I demonii conoscono tutti i secreti della natura; ma conoscono essi egualmente quelli dell'animo umano? Possono essi penetrare nell'intimo della coscienza, spiare i pensieri e gli affetti nostri? Anche su ciò le opinioni sono divise. Parve a taluno che se tale facoltà fosse loro concessa, l'uomo sarebbe tutto in loro balía e senza possibile difesa contro le suggestioni e le tentazioni. E in vero, fate che io abbia cognizione piena e sicura dell'animo di un uomo, e quell'uomo, per poco che l'ingegno mi ajuti, io potrò governarlo a mio modo. Perciò molti affermarono che i demonii non possono veder l'animo umano, ma solo da segni esteriori argomentano quanto in esso si muove, facendo così, con accorgimento incomparabilmente maggiore, ciò che anche l'uomo può fare. Altri invece pensarono che i demonii leggessero nell'animo nostro come in un libro aperto, e di questa opinione è il principe dei teologi, san Tommaso d'Aquino. Qualcuno prese la via di mezzo.

Così Onorio Augustodunense (m. dopo il 1130) pretende che i demonii conoscano le male cogitazioni degli uomini, ma non già le buone. Fatto sta che più di un povero esorcista, mentre si affaticava a cacciare il diavolo fuori del corpo di un indemoniato, ebbe la mortificazione di sentirsi recitare coram populo dal maledetto la lista de' peccati suoi più secreti, compresi quelli di pensiero.

Sanno i diavoli il futuro? Altra ingarbugliata questione. I più dei teologi dissero che no, e con ragione, sembra; giacchè, se sanno il futuro, come sanno il presente e il passato, in che mai la scienza loro è diversa dalla scienza di Dio? E come può Dio patire che i diavoli conoscano anticipatamente quant'egli sarà per fare nei secoli dei secoli? Una tal cognizione non dovevano essi avere nemmeno prima della loro cacciata dai cieli, perchè se l'avessero avuta, sapendo come la cosa doveva andare a finire, non si sarebbero ribellati. In fatti si dice che gli angeli buoni non hanno neppur essi cognizione diretta del futuro, ma in tanto lo conoscono in quanto lo leggono nella mente di Dio, e in quanto Dio concede loro sì fatta lettura. Anche in ciò del resto si trova modo di conciliare le opposte ragioni. Origene voleva che i demonii argomentassero il futuro dagli aspetti e dai movimenti degli astri, opinione non troppo conciliabile, parmi, con quella di Lattanzio, che dell'astrologia faceva appunto una invenzion dei demonii. Sant'Agostino credeva che i diavoli non conoscessero per vision diretta il futuro, ma in grazia della facoltà ch'essi hanno di tramutarsi da luogo a luogo con più che fulminea velocità, e in grazia ancora dell'acume dei loro sensi e del loro intelletto, potessero argomentarlo, immaginarlo, indovinarlo. San Bonaventura afferma che non conoscono le cose future contingenti, ma bensì quelle che obbediscono a leggi certe, avendo essi pienissima notizia del corso della natura.

I diavoli avevano a mente dunque tutte le scienze, e gli è probabilmente per ciò che la Chiesa non mancò mai, ogniqualvolta un uomo di scienza fece manifesta a' suoi simili qualche gran verità, di gridare: Dálli al diavolo! e di bruciarlo vivo potendo. Tuttavia Dante nega che i demonii possano filosofare, perocchè amore è in loro del tutto spento, e a filosofare... è necessario amore. Ciò non toglie che lo stesso Dante faccia argomentare in assai buona forma il diavolo che se ne porta l'anima di Guido da Montefeltro, indebitamente assolto da papa Bonifacio VIII, e gli permetta di chiamarsi da sè stesso un loico, non altrimenti che se fosse un dottor di Sorbona. Dicesi (e il famoso Giovanni Bodin lo scrive nella sua Demonomania) che il celeberrimo Ermolao Barbaro, patriarca di Aquileja (m. 1493), evocò una volta un diavolo per sapere da lui che cosa Aristotile avesse inteso di dire con la sua entelechia. Ad ogni modo, se ignaro della buona filosofia, il demonio doveva essere assai versato nella sofistica, anzi maestro d'essa; al quale proposito va ricordata la spaventevole storia di quello scolare di Parigi, che morto, e andato a perdizione, apparve all'esterrefatto maestro con indosso una cappa ricamata di sofismi, storia narrata dal buon Passavanti ad ammonimento ed a confusione di quanti non fanno buon uso del sillogismo.

Ma se i demonii non avevano a sapere di filosofia, parrà strano a taluno ch'ei potessero saper di teologia, e avere a mente le Scritture, e disputar dei misteri con quella stessa chiarezza e precision di concetti che si ammira nei teologi di professione. E pure è così. Infinite volte, per bocca degli indemoniati del cui corpo s'erano fatti padroni, essi citarono luoghi dell'Antico e del Nuovo Testamento, recarono in mezzo opinioni e sentenze di Padri e di Dottori della Chiesa, proposero quesiti imbarazzanti, con non piccola vergogna di chi standoli a udire, o pretendendo di scongiurarli, si avvedeva di saperne assai meno di loro. In una delle Visioni di San Furseo, i demonii disputano assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le Scritture, e non si mostrano men buoni dialettici che teologi amplissimi. Altri esempii simili non mancano: si sa che il diavolo disputava assai acremente di teologia con Lutero.

Del resto non bisogna credere che tutti i diavoli avessero lo stesso sapere e fossero tutti d'una levatura. C'erano anche tra loro i più e i meno dotti, come c'erano i più e i meno avveduti. A suo luogo c'imbatteremo nel diavolo sciocco ed ignorante, concetto non così irragionevole come parrebbe a prima giunta. Se a un diavolo un certo sapere riusciva più gradito di un altro poteva, sembra, approfondirsi in quello. Cesario narra di un diavolo consigliere, per nome Oliviero, il quale era assai buon causidico. Altri diavoli si dilettavano più delle cose naturali, e questi ajutavano a cuocer filtri, a trasmutar metalli e a compier altre così fatte bisogne.


Chi dice scienza dice potenza, e però non deve far meraviglia che i diavoli potessero grandi cose. Certo, anche la loro potenza aveva dei limiti; ma dov'eran essi? difficile il dirlo con esattezza. Matteo chiama Satana uno spirito potente, e, in verità, non a torto. La sua potenza non è paragonabile alla onnipotenza di Dio, ma è pur grande e formidabile. Ribelle, è vinto, e la vittoria non gli sorriderà più mai; ma tuttochè vinto, risorge e si vendica. Egli penetra nella felice dimora dei primi parenti e v'introduce il peccato; turba l'armonia dell'opera divina e v'introduce la morte. Egli attossica il mondo e lo fa apostatare da Dio; egli diventa il signore e l'arbitro di questo mondo pervertito, princeps hujus sæculi. Si dice, è vero, che egli tanto solo può quanto Dio gli permette; ma bisogna riconoscere che molto Dio gli permette, e che quanto egli opera, opera in virtù di una forza che è in lui, che è connaturata con lui. Quanto è di male al mondo viene in principio da lui, e l'eccesso del male fa ingigantire il concetto della sua potenza. E questa sua potenza, l'opera della redenzione che doveva fiaccarla, non l'ha fiaccata. Si narra che il diavolo apparve una volta a sant'Antonio e gli disse essere ingiuste le maledizioni che senza fine gli uomini scagliavano contro di lui, poichè, regnando Cristo, egli non poteva più nulla. Ma il diavolo che così diceva mentiva. Col paganesimo cessava forse il suo pieno dominio sopra la terra, non cessava già la potenza. Cristo l'ha vinto, ma non l'ha disarmato, ed egli rappicca incontanente la zuffa, e corre novamente la terra per sua, disputando anima per anima al vittorioso avversario questa misera umanità. Egli popola di schiavi il suo regno, e passati più e più secoli dalla morte del redentore chi mai, guardando questo povero e tribolato mondo direbbe di trovarsi in un mondo redento?

La potenza dei demonii è grande, così sulle cose della natura, come su quelle della umanità, e l'esercizio di tale potenza è loro agevolato da facoltà portentose. Essi possono, in un baleno, volare da un termine del mondo all'altro, profondarsi nell'acqua e nella terra, compenetrar gli elementi.

La natura corporea è ad essi in particolar modo soggetta. Non si dimentichi che parecchie sètte di eretici considerarono la materia quale fattura di Satana, e che come più, nell'idea religiosa, si faceva vivo il contrasto fra materia e spirito, e la materia veniva in concetto di vile o di corrotta, più le fantasie dovevano inchinare a vedere nella natura il gran laboratorio, il regno proprio di Satana. Le ragioni per cui pajono sì rari e sì esigui nel medio evo i segni di quel particolare sentimento che noi chiamiamo ora sentimento della natura, sono certamente parecchie; ma non può mancare fra esse il sospetto e il terrore che della natura si aveva come di cosa, se non prodotta da Satana, almeno contaminata da lui. Il peccato che corruppe i primi parenti pervertì, nel tempo medesimo, la natura, e se l'umanità fu redenta da Cristo, la natura non fu redenta.