Così, finalmente, l'erme contrade che si stendono intorno a Roma non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella Ginestra, quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al passeggiero. In quella stessa Ginestra sono, del resto, le più compiute descrizioni che il Leopardi abbia fatte[472].
Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma tale manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto della deficienza del senso, quanto della subordinazione del senso al sentimento e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion necessaria di alcune, a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua. Ad ogni modo gli è cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando traduce, per così dire, i termini del mondo esteriore in termini del mondo interiore, riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e di sodezza che molte volte si desidera invano in poeti che descrivono a lungo e minutamente. Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio sentimento le cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii sentimenti facendo attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con l'ajuto de' sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto quando traduce, perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici di una poesia tutta giovanile quale il Primo amore (lo scalpitar dei cavalli nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della Quiete dopo la tempesta e del Sabato del villaggio; e qua e là certe descrizioni vere e proprie, come quella della procella notturna nel frammento, giovanile ancor esso, che comincia Spento il diurno raggio in occidente, e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella Ginestra; mostrano che non si può accogliere senza qualche riserbo la opinione espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al Leopardi mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore[473]; e mostrano essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non potersi ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e come la natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise.
Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè che il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli, come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire che il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi fu quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma o di colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e inconsapevolmente inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è tolta negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo dalle cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che acustiche. Così è che il poeta dirà volentieri sibilanti selve, etra sonante, echeggiante arena, ululati spechi, tacita aurora, ecc. ecc.; e volentieri si servirà di termini di suono per far sorgere in noi le immagini delle cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel suono; e facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai pensieri stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che per la via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia che si tacciano sonnolente (tacita selva, taciturne piante), sin che susurrino al vento (l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De' faggi Il murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; — susurrando al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva). Dell'onda alpina il poeta noterà l'inudito fragore, e della lava, il suono che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano e nella quiete dei campi sonerà arguto carme d'agresti Pani. La fanciulla della Vita solitaria,
Che all'opre di sua man la notte aggiunge,
è quasi tutta nell'arguto suo canto; e nel suo perpetuo canto è quasi il più della Silvia, e nella gioconda voce il più della gloria. L'artigiano che a tarda notte riede al suo povero ostello; l'altro che, cessata la pioggia viene a guardare l'umido cielo; il carrettiere, sotto l'estremo albor della fuggente luce; il faticoso agricoltore smarrito in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun col canto; lo zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I nuovi nati miagolano. E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che non gli aspetti degli animali: il canto de' colorati augelli, e in ispecie quello del passero solitario, ond'erra l'armonia per la valle; l'usato verso della gallina: lo scalpitar dei cavalli impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar degli armenti; il canto
Della rana rimota alla campagna.
Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e discernere i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un sospirar di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli; un stridere del carro che riprende il cammino; il lieto rumore, che fanno i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle tranquille opre de' servi: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo; la voce delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che viene; un tonar di ferree canne
Che rimbomba lontan di villa in villa;
il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e non ascolta il Leopardi, se nemmeno il romorio De' crepitanti pasticcini lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli s'industria di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore di suono; onde il calpestio de' barbari cavalli sta a significare le invasioni barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè nell'armi, in un fragorio
Che n'andò per la terra e l'Oceáno;