[210]. Lett. alla sorella Paolina, 3 dicembre 1822; Epistol., vol. I, p. 365.

[211]. Lett. al fratello Carlo, 25 novembre 1822; Epistol., vol. I, p. 360.

[212]. Ed era prossimo il tempo in cui lo Stendhal, ponendo lo spettacolo di Roma sopra tutti gli spettacoli della terra, doveva scrivere delle impressioni che ne derivano: «Un jeune homme qui n'a jamais rencontré le malheur ne les comprendrait pas» (Promenades dans Rome, 13 août 1827). Chi dunque più del Leopardi avrebbe dovuto essere preparato a riceverle, quelle impressioni? Quattr'anni innanzi ch'egli vi andasse, il Byron aveva salutata Roma come la città dell'anima, alla quale accorrono gl'infelici (Childe Harold, c. IV, st. 78).

Oh Rome! my country! city of the soul!

The orphans of the heart must turn to thee,

Lone mother of dead empires!

Si confrontino le lettere romane del Leopardi con quelle che lo Shelley scriveva nel 1818 e 1819 a Tommaso Love Peacock. L'Osvaldo di madama di Staël «ne pouvait se lasser de considérer les traces de l'antique Rome» (Corinne, l. IV, c. IV).

[213]. Lett. 5 aprile 1823; Epistol., vol. I, p. 434. Al Foscolo la Venere del Canova inspirava sentimenti e parole da innamorato. Leggasi una pagina dello Shelley ov'è squisitamente descritta la Venere anadiomene (Prose Works, ediz. di Londra, 1888, vol. I, pp. 407-8). L'Apollo del Belvedere inspirò al Sully Prudhomme un sonetto, e la Venere di Milo un lungo e magnifico canto, ove, tra gli altri, si leggono questi versi:

Dans les lignes du marbre où plus rien ne subsiste

De l'éphémère éclat des modèles de chair,