[9]. Il Cantù disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia» (Ugo Foscolo, in Arch. storico lombardo, anno III (1876), fasc. 1º, p. 17), ma andò troppo di là dal vero. Scrisse il Pecchio (Vita di Ugo Foscolo, 3ª edizione, Lugano, 1841, pp. 259-60): «Invece di procurare di vincere questo umor melanconico, sembrava ch'ei lo nutrisse, e se ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso sentenziò: «La malinconia, dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali, perchè è infermità inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica in tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza».

[10]. Giovita Scalvini scrisse a questo proposito (Scritti ordinati per cura di N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi movimenti, il suo sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua testa, calcolatrice degli effetti di tutte queste ciarlatanerie». Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra abitato da uno di que' Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo per me è un mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale fu non poca di quella egolatria che contraddistinse infiniti romantici.

[11]. Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e di carattere tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle che si potrebbero pur notare, sebbene non sieno tanto appariscenti, tra il Foscolo e lo Sterne. Sia ricordato di passata che il Viaggio sentimentale fu scrittura assai cara ai romantici.

[12]. Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella Nuova Antologia, Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e qualche emendazione, esso rimane immutato.

Con questo medesimo titolo: Le romantisme de Manzoni, il signor Vittorio Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato in deposito al librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo, dopo non molto, all'autore, fu certo veduto da pochi, e non è più in commercio. Nelle 195 pagine di cui si compone il volume sono molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci si discorre con una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti nei libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul pensiero e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura, un discepolo del Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3, 190); e che cada in tale esagerazione, e in alcun altro errore, per non conoscere abbastanza le origini del romanticismo nostro, del quale per altro ritrae molto bene l'indole e gli intendimenti. Che io, salvo la inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato in modo affatto diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente avvertito da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con l'altro i due scritti. Si può anche vedere nei Preussische Jahrbücher del 1874 uno studio di W. Lang, Alessandro Manzoni und die italienische Romantik.

[13]. Perciò assai malamente scrisse il Prina (Alessandro Manzoni, Milano, 1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento romantico».

[14]. L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse poi a dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa.

[15]. Leggo in un opuscolo tedesco (Die romantische Schule in Deutschland und in Frankreich, von Stephan Born, Heidelberg, 1879, pag. 5): Il romanticismo francese «è scaturito direttamente dalla opposizione alla rivoluzione». Errore. Vedi Larroumet, Les origines françaises du romantisme, in Études de littérature et d'art, Parigi, 1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo periodo violento, la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento normale del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto del Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi Finzi, Lezioni di storia della letteratura italiana, vol. IV, parte I: Il romanticismo e Alessandro Manzoni, Torino, 1891; Mazzoni, Le origini del romanticismo, in Nuova Antologia, serie III, vol. XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893; Bertana, Un precursore del romanticismo, nel Giornale storico della letteratura italiana, volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo inglese vedi W. Lion Phelps, The Beginnings of the English romantic Movement, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del Menéndez y Pelayo (Historia de las ideas estéticas en España, t. V. Madrid, 1891, p. 233) che non fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio.

[16]. Epistolario di Alessandro Manzoni, raccolto ed annotato da Giovanni Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera del 17 ottobre 1820 allo stesso Fauriel.

[17]. Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole, scriveva al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto alla teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci stia». E si capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa.