Satana non può far sue le anime se prima non le intrida e non le corrompa di peccato; ma l'umana natura, tuttochè redenta, è proclive e pronta al peccato. Satana non può far forza al libero volere; ma può di tal maniera moltiplicargli le insidie d'attorno che esso abbia quasi necessariamente a soccombere. Satana è il grande, l'infaticabile tentatore. Egli tenta Eva e ardisce di tentar Cristo: qual meraviglia se tenta gli uomini anche più santi? Anzi gli è contro ai più santi ch'egli usa ogni sua industria, giacchè i non santi, senza troppo contendere, gli si fanno seguaci e servitori.

Questo della tentazione era un esercizio molteplice e vario, irregolare e malagevole, che prendeva norma dalle occasioni e dalle condizioni, si piegava e mutava secondo le persone, i tempi, i luoghi, richiedeva sottile accorgimento, e non di rado grande perseveranza. La tentazione era un'arte in cui Satana dava a conoscere tutto il suo ingegno e tutta la sua destrezza.

Le occasioni del tentare erano innumerevoli. San Paolo aveva detto: “Non fate luogo al diavolo;„ ma il diavolo sapeva farsi luogo da sè. Aveva anche detto: “Resistete al diavolo ed egli fuggirà da voi;„ ma spesso spesso chi più strenuamente resisteva era più ostinatamente assalito. Sottrarsi interamente al suo influsso non era possibile; non era nemmeno possibile evitare in tutto il suo pernicioso contatto. L'anima timorata poteva fare come la testuggine, restringersi tutta nel suo guscio; ma per fare che facesse lasciava sempre aperto un qualche adito, entro a cui il demonio poteva spingere l'ugna acuta e rapace. Chi viveva nel mondo, e della vita del mondo, non solo s'imbatteva in Satana ad ogni passo, ma si può dire vivesse in Satana, perchè la mondanità, nel tutto insieme delle sue parvenze ingannevoli, de' suoi lenocinii e delle sue lascivie, non è se non Satana. Vivere nel mondo e non peccare, gli è come voler tuffarsi nel mare e non bagnarsi. Chi viveva nel mondo era dunque soggetto ad una tentazione continua; ma chi se ne ritraeva non cessava d'esser tentato. I buoni cristiani, che scandalizzati e nauseati della corruzione cittadina, e di tutta quella che appunto chiamavasi la pompa del diavolo, cominciarono, sin dai tempi di Costantino il Grande, a disertar la città, a fuggire il consorzio degli uomini, a cercare il deserto, ritrovarono nelle solitudini dell'Egitto e dell'Asia quel medesimo Satana che con tanto studio avevano voluto fuggire. E non altrimenti incontrò a quegli altri fuggiaschi del mondo che, senza disertar le terre popolate e le stesse città, cercarono fra le mura dei chiostri un asilo sicuro contro il temuto avversario. E gli uni e gli altri ritrovaronsi a fronte quel medesimo Satana, anzi un Satana molto più insidioso e più acerbo. L'assalto suo non cessava, ma mutava alquanto di qualità. Nel mondo la tentazione era continua, minuta, diffusa in certo qual modo nelle cose ch'erano perpetuo incentivo di peccato, e però non violenta d'ordinario: in solitudine si faceva acuta, subitanea, intermittente, ritraeva del parossismo. Nel mondo la tentazione sembrava muovere più dalle cose esteriori; in solitudine toglieva argomento dalle mal vinte energie dell'organismo, da ogni moto dell'animo che potesse in qualche maniera essere avviamento a peccato. Nessuna occasione di tentazione, per quanto fuggevole, per quanto dubbia si fosse, fu mai trascurata da Satana. Come si credette che ciascun'anima avesse, durante il terrestre pellegrinaggio, compagno un angelo, che si adoperava a guidarla sulla via della salute, così si credette ancora avesse compagno un diavolo che senza posa si studiava di trarla a perdizione. A destra l'angelo custode, a sinistra il diavolo tentatore.


Tutti gli uomini potevano esser tentati, ma la tentazione variava, secondo il sesso, l'età, la condizione propria di ciascuno, quando semplice e poco o punto dissimulata, quando artificiosa e fraudolente. Mezzi sicuri a preservarsi dalla tentazione non c'erano, giacchè quegli stessi che avevan più credito ed erano più universalmente preconizzati, spesso spesso si mostravano inefficaci alla prova. I santi erano, come ho già detto, assaltati e perseguitati con più furore, perchè, dicevasi, importa a Satana assai più trionfare di uno di loro che non di mille altri. Noi, guardando la cosa sott'altro aspetto, potrem dire che i santi, a cagione appunto di quella continua ed angosciosa preoccupazion di peccato che turbava le anime loro, e delle macerazioni insensate cui assoggettavano il corpo, credendo così di nettarlo da ogni mala prurigine di carnali appetiti, si esponevano assai più che altri alle fiere battaglie della tentazione. Vero è altresì che tali battaglie erano da essi spesso invocate e cercate, come quelle in cui la virtù loro brillava di lume più vivo, e ritraeva dal trionfo vigore novello. Ma checchessia di ciò, Satana sapeva, il più delle volte, commisurare alla qualità e condizion di ciascuno il grado e la forma della tentazione, e così facendo si dava a conoscere non meno buono psicologo di quello fosse buon loico.

Come i tempi non tutti, così non tutti i luoghi erano egualmente opportuni e propizii all'opera della tentazione. Quel della notte era il tempo più acconcio, non solo perchè cresce col crescere delle tenebre la potenza diabolica, ma ancora perchè nelle tenebre i fantasmi suscitati da Satana non così facilmente si scoprono bugiardi. E l'ora fra tutte più propizia era quella in cui il sonno comincia a occupare le membra affaticate, quando si smarriscono i sensi, non però chiusi ancora alle impressioni del mondo esteriore, e cessa nell'anima la vigilanza della volontà e del giudizio. Ond'è che non senza ragione san Pacomio dormiva seduto, e chiedeva a Dio l'insonnia per poter meglio combattere il nemico.

I modi e le forme della tentazione erano innumerevoli, come sono innumerevoli gli atti dell'anima e i fatti della vita. Non c'era così tenue pensiero, non così picciolo avvenimento da cui Satana non sapesse cavare argomento di tentazione, e quando l'occasione mancava, egli la faceva nascere. Quegli strani documenti della credenza cristiana che sono le leggende dei santi, riboccano di racconti che il provano, e forniscono non di rado notizie e indizii preziosi per la cognizione dell'umana natura.


Talvolta la tentazione era assai semplice, si offriva con poco o punto apparato, e si raccoglieva tutta in un solo momento. Sant'Antonio, le cui tentazioni sono diventate famose e proverbiali, viaggiando una volta nel deserto, trovò in terra un disco d'argento: era una insidia del demonio che voleva fargli nascere in cuore un peccaminoso rincrescimento delle lasciate ricchezze. Sant'Ilarione, affamato, si vedeva improvvisamente davanti gran copia di vivande squisite. A santa Pelagia, che un tempo era stata commediante in Antiochia, ed erasi poi ritirata a vita contemplativa in una spelonca del Monte Oliveto, il diavolo offriva, oggetto di desiderii antichi, anelli, monili, gemme d'ogni sorta. Queste immagini bugiarde si dileguavano così subitamente come erano apparse.

Alcun'altra volta l'apparato e l'ostentazione eran maggiori, le larve allettatrici o paurose si moltiplicavano e si variavano, la tentazione si sceneggiava. Sant'Ilarione, mentre pregava, si vedeva schizzar sotto gli occhi lupi ululanti, volpi squittenti, assisteva a pugne improvvisate di gladiatori, vedeva i morenti rotolarsi a' suoi piedi, e gli udiva implorare da lui la sepoltura. Una notte, mentre vegliava com'era consueto, cominciò a udire vagito di bambini, belato di greggi, muglio di buoi, rugghio di leoni, pianto di donne, un murmure vasto, come di esercito in campo. Conosciuto il diabolico ludibrio, si butta in ginocchio, si segna in fronte, e si guarda d'attorno, aspettando nuovo portento. Ed ecco, subitamente, al lume della luna, vede un cocchio, trascinato da focosi cavalli, farglisi addosso. Invocato dal santo il divin nome di Cristo, incontanente s'apre la terra ed inghiotte il fantasma. Il tutto era opera di Satana, voglioso di stogliere il buon servo di Dio dalla meditazione e dalla preghiera, e di rendergli incresciosa, popolandola di terrori, la solitudine. Le storie dei santi riboccano di sì fatti esempii.