Vostra patria gentile in cui nasceste,

E dov’anch’io la Dio mercè son nata.

La famiglia ond’ella usciva era, non già plebea, come fu detto, ma cittadinesca, di condizione mezzana cioè, tra la plebe e la nobiltà, e aveva il suo stemma[487]. Quali, peraltro, fossero le condizioni di essa, quali le vicende per cui era passata in quegli anni che precedettero e che seguirono la nascita della Veronica, nè sappiamo, nè possiamo congetturare. Questo bensì sappiamo che il padre di costei si chiamava Francesco e Paola la madre, e che ella ebbe tre fratelli, per nome Girolamo, Orazio e Serafino, e una zia, la quale era monaca e viveva fuori di Venezia.

Quale fu l’infanzia della Veronica, quale l’adolescenza? Ella nol dice. Si può credere tuttavia che la educazione di lei non fosse trascurata dai genitori, e che per tempo anzi il suo ingegno fosse da buoni maestri esercitato in quegli studii e in quell’arti che dovevano, più tardi, porla in grado d’illeggiadrire con gli ornamenti delle virtù il mestier sciagurato, e di accoppiare al nome di cortigiana il nome di poetessa. E si può credere anche di più; cioè che i genitori l’abbiano educata e cresciuta con l’intendimento appunto di fare di lei una cortigiana compita. Nè proverebbe nulla in contrario il fatto che, giovanissima ancora, la Veronica si maritò, sposando un Paolo Panizza, medico, del quale non sappiamo altro, se non che nel 1582 era già morto. Abbiam veduto che matrimonii di cortigiane con uomini di condizione anche onorevole non erano punto infrequenti, e che molte di esse, dopo maritate, seguitavano a far la vita di prima, consenzienti di solito i mariti, cui allettavano i facili guadagni e il grasso vivere. Io non credo di fare una congettura troppo arrischiata se dico che assai probabilmente, prima ancora di andare a marito, la Veronica aveva trovato, in quella Venezia giocosa e opulenta, a far buon traffico della sua bellezza e della sua gioventù, mettendo così insieme la dote che doveva agevolarle il matrimonio. Comunque sia, certo è che nel testamento da lei fatto il 10 agosto del 1564, quando toccava appena i diciott’anni, la Veronica, essendo prossima al parto, dichiara di credersi incinta per opera d’un messer Jacopo de’ Baballi, lega a costui un diamante, gli affida la tutela della creatura che stava per nascere, e, insieme, l’amministrazione di quanto ad essa lasciava, e raccomanda alla madre di farsi restituire dal marito medico la dote[488]. E altrettanto certo si è che la Veronica non ebbe a guastarsi, per ragion del mestiere che faceva, nè col padre, nè con la madre, nè coi fratelli. Molti anni dopo questo testamento, la vediamo maneggiarsi in un negozio che non sappiamo qual fosse, ma in cui era interessato il padre di lei[489]; e quanto alla madre, il Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia, già da me ricordato, ce la mostra pieza, cioè mallevadrice della propria figliuola[490]. Anzi la Veronica non si guastò nemmeno con la buona zia monaca; in certa sua lettera parla del proposito d’andarla a visitare[491]. Un’ultima congettura non parrà forse al tutto irragionevole, cioè che la buona mamma fosse stata a’ suoi tempi cortigiana ancor essa e, prima che mallevadrice, maestra della figliuola.

Ad ogni modo la figliuola poteva competere per bellezza, per grazia, per ingegno e per coltura con quante erano cortigiane più reputate in Venezia, e, fors’anche, vincerle tutte. Della bellezza di lei si fanno lodi passionate e fiorite. Un ignoto adoratore, parlando in versi di quella così gran bellezza a lei data dal cielo, glorifica le chiome bionde, anzi l’oro de’ bei crini, i celesti e graziosi lumi, i begli occhi che fanno invidia al sole, la

Di viva neve man candida e pura.

Chiama colei che va adorna di tanti pregi Donna di vera ed unica beltade, beltà d’ogni essempio altro divisa, e levato dall’entusiasmo, e invasato dall’ardore, anzi dal furore del desiderio, prorompe in parole che non mi arrischio ripetere. Poniamo che l’oro de’ bei crini la Veronica lo dovesse, come tant’altre, alle acque medicate e alle lunghe ore passate a capo scoperto in sulle altane, sotto la sferza del sole; poniamo che nelle parole dell’incognito adoratore ci sia qualche esagerazione; non perciò è da dubitare di una bellezza più che ragguardevole, comprovata del resto dai ritratti. Uno di questi, il più sincero forse, figura veramente un’assai bella donna, con volto ovale, grandi occhi espressivi, ciglia arcate, bel naso diritto, bocca piccola e graziosa, collo e spalle d’irreprensibile modellamento, una espressione di viso aperta, intelligente e gentile, che innamora e che rallegra. Sul capo è una corona gemmata, di sotto alla quale esce un ramoscello d’alloro; intorno al collo un gran vezzo di perle[492]. Un altro ritratto, dipinto nientemeno che dal Tintoretto, non si sa dove sia andato a finire. La Veronica conosceva la propria bellezza e del pregio della bellezza femminile in genere aveva assai congruo e ragionevole concetto. A un nemico delle donne, che le aveva scritto contro una canzone, ella dice in uno de’ suoi capitoli:

Certo d’un gran piacer voi sete privo,

A non gustar di noi la gran dolcezza;

Ed al mal uso in ciò la colpa ascrivo.