Può gli aerei seguir divisamenti,
Ed all'opre dell'ira e dell'amore
Dar l'effetto proposto.
Vediamo un po' di raccapezzarci in mezzo a questa interminabile mascherata infernale.
I diavoli, brutti per natura, potevano procacciarsi con artifizio un aspetto bello e seducente; potevano anche procacciarsi una deformità diversa da quella lor propria. A seconda degli intendimenti e dei bisogni loro, facevano l'una cosa o l'altra.
Che i diavoli, specie nel tempo più antico, apparissero alcuna volta ai cristiani in figura delle tali o tali altre divinità pagane, non parrà strano a nessuno. San Martino, il famoso vescovo di Tours, ebbe a vederli camuffati da Giove, da Mercurio, da Venere, da Minerva. Ma san Martino visse nel IV secolo, in un tempo in cui il paganesimo era, se non vegeto, vivo ancora, e però quelle sue visioni s'intendono facilmente: non così facilmente s'intende che vedesse ancora diavoli in figura di Giove, di Venere, di Mercurio, di Bacco, di Ebe, san Rainaldo, vescovo di Nocera nel secolo XIII. In questo secondo caso dobbiam riconoscere gli effetti di certe letture di autori classici, e i sintomi dell'approssimarsi del Rinascimento. Le ragioni stesse che inducevano i demonii a mascherarsi da divinità pagane, potevano indurli a vestirsi delle sembianze di illustri antichi. Nel X secolo, a un grammatico di Ravenna, per nome Vilgardo, apparvero una notte alcuni diavoli sotto le spoglie di Virgilio, di Orazio, di Giovenale, e ringraziatolo della diligenza che egli adoperava intorno ai loro scritti, gli promisero di farlo dopo morte partecipe della stessa loro gloria.
Spessissimo i diavoli, che già avevano, di solito, forma umana, ne prendevano un'altra, pure umana, ma più conveniente al bisogno loro. Innumerevoli storie di santi ci narrano di decmonii apparsi in figura di donne avvenenti, e infinite storie di sante ci narrano di demonii nascosti sotto le apparenze di bei giovani procaci. Su queste apparizioni pericolose dovrò ritornare quando parlerò del diavolo tentatore. Non di rado i diavoli si prendevano il gusto di capitare innanzi a colui o a colei cui volevano dar noja, sotto sembianze di amici, di parenti, di persone in altro modo cognite e familiari; dal che poteva venire, e venne qualche volta, danno e scandalo grande. La venerabile Maria di Maillé scoperse il diavolo sotto la scorza di un eremita che tutti reputavano santo. Alla beata Gherardesca Pisana, e ad altre sante, il diavolo apparve in figura degli sposi loro; in figura di cavaliere uscì un giorno dalla camera da letto di santa Cunegonda. Una volta poi ne fece una anche più grossa. Prese l'aspetto di san Silvano, vescovo di Nazaret, scoperse ad una fanciulla il suo amore, e si lasciò trovare sotto il letto di lei. Messosi un giorno alla finestra, Tommaso Cantipratense, domenicano del secolo XIII, vide il diavolo in figura di un prete, che (bisogna dirlo in latino) si mostrava nudato inguine, ex tento asinino veretro velut ad urinam faciendam. Chiamatolo, quello immantinente sparì. Lo stesso Tommaso racconta che nell'anno 1258, presso Colonia, fu veduta una gran ridda di diavoli, in figura di monaci bianchi, trascorrere danzando pei prati.
Assai di frequente i diavoli si lasciarono vedere sotto forma di varii animali. Non parlo del drago, perchè non s'intende bene se quella del drago sia una propria forma di alcuni diavoli, oppure una forma assunta accidentalmente. Come drago, senz'altro, appare Satana nell'Apocalisse, e sono molti i santi a cui apparvero draghi diabolici. Nel secolo VIII Giovanni Damasceno descriveva i demonii come draghi volanti per l'aria. Alcuna volta il drago sembra un essere intermedio fra il demonio e la bestia. Ma infinite altre forme animalesche usavano rivestire i demonii per tormentare, intimorire, infastidire i buoni fedeli. Sant'Antonio, là nel deserto, ebbe a vederli in forma di belve ruggenti, e muggenti, di serpi e di scorpioni, e, più di mille anni dopo, santa Coleta li vedeva ancora trasformati in volpi, in serpenti, in rospi, in lumache, in mosche, in formiche. Nel secolo XIII sant'Egidio riconobbe il demonio sotto il guscio di una smisurata testuggine. In figura di leone il demonio uccise un fanciullo, cui sant'Eleuterio, vescovo di Tournay, ridiede la vita; in figura di corvo si mostrò a molti. Nella leggenda di san Vedasto si ricorda che i diavoli furono veduti una volta oscurare il giorno sotto forma di un nugolo di pipistrelli. Cane, il diavolo si fece compagno di papa Silvestro II, sospetto di magia; cane apparve a Fausto, e cane fu veduto custodire tesori nascosti sotterra; caprone, si lasciò vedere nelle tregende; gatto, si strofinò nelle cucine delle maliarde; mosca, ronzò ostinatamente intorno ad uomini dabbene. Insomma non è animale feroce, o deforme, o schifoso, sotto le cui sembianze i demonii non siensi celati talvolta.
Tutta questa zoologia diabolica non deve recar meraviglia. Non solo era naturale che i demonii prendessero, per raggiungere i particolari loro fini, quali forme animalesche più loro piacessero; ma tra gli animali stessi, o almeno tra parecchi di essi e i demonii, era una certa affinità, era talvolta una vera medesimezza di natura. Lasciamo stare che nel simbolismo cristiano parecchi animali, come il serpente, il leone, la scimia, rappresentano il diavolo; lasciamo stare che i demonii stessi sono molto sovente chiamati col nome poco complimentoso di bestie; ma certi animali sono a dirittura trasformati in demonii, o confusi coi demonii. In un'antica formola di esorcismo si prega Dio di voler preservare i frutti della terra da bruchi, topi, talpe, serpenti ed altri spiriti immondi. Da altra banda mi ricordo di aver veduto in un antico Bestiario, o trattato zoologico del medio evo, il diavolo messo in ischiera con l'altre bestie. Ho già notato che il drago era alcun che di mezzo tra il demonio e la bestia; altrettanto può dirsi del basilisco. Il rospo, che molto spesso compare in compagnia delle streghe, riesce in certi racconti assai più demonio che bestia. A provarlo può bastare la seguente spaventevole istoria narrata da Cesario di Heisterbach. Un fanciullo trova in un campo un rospo e lo ammazza. Il rospo morto perseguita il suo uccisore, non dandogli requie nè giorno nè notte; ammazzato più altre volte, continua a perseguitarlo, e non ismette nemmeno dopo essere stato arso e ridotto in cenere. Il povero perseguitato, non trovando altro modo di liberarsi, si lascia mordere dal suo nemico, e sfugge alla morte tagliando rapidamente via con un coltello la carne in cui era penetrato il morso velenoso. Appagato il suo furore di vendetta, il terribile rospo non si lasciò più vedere.