Il Rinascimento fiorito chiama dunque con nome onorifico la donna che l’età precedente chiamava con nome d’infamia; al qual proposito non si vuol dimenticare che un altro nome onorifico viene a lei dato nel Cinquecento, ed è quello di signora. Ma qui non si tratta di un semplice mutamento di nome, come potrebbe a prima giunta sembrare, e come, a torto, lo Speroni vorrebbe lasciar credere. Sotto il nome mutato c’è la cosa anch’essa mutata; e se la cortigiana rimaneva pur sempre una peccatrice, non era più la peccatrice di prima. Vero è che, l’uso degenerando in abuso, il nome di cortigiana fu molto spesso dato nel Cinquecento a tutte le donne di mala vita, indistintamente; ma di quanti altri nomi, serbati in principio a un uso particolare, non è avvenuto lo stesso?[343]. Tutti i nomi che hanno dell’onorevole vanno soggetti a indebite appropriazioni, a illegittime estensioni di significato. Da altra banda, se le donne tutte di mala vita furono spesso nel Cinquecento chiamate cortigiane, non è men vero, che si cercò, allora stesso, con qualificazioni e con aggiunti di più e men felice invenzione, di ripristinare le distinzioni opportune, e toglier di mezzo l’equivoco. Così è che in certo censimento della città di Roma, fatto ai tempi di Leone X[344], si trovano le denominazioni di cortesana, o di curiale, senz’altro, che dicono, l’una in volgare, l’altra in latino, il medesimo; di cortesana puttana, di cortesana da lume o da candela, e di cortesana onesta. A noi quell’accozzo di cortesana e di onesta sembra veramente una cosa assai strana; ma ai contemporanei di Leone X non sembrava così. Giovanni Burchard, maestro di cerimonie di Alessandro VI, e vescovo di Città di Castello, narra una curiosa storia di certa Cursetta romana, da lui chiamata, senza esitazione alcuna, meretrix honesta, e narra pure come l’ultima domenica d’ottobre dell’anno 1501, vigilia d’Ognissanti, cenarono col duca Valentino, nel Palazzo apostolico, cinquanta meretrices honestae, cortegianae nuncupatae, le quali dopo cena danzarono ignude e fecero altre prove di lor valentia e di lor arte in presenza di esso duca, della sorella di lui Lucrezia, e del padre di entrambi, il buon pontefice Alessandro VI[345]. Questo passo del famoso diarista prova, tra l’altro, che il nome di cortigiana era venuto in uso, secondo ogni probabilità, già qualche anno prima del 1500, e che lo Speroni assegnava a quel nome un’origine troppo tarda[346]. In un libro di memorie della famiglia Chigi, scritto da quel Fabio Chigi che poi fu papa col nome di Alessandro VII, la famosa Imperia è chiamata nobilissimum Romae scortum[347]. Il censimento testè citato fa anche ricordo di cortigiane piacevoli e di cortesane della minor sorte, e usa altri nomi che non accade ripetere. Da canto suo Marin Sanudo chiama in un luogo de’ suoi Diarii le cortigiane di lusso puttane sontuose, e onorata e nominata meretrice chiama in un altro certa signora Angiola. Una Lista fiorentina dell’anno 1569 classifica le meretrici in ricche, mediocri e povere[348], e le ricche sono per lo appunto le cortigiane oneste.

Vediamo dunque un po’ più da vicino qual fosse la condizione, quali fossero i costumi e i portamenti di queste cortigiane oneste, o se troppo dispiace l’associazione di quel sostantivo e di quell’aggettivo, delle cortigiane senz’altro, avvertendo che noi non vogliamo badare ora se non a quelle cui tal nome appartiene più ragionevolmente, a quelle cioè che debbono in molta parte il carattere e l’esser loro alla civiltà del Rinascimento. Delle altre, più numerose assai, cui quella civiltà non educò, non trasformò, non vogliam tener conto.

Chiamata a vivere in mezzo ad una società in cui la coltura era largamente diffusa, e che aveva la coltura in grandissimo pregio, la cortigiana doveva esser colta, tanto più che le donne oneste erano, in certe classi, spesso coltissime. Nella commedia del Guarini intitolata L’Idropica, Loretta, che è una figura non molto viva, ma, se si può dire, molto corretta di cortigiana compita, così parla di sè: «vedendo mia madre (perchè già la sua macina faceva più crusca assai, che farina) la buona piega della vita mia, pensò di rinverdire nella mia giovinezza le sue passate prodezze: ed avendomi fatte imparare le sette arti liberali, aperse casa a tutta Vicenza, cominciando a tener trebbj d’ogni sorta»[349]. La famosa Imperia, fiorita nei primi anni del secolo, aveva appreso a compor rime volgari da Niccolò Campano, detto lo Strascino, ed era in grado di leggere, sembra, gli autori latini. Lucrezia, soprannominata Madrema non vuole, sapeva riprendere chiunque non parlasse secondo il buon uso, o quello che a lei sembrava il buon uso, e un cotal Ludovico, il quale fa professione di praticar cortigiane, dice di lei in uno dei Ragionamenti di Pietro Aretino: «ella mi pare un Tullio, e ha tutto il Petrarca e ’l Boccaccio a mente, ed infiniti e bei versi latini di Virgilio e d’Orazio e d’Ovidio e di mille altri autori»[350]. Lucrezia Squarcia, veneziana, ricordata in certa Tariffa, si faceva vedere

Recando spesso il Petrarchetto in mano.

Di Virgilio le carte ed or d’Omero,

e spesso disputava del parlar toscano[351]. Una Nicolosa, ebrea, ricordata ancor essa dall’Aretino, leggeva i salmi in ebraico[352]. Tullia d’Aragona e Veronica Franco hanno i nomi loro registrati onorevolmente nelle storie letterarie. Camilla Pisana aveva composto un libro e datolo a correggere a Francesco del Nero[353], e le lettere di lei che si hanno a stampa sono scritte con un fare un po’ caricato, ma non prive di eleganza, con latinismi frequenti e con intere frasi latine. Ercole Bentivoglio indirizza a una signora Agnola, veneziana (forse Angela Zaffetta) il suo capitolo Della lingua tosca, ed esprimeva il desiderio d’imparare da lei il dolce e garbato dialetto di Venezia. Se s’ha a credere ad Alfonso de’ Pazzi, Tullia d’Aragona, non solo faceva correggere le sue scritture dal Varchi, ma col Varchi insieme studiava e lavorava:

La Tullia, il Varchi ed Ugolino e lei

Han fatto lega e studian tutta notte,

E voglion pur che i ranocchi sian botte

E che gli etruschi non siano aramei[354].