Le accoglienze e i festeggiamenti furono solenni e trionfali, degni in tutto dell’ospite augusto, degni di quella magnifica Signoria, degni della città più opulenta e fastosa che fosse allora in terra di cristiani; di quella che, nonostante alcun segno di già cominciata decadenza, nativi e forestieri s’accordavano a chiamare la regina dei mari, la meraviglia del mondo.

Già più giorni innanzi, il Senato aveva mandato incontro al principe fortunato, sino a Vienna, il segretario Bonriccio. Alla Pontebba, cioè al confine, cominciarono le onoranze maggiori. Patrizii illustri inchinarono il re al suo entrare nel territorio della Repubblica, e gli diedero il benvenuto; il duca di Ferrara gli andò incontro sino a Spilimbergo; e dovunque erano artiglierie, salve fragorose e ripetute diedero segno di esultanza e fecero plauso al suo passaggio. La sera del 17, un sabato, il re giunse a Murano, già celebre sin da allora per l’artificio mirabile de’ suoi vetri, e vi passò la notte. Il giorno seguente, il doge in persona, accompagnato da tutta la Signoria, andò a levarlo con una galea soprammodo pomposa e lo condusse al Lido, ove era eretto, davanti alla chiesa di San Niccolò, un magnifico arco trionfale, opera del famoso Palladio, e di contro all’arco una grande e bellissima loggia, con dieci colonne d’ordine corinzio, e con figurate all’intorno tutte le virtù. Al Lido fu celebrata una messa, e poi il re fu condotto in Bucintoro al palazzo Foscari, dove ogni cosa era apparecchiata per degnamente ospitarlo, e quaranta giovani gentiluomini erano ordinati a servirlo. La notte ci fu grande luminaria per tutto il Canal Grande, e nei giorni seguenti le feste succedettero alle feste, gli spettacoli agli spettacoli, ininterrottamente, con tanta magnificenza e pompa, con sì grande concorso e letizia di popolo, che nulla di simile si ricordava, nè s’era veduto mai, nemmeno al tempo dell’entrata in Venezia di Caterina Cornaro, già stata regina di Cipro. Il lunedì si fece una grandissima regata d’ogni sorte legni, cosa che al giovane re riuscì al tutto nuova, e incontrò molto il suo gradimento. Il martedì entrata solenne del duca di Savoja, che con molti altri signori veniva ad ossequiare il re di Francia. Il mercoledì sontuoso banchetto nelle sale del Palazzo ducale, preceduto da un Te Deum in San Marco, rallegrato da musiche e concerti inauditi, e seguito dalla rappresentazione di una tragedia in canto: le mense erano imbandite per tremila persone. Il giovedì il re fece visita al doge, e poi fu a una festa privata nel palazzo del Patriarca Grimani, del quale visitò anche il celebre studio d’antichità, o vogliam dire museo. Il venerdì giunsero in Venezia il duca di Mantova e il Gran Priore di Francia, e il buon re ebbe il gusto di prender parte in Consiglio alla elezione dei magistrati, e diede palla d’oro per Giacomo Contarini, che fu fatto dei Pregadi: la sera fuochi artificiali meravigliosi davanti al palazzo Foscari. Il sabato visita all’Arsenale, che era ancora il primo del mondo, seguita da una bellissima colazione di confezioni, e di frutti di zuccari, coi cortelli, con le tovaglie, coi piatti, e con le forcine (cosa non più escogitata) fatte di zuccaro. La domenica ballo nella sala del Gran Consiglio, dove si trovarono dugento gentildonne di singolar bellezza, tutte vestite di bianco, e adornate di perle, e d’infinite gioje di uno incredibil valore; poi colazione ricchissima con sessanta maniere di confezioni. Il lunedì guerra di bastoni fra Castellani e Niccolotti al Ponte dei Carmini. Tutti i giorni, alle due ore di sera, singolarissimi concerti dinanzi al palazzo Foscari[340].

Il martedì finalmente, decimo giorno dall’arrivo, si partì il re da Venezia, innamorato di quella città e di quel popolo, cattivato da quelle accoglienze, stupito di tante impareggiabili pompe, lasciando molti e cospicui pegni del suo gradimento e del suo favore, e giurando, affermano gli storici, ch’egli era per serbare eterna e fedele memoria dell’onore fattogli e della dimostratagli benevolenza. Ma gli storici che diedero particolareggiato ragguaglio di quegli avvenimenti memorabili; gli storici che ricordano come il re visitasse nel Fondaco dei Tedeschi il banco di quei Fugger, ricchi sfondolati, i quali, usi di soccorrere di denari imperatori e papi, potevano anche a lui far comodo di cento o dugentomila fiorini, e come comperasse da uno di quegli orafi di Rialto uno scettro di grandissima valuta e di mirabil lavoro; gli storici, dico, non accennano neanco di passata a un altro fatto del principe, fatto che può avere poca importanza per la storia di Polonia e di Francia, ma che per noi ne ha moltissima. Un bel giorno, ma più probabilmente una bella notte, il giovane re, abbarbagliati gli occhi dallo sfolgorio dei drappi d’oro, degli ostri, dei giojelli, delle argenterie, delle luminarie e dei fuochi artificiali; intronati gli orecchi dalle lunghe dicerie, dagli innumerevoli versi recitati in suo onore, dai singolarissimi concerti e dallo sbombardamento delle artiglierie; imbuzzito a furia di desinari interminabili, e di colazioni ricchissime; leggermente fastidito delle cerimonie ufficiali, e, si può credere, messo in uzzolo dalla vista di tante belle patrizie, sentì desiderio di alcun gaudio più tranquillo e più intimo, e uscito alla chetichella dal miracoloso palazzo che ancora si specchia nell’acque del Canal Grande, se n’andò, guidato senza dubbio da un Mentore servizievole e discreto, in contrada di San Giovanni Crisostomo, e quivi picchiò all’uscio di una casa di onesta e decorosa apparenza, entro la quale fu immantinente ricevuto. In quella casa abitava Veronica Franco, veneziana di nascita, cortigiana di professione, poetessa per inclinazione e per ingegno. Il serenissimo doge e l’almo Senato non avevano pensato che Enrico di Valois, re di Polonia e di Francia, non passava il ventesimoterzo anno dell’età sua.

La notizia del fatto memorabile noi la dobbiamo alla Veronica stessa, la quale, in una lettera scritta appunto all’invittissimo e cristianissimo Re Enrico III, e che è la seconda del suo volume di Lettere familiari a diversi, ricorda con legittimo orgoglio il giorno felice in cui egli degnò di sua regale presenza l’umile abitazione di lei. La Veronica non entra in altri particolari circa il colloquio; ma noi abbiamo ragione di credere che il re ne rimanesse contento, perchè in partirsi tolse un ritratto di lei, condotto in ismalto, e fece molte benigne e graziose offerte, le quali non sappiamo che seguito avessero. Nella lettera ella promette di dedicare a lui un suo libro, e gli manda intanto due sonetti, nel primo dei quali la visita di lui è assomigliata alle visite che Giove si degnava di fare in antico alle povere mortali, e nell’altro ella esprime il desiderio di alzar fuor del mondo e sopra il cielo con le sue lodi il giovane eroe

In armi, e in pace, a mille prove esperto.

Ma che donna mai era cotesta Veronica, e quali le sue prerogative, perchè un re coronato, ospite della più illustre e possente delle repubbliche, andasse, in occasione di tanta solennità, a visitarla nella propria casa di lei, ne togliesse come grato ricordo il ritratto, le facesse graziose e generose profferte? Che donna era cotesta, la quale poteva farsi lecito di scrivere a cotal re una lettera in cui quella visita e quelle altre particolarità erano ricordate, poteva offrire e promettere un libro in cui ella, Veronica, avrebbe celebrato e glorificato quel re, e poteva far pubblica quella lettera per le stampe, di maniera che a ognuno fosse dato vederla? Se noi diciamo ch’ella era una cortigiana, come innegabilmente era, ci par di dire cosa la quale non solo non giustifichi e non ispieghi i portamenti di lui e di lei, ma dovrebbe, piuttosto, far supporre di lui e di lei portamenti in tutto diversi. Ora, nè il re mostra di vergognarsi della famigliarità ch’egli ha con la cortigiana, nè la cortigiana mostra di sospettare che il re possa vergognarsene, e che per conseguenza s’addica a lei un prudente riserbo e una lodevole discrezione. Ma se così è, vorrà dire che quel nome di cortigiana, non ha, o non aveva allora, il pessimo significato che gli si suole attribuire; vorrà dire che la cortigiana non era giudicata così severamente come pare a noi che dovrebb’essere giudicata, e che il più mite e benevolo giudizio le permetteva di tenere nella civil società un luogo che non avrebbe altrimenti tenuto, di godere immunità e benefizii che non avrebbe altrimenti goduto.

Procuriamo dunque, prima di andare innanzi, di farci un giusto concetto di ciò che fosse la cortigiana nel Cinquecento, e gioviamoci a tal fine delle testimonianze e dei giudizii dei contemporanei. Tali testimonianze e tali giudizii non sempre sono concordi, anzi si contraddicono spesso; ma se noi riusciamo ad intender bene le ragioni che variamente muovono giudici e testimoni, le contraddizioni si spiegheran facilmente, e non ci torran di conoscere il vero delle cose. La digressione sarà un pochino lunga, ma, oso sperare, non nojosa; e se, giunti al termine di essa, avremo acquistato della cortigiana, dei suoi costumi, della sua condizion di vita, una nozione più piena e più esatta che prima non avevamo, ci riuscirà incomparabilmente più agevole intender l’animo e la vita di Veronica Franco, alla quale allora ritorneremo[341].

II.

Sperone Speroni, in una Orazione che compose contro le cortigiane e le innumerevoli loro opere irrazionali, esce a un certo punto in queste formali parole: «Dico adunque..... che la cortigiania delle male femmine è una antica, ma vile e sozza professione, novellamente di gentil nome adornata. Scorti altra volta latinamente e meretrici per vero nome solea chiamarle la Italia; ma per più vero e più proprio si nominavano peccatrici. Io veramente sendo fanciullo con tal disprezzo sentia parlarne per le contrade, mentre passavano alla sfuggita, che quelle istesse, che ogni vergogna parea che avessero per niente, dalla natura sospinte, che razionali l’avea pur fatte, al lor dispetto arrossavano; ed era tanto cotal rossor vergognoso, che vincea l’altro, ond’elle il viso si ricopriano: or non so come, o per qual cagione l’uso del mondo, che in fatto e in detto è corrotto, le voglia chiamar cortigiane»[342]: egli, lo Speroni, le chiama invece monstri infelici. Poniamo che in questa lamentazione ci sia parecchia retorica, e che nel tempo in cui l’autore di essa era fanciullo, cioè nei primi anni del secolo XVI, le peccatrici non fossero così pronte ad arrossire come egli pretende; di vero c’è ad ogni modo una cosa per noi molto importante, anzi due: la prima, che l’uso del mondo voleva allora si chiamassero cortigiane quelle che in passato si solevano chiamar peccatrici (o altrimenti, chè lo Speroni non si cura, o forse non si degna, di ricordare altri nomi); la seconda, che queste cortigiane erano imbaldanzite molto, e non si vergognavano più tanto di loro condizione come in passato se n’erano vergognate; il che non vuol dir altro se non che quella condizione sembrava molto men vile agli occhi lor proprii e agli occhi altrui.

Il mutamento del nome rivela in questo caso un mutamento profondo avvenuto nelle idee e nella vita. Il nome di peccatrice era suggerito da certi concetti fondamentali della credenza religiosa e della morale cristiana, e implicava biasimo assoluto, senza temperamento alcuno: il nome di cortigiana è suggerito da tutt’altri concetti, in massima parte contrarii a quelli, e non solo, per sè, non implica biasimo, ma, anzi, implica lode, e, starei per dire, glorificazione. Esso rimanda senz’altro al Rinascimento, alla sua coltura, alle sue tendenze, al nuovo intuito delle cose, e al nuovo sentimento della vita che quello recò nel mondo. In fatti, dov’è che la coltura del Rinascimento, e la vita informata a quella coltura, riescono più intense, più piene, e raggiungono la perfezione loro? Nelle corti e intorno alle corti. E qual è l’uomo in cui meglio si personifica quella coltura, e che più pienamente sa vivere quella vita? Il cortigiano perfetto, quale l’ha descritto nel famoso suo libro Baldassar Castiglione. Ora, per sè stesso, il nome di cortigiana non diversifica da quello di cortigiano se non pel genere; è, come quello, nome di tutto onore, e suggerisce, al par di quello, l’idea (molte volte contraddetta dai fatti, nol nego) che la persona designata per esso sia persona ornata d’ogni pregio e virtù, persona compita, della cui conversazione nessuno s’ha a vergognare, come essa non s’ha a vergognare della sua qualità.