applicare al caso particolare, non mai qualche avvedimento o consiglio che possa far pro. Ha egli da ammonire un giovane innamorato? La natura d’amore si è questa, e Platone dice così. Si duole taluno con lui di cosa che gl’intravenga? Udite questo passo di Seneca. Vuol egli biasimare i suoi tempi? Eccolo con l’auri sacra fames, e l’o tempora, o mores. Gli è la troppa dottrina che porta così: Agasone confessa che l’avere troppo famigliare Cicerone talvolta gli nuoce[318]. Come non dar ragione a Flaminio, quando, dopo aver sopportato un pezzo i nojosi discorsi del suo precettore, esclama: «Io non credo che sia il più ladro romper di testa, nè il più crudo crepacuore che l’esser sforzato di dare orecchia a uno di questi pedanti!»[319].
Il discepolo che, come quello introdotto da Persio in una delle sue satire, è sempre svogliato, e a cui un primo amore moltiplica nell’animo l’odio nativo al giogo magistrale, e il servo che gli tien di mano, sono i primi e più naturali nemici del pedante, ma non sono i soli. De’ personaggi che gli stanno intorno nessuno gli è amico propriamente, nemmeno il padre dell’alunno, ed egli è sempre alle prese con capitani, con bari, con parassiti, con parabolani, con baldracche, bastonato spesso, deriso e vituperato sempre. Nel Marescalco, un giovane paggio e quella mala zeppa di Giannico gli appiccan dietro certi scoppietti, cui poi dan fuoco; nel Travaglia del Calmo è preso a sassate da un Garbino, ragazzo; nell’Altea, di Giovanni Sinibalbo da Morro, è messo in un sacco; nella commedia di Francesco Bello, appunto intitolata Il Pedante, egli, sebbene si dica eletto et approbato da sua Santità, censore et maestro regionario, con stipendio congruo et condecente, finisce solennemente picchiato. Non dico nulla delle beffe e dei biasimi, che cominciano con istravolgere nelle più strane guise il nome del malcapitato, nome già di per sè molte volte ridicolo[320], e finiscono con invettive e contumelie. Metafrasto è dal servo Balestra chiamato armario, archivio, calendario di tutte le castronerie, chiavica delle sciocchezze[321]; nell’Altea di Giovanni Sinibaldo un altro servo regala al pedante Plauto l’obbrobrioso nome di Gano di Maganza. Nella Turca di Giovan Francesco Loredano, Agrimonio, minacciato di legnate, si salva ricordando che gli Oratori sono rispettati da tutte le leggi humane; ma discepolo e servo lo caricano di vituperii, con versi ridicoli fatti ad imitazione dei suoi. Nella Fantesca di Giambattista Della Porta, Essandro, minacciando Narticoforo di andargli dietro sino a Roma per ucciderlo, grida: Non so io che abiti vicino al Culiseo?[322]. Il povero pedante non ha che un personaggio solo con cui ricattarsi di tutte le beffe e di tutte le busse che gli toccano, e questo è il capitano, spesso suo rivale in amore. Il capitano sbravazza, inveisce, ma finge di non volere adoperar l’arme contro un vile pedante, e allora il vile pedante, col volume che ha tra le mani, gli dà un picchio in sul capo e gli fa levar le calcagna. Ho accennato a rivalità d’amore: non di rado infatti il pedante è innamorato, e s’intende, senza dirlo, che di quanti pedanti son sulla scena, l’innamorato è il più ridicolo. Allora i suoi sospiri, i suoi vezzi, le sue smanie, le epistole amatorie che detta, i versi che compone, i discorsi che studia e manda a memoria, sono nuova occasione di scherno, e spesse volte di peggio. E come se tanto non bastasse, dopo avere per tutta la durata della commedia fatto ridere alle sue spalle, egli, non di rado, rimasto solo sulla scena, dà licenzia agli spettatori, e con l’ultime sue parole suscita l’ultima risata.
Il lettore non l’avrà, spero, a male, se dopo avergli mostrato qual fosse in genere il personaggio comico del pedante, io gli faccio passar dinanzi un po’ più a bell’agio il pedante di una particolare commedia, il pedante più perfetto che sia sul teatro, il pedante di quella singolarissima commedia che è il Candelaio di Giordano Bruno. Egli si chiama Manfurio e Pollula è il suo discepolo. Entrando in iscena la prima volta, egli trova costui in compagnia di certo Sanguino, furfante di tre cotte, e lo saluta benignamente e latinamente: Bene reperiaris, bonae melioris optimaeque indolis adolescentule! Quomodo tecum agitur? ut vales? L’alunno si scusa in volgare di non potersi trattener oltre con lui, ed egli:
Ho buttati indarno i miei dictati, li quali nel mio almo minervale (excerpendoli da l’acumine del mio Marte) ti ho fatto nelle candide pagine col calamo di negro atramento intincto exarare. Buttati, dico, incassum, cum sit che a tempo e loco, earum servata ratione, servirtene non sai. Mentre il tuo precettore con quel celeberrimo apud omnes, etiam barbaras, nationes, idioma lazio ti sciscita, tu etiamdum, persistendo nel commercio bestiis similitudinario del volgo ignaro, abdicaris a theatro literarum, dandomi responso composto di verbi, quali da la balia et obstetrice in incunabulis hai susceputi, vel, ut melius dicam, suscepti. Dimmi, sciocco, quando vuoi dispuerascere?
Sanguino. Maestro, con questo diavolo di parlare per gramuffo, o catacumbaro, o delegante e latrinesco, ammorbate il cielo e tutto il mondo vi burla.
Manfurio. Sì, se questo megalocosmo e machina mundiale, o scelesto et inurbano, fusse de’ pari tuoi referto e confarcito.
La scena seguita su questo tono, finchè Marfurio, riconciliatosi con l’alunno e con Sanguino, gli accomiata dicendo: Itene dunque coi fausti volatili! Rimasto solo, trova una nuova etimologia di muliercula, derivandola da mollis Hercules, e affrettandosi per andare a notarla nel libro delle proprie elucubrazioni, esclama: Nulla dies sine linea![323].