Sorpasso a una scena comicissima[324] nella quale un messer Ottaviano finge di non poter reggere alla dolcezza che gli mette nell’animo il parlar di Manfurio, poi, fattisi recitare da costui certi versi, scelleratissimi, muta registro e lo schernisce, scimmiottandolo; sorpasso a un’altra[325], nella quale Manfurio legge a Pollula certi altri suoi versi, insegnandogli l’arte di fare i punti secondo la ragione dei periodi e a profferire con la dovuta energia; sorpasso a una terza[326], in cui Manfurio fa derivare la parola pedante da pede ante, «utpote quia have lo incesso prosequitivo, col quale fa andare avanti gli erudiendi pueri», e Giovanni Bernardo, pittore, la fa derivare da pe, pecorone, dan, da nulla, te, testa d’asino; e vengo alle scene capitali, dove toccano a Manfurio gli ultimi danni e le ultime vergogne. Corcovizzo, altro furfante, socio di Sanguino, di Barra e di Marca, fingendo di voler cambiare sei doppioni, arraffa a Manfurio una decina di ducati[327]. Vedendo il gaglioffo darsela a gambe, Manfurio grida con quanto fiato ha in corpo: «Olà, olà, qua, qua! ajuto, ajuto! Tenetelo, tenetelo! A l’involatore, al rurreptore, al surreptore! Al fure, amputatore di marsupii et incisore di crumene!». Accorrono Barra e Marca, i quali, fingendo di non intendere ciò che il pedante si voglia con quel fure e con quel surreptore, si lasciano fuggire il ladro di mano.

Barra ... E voi per che non cridavate al mariolo, al mariolo? che non so che diavolo di linguaggio avete usato.

Manfurio. Questo vocabolo che voi dite non è latino, nè etrusco, e però non lo proferiscono i miei pari.

Barra. Perchè non cridavate al ladro?

Manfurio. Latro, assassinator di strada, in qua, vel ad quam latet. Fur, qui furtim et subdole, come costui mi ha fatto, qui et subreptor dicitur a subtus rapiendo, vel rependo, per che sotto specimine di uomo da bene, mi ha decepto. Oimè, i scudi! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Marca. Dite, perchè non correvate a presso lui?

Manfurio. Volete voi, ch’un grave moderator di ludo literario e togato avesse per publica platea accelerato il gresso?[328].

Soppraggiunge Sanguino, il quale dice di sapere chi sia il ladro, e dove si appiattì, e promette al pedante di fargli ricuperare gli scudi, purchè vada con esso loro in traccia del reo. A tal fine gli fa mutare i panni magistrali coi cenci degli altri due compari[329]; dopo di che i tre lo conducono in una casa con due porte, abitata da certe meretrici, e lasciatolo sotto un atrio, se ne vanno tranquillamente pei fatti loro. Questo secondo inganno è narrato dallo stesso Manfurio[330], e non è l’ultimo: ora viene il maggiore. Ecco in iscena Sanguino, Marca, Barra e Corcovizzo travestiti da sbirri[331]: Manfurio, per sua disgrazia, capita loro tra’ piedi. I falsi sbirri non lo riconoscono per maestro, fingon di credere ch’egli abbia rubato quel mantelletto che ha indosso, lo assoggettano a un ridicolo esame, mostrano d’intender male quanto egli dice dei generi e lo chiudono in una stanza per poi condurlo innanzi al magistrato. Al finire della commedia lo trascinano di nuovo sulla scena e il capitan Sanguino gli offre di lasciarlo andar libero a patto che dia tutti i denari che ha in borsa, o si prenda dieci spalmate, o cinquanta staffilate a scelta. Non volendo perdere quei pochi scudi che ancor gli rimangono, il pover uomo nega di averne ed elegge le spalmate; ma, fatto saggio delle prime, chiede in grazia le staffilate. Barra se lo leva sulle spalle, Marca lo tien per i piedi, Corcovizzo gli spunta le brache, e Sanguino comincia a batter la zolfa, ordinando al pedante di tener bene il conto.

Sanguino. Al nome di S. Scoppettella, conta, tof.

Manfurio. Tof, una. Tof, oh, tre. Tof, oh, ohi, quattro. Tof, oimè, oimè! Tof, ahi, oimè. Tof, o per amor di dio, sette.