Nel vestire, le cortigiane ostentavano somma eleganza e lusso eccessivo. Usavano biancherie finissime e profumate, vesti di seta, di velluto, di drappo d’oro ricchissime, acconciature pompose, pellicce delle più rare, guanti preparati con la concia di gelsomini di Spagna, o di garofani, trine e pizzi preziosi di Venezia, e abbagliavano con lo scintillio delle anella, delle maniglie, delle collane, dei pendenti, dei diademi. Erano sempre le prime a seguitare le nuove fogge, le quali mutavano spesso[382]. Di tanto in tanto andava una legge, o un bando, che tentava por misura a tali pompe, vietando i panni più ricchi, gli ori e le gemme; ma leggi e bandi facevano poco pro, e coloro stessi che li avevano mandati fuori li lasciavan cadere. Le cortigiane non ricche toglievano, per comparir fuori di casa, vesti e ornamenti a nolo[383].
Se eccessivo era il lusso del vestire, non minore era quello delle abitazioni, degne spesse di principesse, nonchè di cortigiane. Palazzi sontuosi ospitarono sovente le Olimpie, le Diane, le Ortensie più facoltose. Una Salterella pagava in Roma ottanta scudi d’oro di pigione; Isabella di Luna ne pagava cento, somma più che cospicua pel tempo. Angela Zaffetta avrebbe voluto in fitto il palazzo dei Loredano, in Venezia[384]. Le stanze erano non di rado tappezzate di arazzi preziosi, di broccati, di drappi d’oro, di cuoi dorati, oppure mostravano le pareti e le volte dipinte da mano maestra. In terra, su per le tavole, vedevansi tappeti turcheschi. I letti avevano lenzuola di renza finissima, padiglioni di raso, coltri di seta, cuscini ricamati, e ai letti facevano degna accompagnatura seggioloni di cremisino, di velluto listato d’oro, scranne scolpite, specchi riccamente incorniciati, spalliere pompose, cofani e stipi leggiadramente intagliati e intarsiati. Nelle credenze scintillavano le argenterie, le maioliche di Faenza, di Cafaggiolo, di Urbino, i vetri di Venezia; e raccolti in artificioso assetto, o sparsi in vago scompiglio, vedevansi per le stanze quadri, statue, vasi preziosi, armi eleganti, liuti e mandòle, libri sfarzosamente legati, ninnoli d’ogni sorta, e persino anticaglie, sebbene il Calmo raccomandasse alla signora Vienna di non accettarne in dono, se non quando tenessero poco luogo e valessero molti denari. Cagnuoli da tenere in grembo, gattini lindi e coi fronzoli, pappagalli loquaci, scimie ghiribizzose, e altri animali piacevoli o rari, empievano la casa dei giuochi e delle voci loro, e facevano festa alla padrona[385]. Negli atrii, nelle logge, nelle anticamere, era uno sfoggio ridente di fiori e di piante peregrine. Ancelle garbate vestivano e servivano la signora, accoglievano premurosamente le pratiche; un vario e numeroso servidorame attendeva agli altri servigi di casa. Camilla da Pisa aveva a’ suoi stipendi anche un cantiniere e un fattore. E la casa era provveduta d’ogni ben di Dio. Nelle cantine invecchiavano i vini più generosi, nelle dispense le più ghiotte leccornie s’accumulavano, così che a ogni ora del giorno, al primo apparire di un ospite gradito, era facile ammannire una colazion saporita, o una stuzzicante cenetta[386]. In tali case, in mezzo a così fatto lusso, accoglievano le cortigiane gli amici e ammiratori loro, e com’erano esse di tutti i ritrovi eleganti, così tenevano ritrovi elegantissimi, a’ quali non mancavano ambasciatori e prelati, cavalieri e letterati, musici e ogni altra maniera d’artisti. Tullia d’Aragona, dovunque andasse, si formava intorno la sua piccola corte. Di certa Lucia Trevisan, morta in Venezia nell’ottobre del 1514, diceva il Sanudo: «cantava per eccelenzia, era dona di tempo, tutta cortesana, e molto nominata apresso musici, dove a casa sua se reduceva tutte le virtù»[387].
Questo s’intende naturalmente delle cortigiane maggiori, le quali, se erano così magnifiche in casa, possiam figurarci quali si mostrassero fuori. Uscivano in pompa magna, molte in isplendidi cocchi[388], o cavalcando ginnetti baliosi, e mule ingualdrappate e impennacchiate, con seguito da duchesse. Madrema non vuole si tirava dietro ordinariamente dieci fantesche, altrettanti paggi e altrettante ancelle[389]. Un’altra cortigiana, di cui non ci è detto il nome, andava per Venezia in lunga processione, col maggiordomo inanzi, col paggio... e con quanti fanti e massare poteva accattar per tutta la vicinanza[390]. Così si recavano a diporto, alle feste, ai conviti, ai bagni pubblici, o stufe, come si chiamavano allora[391], alle chiese, le quali erano diventate luogo di ritrovo per esse e per quanti le praticavano, e la gente lasciava la messa per farsi loro d’attorno[392]. Gli amici andavano a levarle in casa e le accompagnavan per via, ingrossando la lor brigata di quanti nuovi ammiratori incontravano cammin facendo, e nel numeroso seguito non mancavano bravacci di professione, pronti a tirar l’arme in difesa delle padrone[393]. Le quali, se andavano a piedi, procedevano a guisa di tante duchesse, con passi misurati, con andatura maestosa, appoggiando la mano famigliarmente sulla spalla di tale de’ loro accompagnatori, agitando con l’altra, se di state, la ventola dorata e dipinta, fatta a modo di banderuola, favellando con garbo, pompeggiandosi con grazia. Perciò aveva ragione quel buon tedesco, che parlando delle cortigiane di Roma, diceva che a vederle in istrada si sarebbero prese per donne dabbene[394]; e non aveva torto l’Antonia, quando esortava la Nanna a non dare altro stato alla figliuola, e le diceva: «facendola cortigiana di subito la fai una signora, e con quello che tu hai, e con ciò che ella si guadagnerà diventerà una reina»[395]. E i guadagni potevano veramente essere assai lauti. Molte cortigiane, anche non bellissime, arricchivano, comperavano case, e le appigionavano. Dice il Coppetta nel capitolo che ho ricordato pur ora:
... ne sono molte (e ciascun lodi)
Che non son belle, e pur han fabbricato,
Ch’io non so immaginar le vie, nè i modi.
Figuriamoci dunque che cosa potessero fare le belle. La Imperia morì ricca e in casa propria; la Ortensia si fabbricò in Roma una casa da regina. Una Lombarda, ricordata nella Tariffa, s’era arricchita d’oro e di terreni. Di certa Martinella, che figura nella commedia del Contile La Pescara, dice il servo Marcello: «ella è nobile, ha denari, gioje, vesti e possessioni a Viterbo»[396]. Non è a stupire se le cortigiane insuperbivano e si vantavano de’ loro trionfi[397]. I guadagni, come ben s’intende variavano assai, come variavano i prezzi. Quel matto del Doni, descrivendo certa casa con grandissimo dispendio costruita, arredata, ordinata da un signore ricco e potente, e abitata dalle più belle donne che si potessero avere, indica quale massimo il prezzo di venticinque scudi[398]; ma nel Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia[399] si trova registrata una signora Paulina, Fila canevo, che ne prendeva trenta, e nella Tariffa è ricordata una Cornelia Griffa, che ne chiedeva quaranta e più. Tullia d’Aragona riuscì ad avere in Roma, da un tedesco, sino a cento scudi per notte[400]. Le pratiche, anche se pari di fortuna e di grado, non largheggiavano tutte ad un modo, e la liberalità loro ricevava misura non solo dall’umore proprio di ciascuna, ma ancora dall’indole e dal costume nazionale. A tale riguardo avevano pessimo nome nel mondo delle cortigiane gli spagnuoli, molto migliore i tedeschi, ottimo i francesi. Fra gl’italiani erano in fama di più generosi i veneziani, di più taccagni i napoletani, troppo inclinati, dicevasi, a pagar di moine e di sospiri. Del resto la liberalità dei signori non aveva limiti, quando era stimolata dal capriccio o dalla passione, e in un curioso libro spagnuolo, rarissimo anche dopo la ristampa fattane or son pochi anni, la Lozana Andalusa, è detto che le cortigiane di Roma ereditavano talvolta dagli amanti loro somme cospicue[401]. In qual modo Angelo Dal Bufalo, uomo della persona valente, umano gentile e ricchissimo, tenesse per più anni l’Imperia, dice il Bandello[402]; nè meno pomposamente di certo l’avrà tenuta Agostino Chigi, il famoso e magnifico banchiere, del quale pure fu amica[403]. Che, da altra banda, le cortigiane, anche se belle e di gran recapito, potessero alle volte trovarsi a disagio, non parrà strano a nessuno: a corto di quattrini, importunate dai creditori, esse impegnavano le robe loro agli ebrei, o vendevano a furia arredi, vesti, giojelli, quanto avevano lucrato e raccattato in molti anni[404].
Le cortigiane erano anzitutto cortigiane, il che vuol dire che ponevano ogni studio in render proficuo, quanto più era possibile, il loro tristo mestiere. Un così fatto esercizio, si sa, non comporta troppi scrupoli, nè troppe delicature, e non è in chi v’attende che si debbono ir cercando la nobiltà dell’animo, la sincerità delle parole, e l’onestà delle azioni. Le cortigiane del Cinquecento non differiscon in ciò da quelle di altri tempi. Troviamo in esse, generalmente parlando, le solite arti e le consuete frodi del meretricio; nè si può dire che, per questa parte, da allora a oggi, ci sia stato mutamento, se non quanto le piccole e le grandi ribalderie del mestiere erano allora, più che ora non sieno, condite di piacevolezza e azzimate di galanteria. Finti ardori e finte lagrime, finti sdegni e finte paci, accorte ritrosie e opportuni incitamenti, lettere artificiosamente tessute, versi ingegnosamente composti, acconci e graziosi doni, blandizie soavi alternate con misurati rigori, erano gli accorgimenti e l’arti di cui esse giovavansi per invescare, trattenere, richiamare, piumare gli amanti. Gli scrittori del tempo abbondano di racconti, di ammonizioni, di avvisi, circa le beffe, le truffe, i tradimenti e l’altre infinite poltronerie che esse usavan di fare. Le accuse e i biasimi vengono da tutte le parti, prendono tutte le forme, ricordano quelle a cui in antico erano andate soggette le etère famose. Degna d’andarne alla pari con la greca Cirene e con la greca Elefantide ci si mostra Isabella de Luna[405]. Di una che fu ladra, tace il nome, ma narra il furto il Doni[406]. Di un’altra, invescata in laidissimo amore, fa menzione Pietro Nelli in una delle sue Satire alla Carlona[407]. In un suo capitolo il Coppetta copre di vituperi quella medesima Ortensia Greca che in altro capitolo aveva levato a cielo, e chiama lei, e la madre di lei e la fantesca
Arpie crudeli, infide, inique e ladre.
Lorenzo Veniero svergognava Elena Ballerina e Angela Zaffetta[408], vituperate entrambe anche nella Tariffa; l’Aretino, il Franco e altri svergognavano Tullia d’Aragona. Andrea Alciato, Fausto Andrelini, Ludovico Bigi, scagliavano contro le cortigiane velenosi epigrammi latini; Teofilo Folengo le sferzava a colpi di versi maccheronici; Sperone Speroni componeva contro di esse una virulenta orazione. Le malcapitate erano inoltre vituperate e derise in novelle, in commedie, in epistole, in trattati, in sonetti, in ragionamenti, in tariffe, in altri componimenti di vario genere, popolari e non popolari, per nulla dir delle prediche. In Firenze, nelle feste del carnevale, brigate d’uomini che si fingevano ridotti a povertà dalle cortigiane, andavano in giro, cantando l’infamia delle spogliatrici. Agli 11 di febbraio del 1525 un anonimo scriveva da Roma a Paolo Vettori in Civitavecchia: «Jeri m.º Andrea dipintore fece un carro dove erano tutte le cortigiane vecchie di Roma fatte di carta, ciascuna con il nome suo, e tutte le buttò in fiume avanti al papa; mandò all’Orsolina il sonetto e la canzona che si cantava. Domane le cortigiane, per vendicarsi, frustano detto m.º Andrea per tutta Roma»[409]. In Roma poesie contro le cortigiane si affiggevano alla statua di Pasquino, in Venezia alla statua del Gobbo di Rialto[410].