Sanguino. Cominciamo da principio un’altra volta; vedete se dopo quattro son sette. Dovevi dir cinque.

Manfurio. Oimè! che farò io? Erano in rei veritate sette.

Sanguino. Dovevi contarle ad una ad una. Orsù via, di nuovo. Tof.

Manfurio. Tof, una. Tof, oimè! due. Tof, tof, tof, tre di dio. Tof, non più. Tof, tof, non più! chè vogliamo, tof, veder ne la giornea, tof, che vi saran alquanti scudi.

Sanguino. Bisogna contar da capo, chè ne ha lasciate che non ha contate.

Barra. Perdonategli di grazia, signor capitano, per che vuol far quell’altra elezione di pagar la strenna.

Sanguino. Lui non ha nulla.

Manfurio. Ita, ita; chè adesso mi ricordo aver più di quattro scudi.

Invece di quattro, gli sbirri gli trovano sette scudi, e già si accingono a levarlo di nuovo a cavallo per punirlo con altre staffilate di quella menzogna, quand’egli li placa, lasciando loro nelle mani, oltre agli scudi, anche il mantello e la giornea; poi, rubato, burlato, bastonato, ma non guarito della sua pedanteria, ricomincia a sgramuffar come prima, e con un ultimo, ridicolo sproloquio accommiata gli spettatori. Questo Manfurio non è, del resto, il solo pedante immaginato dal Bruno: un altro se ne trova, come abbiam veduto, nella Cena de le ceneri, e più altri nel De la causa, principio et uno, nel De l’infinito universo e mondi, nella Cabala del cavallo pegaseo.

Il personaggio del pedante, come quello del capitano, passando d’una in altra commedia, si esagera sempre più, si fissa in certi caratteri, tende, come il capitano appunto, come il dottore, come il servo, a diventar maschera[332]. Cresce in pari tempo il numero delle commedie in cui esso compare: Giambattista Guarini lo introduce nella Idropica; Gerolamo Razzi nella Gostanza; Giambattista Della Porta in quattro delle sue dodici commedie, e nelle loro lo introducono altri parecchi. Poi un bel giorno il pedante passa dalla commedia erudita nella commedia a soggetto; ma non vi prende quel luogo che parrebbe vi dovesse prendere. Probabilmente gli nocque il carattere troppo letterario, e la difficoltà che incontravano autori di poche lettere a maneggiare la lingua pedantesca[333]. Flaminio Scala compose uno scenario intitolato per l’appunto Il Pedante. Cataldo è un tristo della peggior risma, il quale si caccia nelle famiglie, e con bei modi e paroline accorte si fa passare per uomo integerrimo. Maestro del figliuolo di Pantalone, s’invaghisce d’Isabella, moglie di costui, e tenta di trarla alle sue voglie. Moglie e marito ordiscono una trama. Cataldo è colto nella camera della donna e tratto in camicia sulla scena. Tre servitori, vestiti da beccai, con gran coltellacci tra mani, vengono per fargli un brutto scherzo; ma ad istanza di certo capitano si muta il troppo crudo castigo in una solenne bastonatura. Da ultimo egli è cacciato con gran vergogna, come uomo infame e vituperoso ad essempio de gli altri pedanti manigoldi e furfanti come lui[334]. Come si vede, questo Cataldo ha qualche somiglianza con l’Ipocrito dell’Aretino e col Tartufo del Molière.