La cortigiana non aveva obbligo d’essere letterata e scrittrice; ma doveva avere lo spirito pronto e la lingua sciolta; doveva sapere coi vezzi, col brio, con l’arguzia, coi modi affabili e accorti, col vario uso delle sue varie virtù, invaghire i cortigiani, ammaliare i letterati, imbertonire i prelati, intrattenere un crocchio, prender parte a una disputa, dar anima a una festa. L’Aretino, scrivendo a una Zufolina, amicissima sua, accenna allo scaltrito ingegno, alla arguta festività, alla signorile creanza ch’ella ebbe dall’aria del toscano paese, dalla natura e dalla pratica, e dice tra l’altro: «i Duchi e le Duchesse se intertengano con lo intertenimento delle vostre chiacchiare molto insalate e molto appetitose; sentenzie che fumano vi scappano di bocca e tra i denti. Di pinocchiato, di savonia, e di marzapane sono le ciancie che voi date a qualunche si crede che voi siate una baja»[359]. E il Calmo scriveva nel suo vispo dialetto a una madonna Vienna Rizzi, che da Venezia s’era tramutata in Roma: «el me par da vederve tutta aierosa, maistra de motizari, astuta de resposte, cativeta de dar canate, lenguina piena de acenti toscani, e baldanzosa con chi ha del mobele del re Mida»[360]. Della famosa Isabella de Luna, spagnuola, che aveva viaggiato mezzo mondo, era stata a Tunisi e alla Goletta, e aveva un tempo seguitata la corte dell’imperatore in Germania e in Fiandra, dice il Bandello che in Roma era tenuta «per la più avveduta e scaltrita femina che stata ci sia già mai». E soggiunge: «Ella è di grandissimo intertenimento in una compagnia, siano gli uomini di che grado si vogliano; perciocchè con tutti si sa accomodare e dar la sua a ciascuno. È piacevolissima, affabile, arguta, e in dare a’ tempi suoi le risposte a ciò che si ragiona, prontissima. Parla molto bene italiano; e se è punta, non crediate che si sgomenti, e che le manchino parole a punger chi la tocca; perchè è mordace di lingua, e non guarda in viso a nessuno, ma dà con le sue pungenti parole mazzate da orbo»[361]. Messer Matteo reca qui e altrove[362] le prove di ciò che asserisce. Non meno arguta, nè meno mordace di lingua era la Giulia Ferrarese, madre di Tullia d’Aragona. Narra il Domenichi: «Fu fatta la strada del popolo in Roma, lastricata da i tributi che le puttane pagavano: nella quale scontrando la Giulia Ferrarese una gentildonna, l’urtò un poco. Allora la gentildonna alterata cominciò a dirle villania. Rispose la Giulia: Madonna, perdonatemi, che io so bene, che voi avete più ragione in questa via che non ho io»[363]. Non è dunque da stupire se la conversazione delle lor pari era desiderata e cercata, e se esse s’ingegnavano di trar profitto anche di quella. Il Montaigne, ch’ebbe a farne la prova, assicura che esse (almeno in Venezia) facevansi pagare i semplici colloquii quanto la négociation entière[364].
Che le cortigiane dovessero avere in tutto o in parte le virtù testè enumerate non parrà certo strano a chi ripensi i caratteri di quella civiltà, le usanze e i gusti degli uomini di quel tempo; ma che quelle stesse virtù s’avessero a trovare in qualche misura anche negli agenti di esse cortigiane, e procuratori d’amore in genere, ossia, per parlar più chiaro, nei mezzani, parrà strano a più d’uno. E pure era così. Quel bell’umore di Tommaso Garzoni narra della coltura del mezzano cose veramente miracolose e incredibili. «Imita il grammatico nel scriver le lettere amorose tanto ben messe, e tanto bene apuntate, che rendono stupore, nel dettar politamente, nel spiegar galantemente, nell’isprimer secretamente il suo pensiero..... Appare un poeta nel descrivere i casi acerbi con pietà di parole, i fatti allegri con giubilo di core..... Porta seco i sonetti del Petrarca, le rime del Cieco d’Adria, l’Arcadia del Sannazaro, i madrigali del Parabosco, il Furioso, l’Amadigi, l’Anguillara, il Dolce, il Tasso, e sopra tutto i strambotti d’Olimpo da Sassoferrato, come più facili, sono i suoi divoti per ogni occasione..... Si reca dietro qualche sonetto in seno, un madrigale in mano, una sestina galante, una canzone polita, con un verso sonoro, con uno stil grave, con parlar facondo, con tropi eleganti, con figure eloquenti, con parole terse, con un dir limato, che par che il Bembo, o il Caro, o il Veniero, o il Gosellini l’abbiano fatto allora allora; e si mostra alla diva con lettere d’oro, con caratteri preziosi; si legge con dolcezza, si pronunzia con soavità, si dichiara con modo, si scopre l’intenzione, si manifesta il senso, e si palesa il fine del poeta..... Con la musica diletta sovente le orecchie delle giovani, mollifica l’animo d’ogni lascivia, ruina i costumi, disperde la onestà, infiamma l’alme di cocente amore, incende i spiriti di concupiscenza carnale; mentre si cantan lamenti, disperazioni, frottole, stanze e terzetti, canzoni, villanelle, barzellette, e si tocca la cetra, o il lauto, a una battaglia amorosa, a una bergamasca gentile, a una fiorentina garbata, a una gagliarda polita, a una moresca graziosa, e pian piano s’invita ai balli ed alle danze, dove i tatti vanno in volta, i baci si fanno avanti le parole secrete, ecc. ecc.»[365].
C’erano molti, gli è vero, ai quali queste ed altrettali virtù riuscivano sospette nelle cortigiane medesime. Pietro Aretino, il quale credeva che nelle donne, in generale, la coltura fosse stimolo al mal costume[366], e diceva «i suoni, i canti e le lettre che sanno le femmine» essere «le chiavi che aprono le porte della pudicizia loro»[367]; Pietro Aretino, dottissimo in questa parte, affermava non essere altro le virtù delle cortigiane, se non panie e lacciuoli tesi agli amanti[368]; e di tali virtuose diceva il Garzoni: «Onde pensi che nascano i canti, i suoni, i balli, i giuochi, le feste, le vegghie, i conviti, i diporti loro, se non da quell’intento d’aver l’applauso, il commercio, il concorso della turba infelice di questi amanti, che rapiti da quelle voci angeliche e soprane, attratti da quei suoni divini di arpicordi e lauti, impazziti in quei moti, e in quei giri loro tanto attrattivi, consumati in quei giuochi spassevoli, dileguati in quelle feste giulive, addormentati in quelle vegghie pellegrine, immersi in quei conviti di Venere e di Bacco, morti nel mezzo di quei soavi diporti, restino prigioni e servi del lor fallace ed insidioso amore?»[369]. Ma poichè, contrariamente alla opinione dei pochi, la opinione dei molti era che donna bella ed onesta non potesse avere, oltre alla bellezza e all’onestà, più degno ornamento di quello che viene dall’ingegno e dalla coltura, così non era possibile che i molti biasimassero nelle cortigiane ciò che nelle donne oneste lodavano, e temessero in quelle ciò che cercano in queste. Certo, vivendo in mezzo a una società in cui tutti eran colti, e in cui l’ingegno e la coltura erano tenuti sommamente in pregio, anche le cortigiane, se volevano aver seguito, bisognava si ponessero in grado di soddisfare al gusto comune, e perciò si può dire che l’esercizio e l’accorta ostentazione di quelle varie virtù che abbiam vedute facevano parte del loro mestiere, erano tra l’arti loro di richiamo più attrattive ed efficaci. Ma ciò non vuol già dire che esse non potessero compiacersi in quell’esercizio anche pel piacere che ci trovavano, indipendentemente dal guadagno che ne poteva venir loro. Erano anch’esse figlie del Rinascimento, e potevano, al pari di tante gentildonne onorate, i cui nomi la storia ricorda, legger libri, compor versi, coltivare la musica, per ragion di gusto naturale, e, ancora, per acquistar fama. Una prova di ciò si ha nel fatto che le cortigiane cercavano la compagnia e la famigliarità dei letterati assai più che l’utile loro non sembrasse richiedere. I letterati potevano, è vero, aiutarle in più di una occorrenza, potevano anche adoperarsi a metterle in vista; ma avevano, ad ogni modo, un ben grave difetto, quello, cioè, d’essere assai più ricchi di fama che di quattrini. Gli è che le cortigiane, se non tutte, almen le migliori, si compiacevano anch’esse in quelle cose in cui tutti si compiacevano; gli è che l’estro poetico poteva pungere parecchie tra esse come pungeva altri infiniti, e che la gloria, la quale assetava di sè tante anime, poteva destare un po’ d’ardore anche nelle anime loro.
Come non trascuravano le doti e gli ornamenti dello spirito, così pure non trascuravano le cortigiane, ed è naturale, le doti e gli ornamenti del corpo, e, generalmente parlando, nessuno di quei sussidii onde la loro professione poteva in qualche maniera avvantaggiarsi. Uno dei primi accorgimenti loro, non dimenticato ai dì nostri, era di cambiare il nome, spesso troppo umile e volgare, ricevuto col battesimo, in un nome sonoro e peregrino, il quale era come un suggello poetico impresso nella persona, chiamandosi Ginevra, Virginia, Isabella, Olimpia, Elena, Diana, Lidia, Vittoria, Laura, Domizia, Lavinia, Lucrezia, Stella, Delia, Flora[370]. A cotal nome, esse medesime, o altri, solevano aggiungere quello della città natale, o della nazione, dicendo Camilla da Pisa, Giulia Ferrarese, Beatrice Spagnuola, Angiola Greca e simili; anche i soprannomi erano frequenti, e alle volte assai strani. Il nome d’Imperia valeva quasi da sè solo un titolo di nobiltà[371]; ma Lucrezia Madrema non vuole si sottoscriveva Lucrezia Porzia, Patrizia Romana[372]. Tullia d’Aragona gloriavasi, e sembra a buon diritto, di aver nelle vene sangue, non pur cardinalizio, ma reale[373]. Angela Zaffetta si vantava figliuola del Procuratore Grimani, e Lucrezia Squarcia pretendeva a non so quale antiqua e gran genealogia. Il Giraldi Cinzio narra di certa Linda, la quale essendo nata di sangue assai gentile, si diede a fare la cortigiana, per inclinazione[374]. Altre, che non avevano le stesse ragioni della Tullia e della Linda, cercavano egualmente di passar per nobili, della qual cosa molto si lagna lo Zoppino nel già citato Ragionamento di messer Pietro[375].
Che le cortigiane attendessero con ogni studio a farsi belle e piacenti, non fa bisogno dirlo. Rinfrescavano la carnagione, imbianchivano e rassodavano le carni con varie maniere di belletti e di lisci, votando, come dice il Garzoni, le spezierie di biacca, di sublimato, di più maniere di allumi, di borrace, di adraganti, di acque distillate, di aceti lambiccati, e non rifuggendo neanche dall’uso di certe sudicerie stomacose, alcune delle quali sono ricordate dallo Zoppino[376]. Tingevano in biondo i capelli con acque medicate di cui son pervenute sino a noi le numerose ricette, e assoggettandosi a tal uopo a pratiche lunghe e penose. Nei loro spogliatoi era un barbaglio e un arruffio di specchi, di ampolle, di bossoli, di pettini, di forbici, di giojelli[377], e l’aria affogava con l’alito acuto dell’acque rose, dell’acque nanfe, dell’acque muschiate, dei zibetti, degli ambracani, dei mirabolani, del bengiuì e di mille sorta di polveri, di pasticche, di saponi. Anzi afferma il Garzoni che tutta la casa olezzava di profumi. Nè si deve di ciò dar troppo biasimo alle cortigiane, le quali non facevano veramente se non seguitare l’usanza comune. Ercole Bentivoglio, parlando delle donne del tempo suo, dice ben rare quelle che non adoperassero il liscio[378], e quanto all’uso d’imbiondirsi i capelli, era uso di tutte le donne italiane, ma più particolarmente delle veneziane[379]. Il Tansillo comincia una terzina di certo suo capitolo col verso
Donne che a farvi i capei d’or siete use;
e lodando le donne di Francia e di Germania, che non avevano, come le italiane, quella fantasia, dice:
Nessuna se ne ammala o se n’ammazza
Per disio di portar le chiome gialle[380].
Vero è che quella fantasia l’avevano già avuta le donne romane[381].