Queste, che Satana esercitava col sussidio di larve ingannevoli, o, come pure accadeva, con quello di cose reali e corporee, erano tentazioni assai poderose, perchè occupavano i sensi, e attraverso i sensi investivano l'anima, sempre così pronta a farsi ancella dei sensi; ma tra esse tutte la più formidabile era quella che toglieva argomento dai pervicaci istinti della generazione e dell'amor sessuale. Era questa la tentazione che procurava a Satana i maggiori trionfi.


Il cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l'amore. L'atto vario e molteplice ne' modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si riproducono, e a cui gli antichi avevano preposta una delle maggiori, e certo la più radiosa fra le divinità dell'Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e turpe, e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura d'Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non altro in teorica, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il conjugio, e la continenza è virtù che va tra le maggiori. Lattanzio afferma essere la verginità come il fastigio di tutte le virtù, e il grand'Origene, detto l'adamantino, non aveva aspettato l'affermazion di Lattanzio per porsi, con le proprie sue mani, nella impossibilità di perderla.

Non è dunque da stupire se gli asceti consumarono spesso il meglio delle forze loro nella disperata fatica di spegnere in sè medesimi ogni favilla di concupiscenza, di sedare ogni benchè involontario e minimo fremito della carne; ma non è da stupir similmente, se in cotal opera di ribellione contro alla natura, essi, più di una volta, furono soperchiati e vinti. Per fuggir le insidie di Venere, riparavano nei deserti, si muravan nei chiostri; e Venere rinasceva dentro di loro, dall'orgoglio degli umori, come già altra volta dalla spuma del mare, e soggiogava le lor fantasie. Per sottrarsi al temuto contagio, ricusavano di vedere, dopo anni ed anni di separazione, le madri e le sorelle; ma la donna invadeva le loro celle egualmente, immagine vagheggiata e detestata ad un tempo. A un accenno fortuito, a un pensier fuggitivo, la virilità, compressa, ma non vinta, insorgeva con impeti belluini, mordeva e dilaniava quelle carni esacerbate dalle mortificazioni. Ed erano battaglie spaventose che lasciavano affranto, anche se vittorioso, l'atleta di Cristo. Oh quante volte, scriveva san Gerolamo alla vergine Eustochia, essendo io nel deserto, in quella vasta solitudine arsa dal sole, che porge ai monaci orrenda abitazione, immaginava d'essere tra le delizie di Roma! Sedeva solo, piena l'anima di amarezza, vestito di turpe sacco, e fatto nelle carni simile ad un Etiope. Non passava giorno senza lacrime, senza gemiti, e quando mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m'era letto la nuda terra. Nulla dico del mangiare e del bere, essendochè i monaci, anche ammalati, non bevono se non acqua, e stimano lussuria ogni vivanda cucinata. E quell'io, che per timor dell'inferno m'era dannato a tal vita, e a non avere altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m'immaginava d'essere in mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era fatto pallido dai digiuni, ma nel frigido corpo l'anima ardeva di desiderii, e nell'uomo, quanto alla carne già morto, divampavano gl'incendii della libidine. Allora, privo d'ogni altro soccorso, mi gettavo ai piedi di Gesù, li bagnavo di lacrime, li tergevo co' miei capelli, e la carne ribelle soggiogavo col digiuno di una intera settimana. Non arrossisco in confessare la mia miseria; anzi piango di più non essere qual fui. E mi sovviene che assai volte, gridando e pregando, vidi succedere al giorno la notte, e come non cessassi dal percuotermi il petto finchè, alla voce di Dio, non fosse in me tornata la calma.


Sono senza numero i santi a cui il diavolo apparve in figura di leggiadra fanciulla, o di nobil matrona pomposamente vestita, e non rarissimi quelli che non seppero vincere la terribile tentazione. Di solito la falsa e diabolica donna fingeva d'avere smarrita la via, d'essere stata soprappresa dal mal tempo o dalla notte, ovvero anche, come l'Abimelech del Boccaccio, d'avere abbandonato la casa e la famiglia per darsi al servizio di Dio, e con volto dimesso, con grande umiltà e onestà di parole, chiedeva al sant'uomo asilo e protezione. E se il sant'uomo, mosso da intempestiva pietà, o troppo fidente nella virtù propria, accoglieva nella sua celletta, appena capace di due persone, la bella supplicante, c'era pericolo, ma pericolo grande, che la cosa andasse a finir male. Ruffino d'Aquileja narra a tale proposito una storia degna d'essere scelta fra cento.

Viveva nel deserto, e abitava in una spelonca un monaco, uomo di grandissima astinenza, adorno di tutte le virtù, solito di passare in orazione i giorni e le notti. Costui, vedendo il profitto che faceva in santità, cominciò a montare in superbia, e a dare tutto a sè il merito che solo apparteneva a Dio. Il demonio, ciò conoscendo, non tarda ad apparecchiare e tendere i suoi lacci. Ed ecco, una sera, giunge dinanzi alla spelonca del santo uomo una bellissima donna, la quale, entrata dentro, fingendosi al tutto vinta dalla stanchezza, si getta ai suoi piedi, e con ogni istanza lo prega di volerle dare ricovero: la notte l'ha colta in quel deserto; non la lasci, per carità, in preda alle fiere. Egli, impietosito, l'accoglie benignamente, e comincia a chiederle la ragion del suo viaggio; ella narra una sua storia, ingegnosamente ordita, e con arte sparge di blandizie e di lusinghe il racconto, ora mostrandosi degna di commiserazione, ora meritevole di difesa, e con la eleganza e soavità del discorso circuisce e soggioga l'animo di lui. A poco a poco il colloquio si fa più intimo; alle parole si mescolano il riso e gli scherzi, ed ella, fatta ardita, non tarda a stendere la mano alla barba di lui, ad accarezzargli dolcemente la nuca e il collo. Ed ecco, è già vinto il milite di Cristo. Divorato dalle fiamme della concupiscenza, dimentico del suo passato, non curante del frutto di tante fatiche strenuamente sostenute, egli, fatto simile a un bruto (dice Ruffino), già si accinge agli osceni amplessi. Ma in quella appunto, la menzognera immagine, gettando un urlo spaventevole, fugge dalle sue braccia, lasciando lui in assai indecoroso (Ruffino dice più e meglio) e ridicolo atteggiamento. Allora i demonii, che in grande moltitudine erano ivi congregati nell'aria, spettatori del turpe fatto, lo scherniscono, gridando a gran voci: “O tu, che ti estollevi sino al cielo, come sei così precipitato in inferno? Conosci ora che chi si innalza sarà umiliato.„ Dopo così dolorosa avventura, il mal consigliato monaco, disperando della salute, fece ritorno al mondo, e tutto si abbandonò all'impudicizia e all'iniquità, e si diede irrevocabilmente in preda a Satana.

Avverte Ruffino che il monaco avrebbe potuto con le lacrime del pentimento lavarsi del peccato commesso, e ritornare, con le astinenze e le orazioni, nella grazia di prima. In fatti, san Vittorino, vescovo d'Amiterno, cadde nello stesso peccato; ma seppe con formidabile penitenza riscattarsi dalle mani del vittorioso nemico. E così fecero altri parecchi. C'è appena bisogno di dire che quando si trattava, non di santi, ma di sante, il diavolo assumeva l'aspetto di un bel giovane, non meno audace che tenero. In tal forma appunto egli si mostrò a santa Francesca Romana, che molto ebbe a soffrire della sua importunità.

Non sempre il diavolo si piegava a far la parte che in questi racconti si vede, o non sempre lo giudicava necessario. Egli poteva contentarsi talvolta di far nascere certi desiderii, perchè i desiderii sono già peccato per sè stessi, e la sua naturale tristizia poteva trovare una soddisfazione tutta particolare in far nascere quei desiderii e in non dare poi modo di appagarli. Narra san Gregorio Magno che il diavolo accese una volta in corpo a san Benedetto una concupiscenza così rabbiosa e spasimata che il povero santo, a chetarla, non trovò altro rimedio che di spogliarsi ignudo e voltolarsi ben bene in uno spineto. Quando altro non poteva, il diavolo provocava polluzioni notturne, le quali, tuttochè involontarie, potevano essere peccato, se accompagnate da immagini lascive e da sentimento di voluttà, e bastavano, a ogni modo, a tener deste certe energie, a metter la fantasia in subbuglio.