Che cingon la cittade
La qual fu donna de' mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma quanto diversa da quella delle Ricordanze, quanto anche diversa da quella del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia! Nelle Ricordanze il poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti colloquii e le dolci effusioni di un tempo. Nel Canto notturno l'inquieto pastore, vedendole ardere nel cielo, chiede a che sieno, che operino. Nella Ginestra il poeta, sedendo la notte sulle desolate piagge, mira in purissimo azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e specchiarsi nel mare,
e tutto scintille in giro
Per lo voto seren brillare il mondo;
mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un pensiero lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione. Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e come l'ultima forma di esso.
Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau. La storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della solitudine che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando ne' tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse gli uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo, e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e, nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu dal Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra, bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude e selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di guide, cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte, smarrirsi nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di morte, e, nulladimeno, provare al vivo la grande jouissance toute particulière que suscitait la grandeur du péril[323]. Egli era robusto del corpo, per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto, o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile poteva il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine d'impressioni, gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo.