San Patrizio, san Goffredo, san Bernardo, altri santi parecchi, scomunicarono mosche e altri insetti nocivi, o anche rettili, e liberarono dalla loro presenza case, città, province. I processi fatti agli animali nel medio evo, e ancora in pieno Rinascimento, sono famosi nella storia della superstizione: si citavano le bestie, come si citavano i diavoli. Nel 1474 i magistrati di Basilea giudicarono e condannarono al fuoco un gallo diabolico, che aveva ardito di fare un uovo. Se gli animali si trasformavano in demonii, era pur giusto che i demonii si trasformassero in animali.
Nè bastava loro di trasformarsi in animali, chè si trasformavano ancora in cose inanimate. San Gregorio Magno narra il lacrimevole caso di una monaca, la quale, credendo di mangiare una foglia di lattuga, mangiò il diavolo, e se lo tenne in corpo un pezzo. Un discepolo di sant'Ilaro, abate di Galeata, vide una volta il diavolo sotto forma di un appetitoso grappolo d'uva. Ad altri, secondo i casi e le occorrenze, il diavolo si lasciò vedere sotto specie di un bicchiere di vino, di un pezzo d'oro, di una borsa piena di monete, di un tronco d'albero, di una botte che ruzzola, e perfino di una coda di vacca. Non senza ragione dunque l'olandese Gerolamo Bosch, e qualche altro tra' più famosi pittori di diavoli, avvivarono spesso di diabolica vita alberi, pietre, fabbriche, suppellettili casalinghe, arnesi di cucina.
Se non che non finiscon qui gl'immascheramenti diabolici, e se quelli che ho ricordati dànno prova di non poca versatilità di natura e di non picciola fantasia, altri ne sono che rivelano grandissima temerità ed impudenza veramente diabolica. Più di una volta osò Satana di assumere le venerate sembianze di alcun santo famoso, vivo ancora, o già morto e levato all'onor degli altari. Assai spesso ancora si lasciò vedere in figura di angelo, splendente di luce e di gloria. Ponendo il colmo all'audacia egli apparve a parecchi in sembianza della Vergine Maria, di Cristo crocifisso, o risorto, dello stesso Dio Padre, e insieme co' satelliti suoi giunse talvolta a simulare, a porre in iscena l'intera corte celeste.
I demonii potevano, addensandosi l'aria d'attorno, o foggiando acconciamente alcun altro elemento, fingersi il corpo che loro meglio piaceva; ma potevano anche cacciarsi in un corpo bell'e formato, e servirsene non altrimenti che se fosse il loro proprio. Non intendo qui parlare della possessione, di cui avrò a dire a suo luogo, e che i demonii esercitavano invadendo corpi tuttora vivi; ma della intrusione loro in corpi morti, che per loro virtù ostentavano le apparenze della vita. Dante fa dire a frate Alberigo de' Manfredi che i traditori della patria, puniti nella Tolomea, hanno tal sorte, che mentre l'anime loro penano nell'ultimo fondo d'inferno, i corpi, governati da demonii, durano per un certo tempo nel mondo, ancora vivi in apparenza. Questa fu giudicata una ingegnosa fantasia di Dante, e non è. Cesario racconta la lugubre storia di un chierico morto, il cui corpo era animato e tenuto su da un diavolo. Questo chierico di contrabbando cantava con voce così soave che tutti in udirlo trasecolavano; ma un bel giorno un sant'uomo, dopo averlo ascoltato alquanto, disse senza smarrirsi: “Questa non è voce d'uomo, anzi è voce di un dannatissimo diavolo;„ e fatti suoi bravi esorcismi, forzò il diavolo a venir fuori, e quando il diavolo fu fuori, il cadavere cascò in terra. Tommaso Cantipratense racconta come un demonio entrò nel corpo di un morto, che era deposto in una chiesa, e tentò con sue ciurmerie di spaventare una santa vergine che pregava; ma la santa vergine, conosciuto l'inganno, diede al morto un buon picchio sul capo, e lo fece chetare. Di un diavolo, che per tentare un povero recluso tolse il corpo di una donna morta, narra Giacomo da Voragine (m. 1298) nella sua Legenda aurea. Ma questa immaginazione è assai più antica. Di un diavolo che, entrato nel corpo di un dannato, traghettava a un fiume i viandanti, con isperanza di farli affogare, si legge nella Vita di san Gilduino: di un altro, che teneva vivo il corpo di un malvagio uomo, si legge nella Vita di sant'Odrano. I teologi ammisero ciò che le leggende narravano; solo determinarono in loro sapienza che i diavoli non potessero cacciarsi nei morti di buona riputazione, approvati dalla Chiesa. La credenza, con o senza questa restrizione, non è così innocua come potrebbe a primo aspetto sembrare. Ad essa si legano parecchie superstiziose opinioni circa il male che corpi morti possono fare, e parecchie orribili pratiche intese a impedir che lo facciano. Se uno creduto morto faceva alcun movimento, tosto si pensava esser quella una illusione del diavolo, e al morto che voleva esser vivo davasi sepoltura in tutta fretta. La credenza durava tuttavia in pieno Rinascimento, e nel secolo XVIII non era ancora del tutto dileguata.
Il diavolo poteva a posta sua assumere forme onorate e piacenti, ma non cessava però d'essere diavolo; fatta invisibile, la diabolicità sua non cessava di raggiargli da tutta la persona come un influsso maligno. Anche quando si celava sotto le sembianze di una bella fanciulla, o sotto quelle di un angelo, della Vergine Maria, di Cristo medesimo, egli col suo appressarsi turbava e sgomentava l'umana natura, inspirava ribrezzi inesplicabili, o lasciava dietro sè ansie e terrori profondi. L'influsso pernicioso poteva rafforzarsi d'assai se egli si lasciava vedere sotto il proprio suo aspetto, o sotto alcun altro aspetto mostruoso. Il bravo Cesario mostra, con varii esempii, quanto pericolo porti la vista del diavolo. Due giovani ammalarono dopo aver veduto il diavolo in figura di donna; parecchi, dopo averlo veduto, morirono. Tommaso Cantipratense dice che la vista del diavolo fa ammutolire. Dante, giunto in presenza di Lucifero, divien gelato e fioco, non muore e non è vivo. Nè ciò deve far meraviglia se si pensa che alla donna bianca e ad altri spettri fu spesso data facoltà di uccidere con lo sguardo e con l'aria del volto.
Infinite erano le forme sotto cui il diavolo poteva celarsi, e infiniti gl'inganni che per esse poteva fare altrui; ma c'era pure chi, come san Martino, sapeva scovarlo sotto le forme più inusitate e più ingannevoli. Scoperto, il diavolo travisato si dileguava improvvisamente, o riprendeva l'aspetto suo consueto.
Questa era la natura fisica del diavolo: della morale non parlo ora, giacchè noi la vedremo esplicarsi nei capitoli seguenti. Dirò solo che, contro alla sentenza di san Tommaso d'Aquino, il quale non gl'imputa altro peccato che la superbia e l'invidia, la opinion popolare ha regalato al diavolo tutti e sette i peccati capitali.