Ma non tutte le cortigiane erano poi così ribalde, di così abietto animo e di così sozzo costume com’eran le più. Francesco Maria Molza credeva che ancor esse potessero amare davvero, e ferventemente, e il Bandello, che prima era stato d’altra opinione, tenne poi la opinione del Molza[411]. Camilla Pisana pare abbia amato sinceramente Filippo Strozzi, e Tullia d’Aragona fu più d’una volta presa ai lacci d’amore, e quando amava, così ella stessa assicura, la gelosia l’uccideva. Innamorata del Brocardo pare sia stata veramente quella Manetta Mirtilla, che della morte di lui, avvenuta nel 1531, consolavano con sonetti Bernardo Tasso e l’Aretino. Il Giraldi Cinzio narra di una cortigiana veneziana, la quale riccamente e con riputazione a lei convenevole esercitava la sua disonesta arte, una storia assai notabile, perchè documento, non solo dell’affetto che poteva alle volte entrar nel cuore di tali creature, ma ancora del buon ricordo e della gratitudine che ne serbavano gli amati[412]. Una signora Medea si accorò tanto della morte di Ludovico Dall’Armi, suo amante, che l’Aretino le scrisse una lettera, chiedendole scusa di avere detto e scritto che amore di cortigiana non fu mai vero, e che le cortigiane non cercavano se non il guadagno. Ella consumò la roba e sè stessa per lui, e lui morto, faceva grandissime elemosine in suffragio dell’anima sua[413]. Il Giraldi Cinzio narra la storia di una cortigiana di Rimini, che innamorata di un siciliano, perdette con lui ogni suo avere[414]. Del resto, se le sciagurate creature che vivono facendo copia di sè si mostrarono, in ogni tempo, capaci d’amore, più dovevano essere nel Cinquecento, quando sottili ed intricate dottrine amorose velavano molti contrasti, mitigavano molte ripugnanze, e di molte cose alteravano, quant’era d’uopo, il significato e il carattere. Nè tutte le cortigiane erano d’umore di concedersi a tutti. La fine coltura, e il frequente conversare con uomini gentili, dovevano pure destare nelle migliori tra esse una delicatezza di giudizio, e una schifiltà di sensi sufficienti a preservarle, quando il bisogno non le premeva, da contatti o vili, o incresciosi. Parecchie affermano di non si concedere se non a chi piaccia loro, e di ciò molto le lodano gli amici più fortunati, mentre altri si lagnano d’ingiusti rigori e di repulse spietate. Tullia d’Aragona, essendo in Ferrara, fece talmente disperare, con gli ostinati rifiuti, un giovane gentiluomo, ricco e dabbene, che il poveretto, nella stessa casa di lei, tentò d’ammazzarsi[415]; nè mi pare ci sia buona ragione di credere fosse tutta astuzia e commedia di cortigiana. L’Aretino, che vituperò le cortigiane com’egli sapeva e usava vituperare, lodava per donna schietta e dabbene, anzi per la più bella, la più dolce e la più costumata madonna che abbia Cupido in sua corte, e per divina giovane, la signora Angela Zaffetta[416]; la quale non per altro provocò l’ira di Lorenzo Veniero, che le scrisse contro quel suo obbrobrioso poemetto intitolato appunto La Zaffetta, se non perchè rifiutò una volta di aprirgli la porta[417]. Lo stesso Aretino scriveva alla signora Basciadonna: «Io che aveva preso la penna per farvi una lunga istoria de i semplici andamenti della signora Marina vostra figliuola, riduco la somma del tutto con dirvi che l’altre sue pari ingannano ognuno con le tristizie, ed ella inganna solo sè stessa con la bontà; onde saria stata meglio monaca che cortegiana»[418]. Lorenzo Veniero che tanto male dice della Zaffetta e della Ballerina, loda per bella, buona e cara una Giacoma Ferrarese. Di una cortigiana sontuosa, magnifica, non illetterata, faceta ed arguta, liberale e modesta, la qual fu un tempo in Perugia, fa ricordo Marc’Antonio Bonciario[419]. La Basciadonna fece della figliuola una cortigiana; ma l’Imperia una ne lasciò che, quasi nuova Lucrezia, tentò di togliersi la vita per sottrarsi alle disoneste voglie del cardinale Petrucci[420].

Se frequenti, come abbiam veduto, erano i biasimi che toccavano alle cortigiane, non meno frequenti erano le lodi; e quanto quelli eran crudi e violenti, tanto eran queste amorevoli e smaccate. Sperone Speroni scrisse contro alle cortigiane una orazione; ma, prima di lui, ne aveva scritta una in lode Antonio Brocardo, lo sfortunato avversario del Bembo. E il Molza celebrava e consolava in eleganti versi latini la Beatrice Spagnuola, altrimenti detta da Ferrara, quella Beatrice di cui tante ragioni egli avrebbe avuto di dolersi, e in commendazion della quale non isdegnò di scrivere un sonetto la stessa Vittoria Colonna; il Muzio, Bernardo Tasso, il Varchi, altri, esaltavano Tullia d’Aragona; Niccolò Martelli levava a cielo la sua divina e onoratissima madonna Maddalena Salterella[421]; Michelangelo Buonarroti lodava Faustina Mancina[422]; mentre durava ancor viva e gloriosa la memoria di quella Imperia che dieci poeti avevano glorificata nei loro versi, e di cui uno dei più infervorati ebbe a dire in un epigramma latino, che due numi avevano fatto a Roma due grandi doni, Marte l’impero, Venere la Imperia[423]. E non è tra le cose meno strane di quel singolarissimo secolo il veder celebrate le cortigiane coi medesimi concetti poetici e le medesime forme d’arte con le quali il Petrarca aveva fatto immortale il nome di Laura[424].

Il Calmo, che molte sue facetissime lettere indirizzò a cortigiane, scriveva a una signora Fontana: «Non è maraveja si ’l se fa istoria di fatti vostri, se i poeti sta vigilanti in far composizion in laude vostra, se i musici ve mete intei so canti fegurai, e se i sonadori fa saltareli su la vostra lezadria, e breviter infina i avocati a fagando le so renghe, ve introduse a qualche so poposito segondo i passi. Se vien forestieri i ve vuol gustar, si vien imbassadori i ve vuol sentir, si ’l vien signori i ve vuol parlar, e breviter la più parte di corieri ve vuol praticar»[425]. Nel dialogo di Scipione Ammirato, intitolato Il Maremonte, uno degli interlocutori dice a chi l’ascolta: «Io credo che voi abbiate udito nominar la Panta e l’Angela, amendue famosissime meretrici, quella in Roma, e questa in Napoli, e le riverenze, e gl’inchini, e i corteggiamenti che lor si fanno da cavalieri tutto dì, e con quanta magnificenza e grandezza si stieno nelle lor case»[426]. Ad Angela Del Moro facevano pubblicamente di berretta i gentiluomini anche quando aveva passata l’età sinodale, ed era divenuta decana delle cortigiane di Roma[427]. E delle famose cortigiane di Roma appunto, ricordate dallo Zoppino e da Lodovico nel Ragionamento di messer Pietro, ciascuna aveva il suo particolar seguito: la Lorenzina, la Beatrice e la Greca di gentiluomini, la Beatricica di prelati, la Tullia di giovinetti, la Nicolosa di Spagnuoli, la Laurona di mercanti, l’Ortega di avvocati e procuratori, Madrema non vuole di duchi, di marchesi e di ambasciatori[428].

Nè si creda che esagerino i due buoni compari. Cardinali e segretarii pontifici non si vergognavano di viaggiare in compagnia di cortigiane[429], e di banchettare con esse. La sera del 10 agosto 1513, il marchesino Federico Gonzaga, in età di soli dodici anni, cenò in casa del cardinal di Mantova, suo zio, avendo commensali il cardinale d’Aragona, il cardinale Sauli, il cardinale Cornaro, parecchi vescovi e gentiluomini e la cortigiana Albina; il giovedì prima egli era stato in casa del cardinale d’Arborea, dove si era recitata, in ispagnuolo, una commedia di Juan de la Enzina, e dove erano capitate più putane spagnuole che omini italiani[430]. Un Marco Bracci, descrivendo a Ugolino Grifoni, segretario di Cosimo I, le grandezze in mezzo a cui viveva la magnifica signora Salterella (non la Maddalena, un’altra) dice che le facevano afa i vescovi, e che una sera cenò con cinque cardinali[431]. Vincenzo Fedeli racconta nelle sue Memorie di Perugia che nel novembre del 1557 giunsero in quella città il cardinale Caraffa, nipote di Paolo IV, e il cardinale Vitello. Il cardinale Caraffa, «dopo cena, publicamente, fece andare in palazzo tutte le putane, che a quelli tempi se trovaveno in Perugia, quale furono in tutto 14; e presene per sè una, e una per el cardinale Vitello; el resto acomodoli a la sua famiglia»[432]. Nella Cortegiana dell’Aretino, l’Alvigia ricorda i suoi bei tempi, quando la frequentavano signori e monsignori ed ambasciadori a josa, e accenna a un vescovo, cui tolse un giorno la mitra per porla in capo a una sua fantesca[433]. Di una gran cortigiana, non nominata, dice il Mauro che la sera andava in casa di lei

qualche ambasciadore

E qualche conte e qualche chierca rasa[434].

Afferma il Calmo, in una lettera alla signora Ardelia, che le cortigiane trovavano onorate e festevoli accoglienze anche nei conventi di frati[435]. Il Bandello narra a tale proposito una edificante novella[436], e Lorenzo Priuli, Oratore della Repubblica veneta, scriveva da Roma alla Signoria il 30 di novembre del 1585: «Ho inteso per buona strada, che il Pontefice è stato informato da diversi, che molti delli monasterii di monache di Venezia e della diocesi di Torcello sono in mal stato, e ridotti alcuni di loro a pubblici postriboli»[437]. Se così pochi scrupoli avevano gli ecclesiastici e i religiosi, i laici potevano averne anche meno. Non solo cavalieri e letterati non celavano gli amori loro con le cortigiane più note, ma li predicavano, se ne facevano belli, e ciascuno s’ingegnava di soverchiare i rivali. Giovanni de’ Medici, il famoso capitano, faceva togliere per forza, quasi fosse un’altra Elena, a Giovanni Della Stufa Lucrezia Madrema non vuole, che costui menava seco alla fiera di Recanati; nel 1531 si trovarono in Firenze sei cavalieri pronti a sostenere con l’armi in mano, contro chi si fosse, che non era al mondo donna di più gran pregio e virtù di Tullia d’Aragona. Quando le Aspasie più illustri si movevano, gli era come se si movessero tante regine. Ambasciatori davano notizia di loro partenze e di loro arrivi, e il popolo dei cortigiani entrava in subbuglio. Marco Bracci, dando conto al Grifoni della entrata in Roma della signora Salterella testè ricordata, dice ch’ell’era entrata magna comitante caterva, con tanti cavalli e servitori e armi e moltitudine di gente ch’era andata ad incontrarla, da parere l’entrata di Marfisa nel campo moresco[438]. L’Aretino mandava sua ambasciatrice alla regina di Francia la Zufolina, per chiedere non so che, e molto ripromettendosi de’ suoi buoni offici; in Firenze Tullia d’Aragona, per la cui partenza da Roma s’era commosso, anni innanzi, persino Pasquino[439], entrava nelle buone grazie della duchessa, a cui dedicava il suo volume di rime. Abbiamo veduto Veronica Franco felicitata dai favori di un re; così alta ventura non toccò a lei solamente[440]. Qual meraviglia dunque se le cortigiane di maggior conto stavano in contegno, e davansi aria di principesse? Era usanza di quella Ortensia lodata prima e vituperata poi dal Coppetta

Star sur un goffo puttanil decoro,

E far la donzelletta, e persuadersi

Di pisciar acqua nanfa e cacar oro.