Volentieri il diavolo prendeva questa o quella forma, sia per tentare più efficacemente, sia per indurre altrui piuttosto in uno che in altro peccato. Ai santi uomini si lasciava spesso vedere in figura di angelo, circonfuso di luce, o di santo, o di Cristo stesso, con in fronte i segni della divinità, e ciò a fine di farli salire in superbia, provocando in essi un esagerato concetto della lor santità, o anche per suggerir loro false e malvage dottrine, funesti propositi. Gli è con quest'arte che egli riuscì, più di una volta, a persuadere il suicidio ad uomini d'impeccabile vita, che avevano insino allora respinto vittoriosamente ogni suo assalto. Si narra di un monaco Erone, che da cinquant'anni menava nel deserto austerissima vita, per modo che nemmeno il giorno di Pasqua allentava il rigore delle astinenze. Un giorno il diavolo gli appare in figura d'angelo, e gl'impone di gettarsi capofitto in un pozzo, ciò ch'egli fa senza indugio, fermo nella opinione che ne uscirà illeso, e che sarà questa una grande e irrefragabile prova della sua santità e della grazia divina. Altri monaci riescono con grande fatica a trarnelo fuori, ed egli in capo di tre giorni si muore.
Altro esempio. Guiberto di Nogent (m. 1124) racconta la storia di un giovane che aveva peccato con una donna, e che pentito se n'era andato in pellegrinaggio a San Giacomo di Gallizia. Un bel giorno gli apparve il diavolo sotto le sembianze del santo, e gl'impose per penitenza di tagliarsi, prima ciò che il discreto lettore vorrà indovinare senza ch'io il dica, e poi la gola. Obbedì l'incauto giovane, e sarebbe andato senza remissione in inferno, se la beata Vergine non l'avesse in buon punto risuscitato. Tornò vivo, ma non riebbe più ciò che s'era tolto con le proprie sue mani.
Certi santi invece, per quanto s'immascherasse, il diavolo non riusciva a ingannarli. Ho già ricordato san Martino. Una volta il diavolo gli si presentò con la porpora indosso, la corona in capo, i calzari dorati, e gli disse: “Non mi conosci? io sono Cristo.„ Ma il santo: “Che Cristo! Cristo non ebbe nè porpora, nè corona, ed io non lo conosco se non ignudo, quale fu sulla croce. Tu sei il diavolo.„ Se i papi avessero meditato questa risposta!
Più raro era il caso che il demonio venisse a tentare sotto l'aspetto suo proprio, ma anche questo caso si dava. Satana non si trasformò, nè si travestì per tentar Cristo. Una volta san Pacomio vide una torma di diavoli trascinare un fastello di foglie e fingere di durarci una grande fatica, non per altro che per muoverlo al riso. Ora, il riso, se non era peccato, poteva essere semente di peccato. I migliori monaci non ridevano mai, anzi piangevano spesso, come quel sant'Abramo di Siria, che non passò mai un giorno senza piangere.
Non parlo delle mille tentazioni minute e leggiere che intravenivano pressochè del continuo, e non avevano altro scopo che di distogliere dalla meditazione e dalla preghiera, o di far rinnegare la pazienza a chi le pativa; come, per esempio, ripetere, a guisa d'eco, le parole dei leggenti, fare sternutire ripetutamente un predicatore nel più bel punto del suo discorso, fare che una mosca importuna si posasse dieci volte di seguito sul viso di chi stava per abbandonarsi al sonno, ecc. ecc. Ma abbiasi a mente che non è tentazione così piccola e lieve la quale non possa divenir principio d'irreparabile caduta. Mettete un seme in terra, e se non fanno difetto gli elementi e le condizioni necessarie alla vegetazione, il seme diventa pianta. Così il diavolo, che sa queste cose, riesce con una prima tentazione, spesso leggierissima, a porre nell'animo un primo germe di peccato, e questo germe, ajutato da lui, subito alligna, cresce, si fa pianta e reca in breve i perniciosi suoi frutti. C'era un eremita, che menava vita austerissima, e aveva grande riputazione di santità. Un giorno gli capita innanzi il diavolo, in sembianza di un uom dabbene, e gli dice: “Voi vivete così solo; perchè non togliete con voi un gallo che vi serva di compagnia, e vi faccia la mattina levare a tempo?„ Il povero eremita ricusa da prima, poi esita, ma finalmente segue il consiglio e toglie il gallo. Che sarà? un gallo non è mica il diavolo. Ma il gallo a star solo s'annoja, smagrisce di giorno in giorno. Allora l'eremita, per sentimento di carità, gli provvede una gallina. Non l'avesse mai fatto! La vista di certi spettacoli ridesta nell'animo suo ardori antichi, e che egli certamente credeva spenti per sempre. Si innamora della figlia di un gentiluomo del vicinato, assai giovane e bella, e pecca con lei; poi per celar la sua colpa e sottrarsi alla vendetta dei parenti, uccide la giovane, e la nasconde sotto il letto. Ma si scopre il misfatto, e il colpevole è condannato all'ultimo supplizio. Salendo il patibolo egli esclama: “Ecco a che termine m'ha condotto un gallo!„
Queste erano tentazioni che davano al diavolo poca faccenda, e che quasi da sè venivano al fine loro; ma ce n'erano altre che il diavolo preparava di lunga mano, e a cui attendeva con diligenza indefessa, con pazienza miracolosa. Una storia che ebbe nel medio evo grandissima voga, e che fu narrata tra gli altri dal nostro Bernardo Giambullari, racconta come il diavolo, una volta, si fece bambino, e, in tal forma, chiese ed ottenne d'essere accolto in un monastero il quale era in grandissimo odore di santità. L'abate, uomo dabbene, lo fece istruire, e vedendo che il fanciullo imparava ogni cosa con somma facilità, ed era di ottima indole, e assai costumato, stimava avere il convento fatto un grande acquisto e ne ringraziava Iddio. Quando il fanciullo fu cresciuto, ed ebbe l'età, vestì l'abito, con grande giubilo dei fratelli; e morto, dopo qualche anno, il vecchio abate, egli n'ebbe, per voto unanime, la dignità. Ma non andò molto che la regola del convento cominciò ad allentarsi, i costumi a corrompersi. Il nuovo abate migliorò assai il vitto, accordò facilmente dispense, e agevolò in tutti i modi le relazioni dei suoi monaci con le suore di certo monastero ivi presso. Lo scandalo era grande e si faceva ogni giorno maggiore. Il papa, informatone, mandò sul luogo due monaci di santa vita, e di sua fiducia, perchè vedessero e provvedessero. Costoro cominciarono le loro indagini, e a un certo punto il diavolo, sentendosi scoperto, gettò le insegne dell'usurpato officio, e si sprofondò nella terra. I monaci traviati fecero penitenza, e l'antico ordine fu restaurato. In Danimarca, in Germania, in Inghilterra, fu notissima un tempo la storia di frate Ruus, Rush, o Rausch, un diavolo che si pose per cuoco in un convento, fece da mezzano all'abate e agli altri monaci, fu dopo sette anni ricevuto nell'ordine, e tutto il convento avrebbe condotto in perdizione, se non fosse stato scoperto per caso.
Come si vede, il demonio, da quel volpone ch'egli è, non prendeva sempre la via più diritta per venire ai suoi fini, ben sapendo che non sempre la più diritta è la più corta, e la più sicura. Anzi, non di rado, egli prendeva una via che sembrava doverlo condurre ad un fine affatto opposto a quello che s'era prefisso, ma tanto più sicura per lui quanto meno sospettata dagli altri. Così, se vedeva un uomo tutto dedito alle pratiche di devozione, chiuso ad ogni lusinga, inaccessibile all'errore, egli non perdeva il tempo a stuzzicarlo con tentazioni di carattere più o meno mondano; ma, all'incontro, lo esortava a perseverare, lo stimolava a inasprire vie più le macerazioni, a moltiplicare le preghiere, a esagerare le pratiche tutte dell'ascetismo, e giungeva persino ad inspirargli una grande conoscenza delle Scritture, come se ne può vedere esempio nella Vita di san Norberto, vescovo di Magdeburgo. Di san Simeone Trevirense si racconta che i diavoli volevano fargli dire la messa per forza, lo toglievano dal letto, lo menavano davanti all'altare, gli ponevano indosso le vesti sacerdotali. La conseguenza non insolita di tutto ciò era che il sant'uomo, meravigliando della propria santità, cominciava a levarsi in superbia, e a perdere, per questo solo peccato, il frutto d'ogni sua virtù. Così per voler essere troppo santi si finiva qualche volta all'inferno.
Ad esercitare questa specie di tentazioni il diavolo di rado si valeva di argomenti esteriori, che potessero fare impressione sui sensi, ma si giovava, d'ordinario, della pericolosa facoltà ch'egli ha di sommuovere gli animi umani e d'influirvi in vario modo. Nè quelle erano, come può bene immaginarsi, le sole tentazioni che egli, in grazia di quella sua facoltà, potesse esercitare. Dato che la volontà non patisca violenza da lui, tutte le altre potenze dell'anima umana soggiacciono al suo influsso, e questo influsso si risolve in un lavoro di tentazione continua. Ed anche qui le Vite dei santi abbondano di esempii e di prove. Sullo specchio dell'anima egli faceva passar l'ombre che più gli piacevano, e nella viva sostanza di lei spargeva a larga mano i più svariati fermenti. Suscitava fantasmi fascinatori, evocava ricordi pungenti, acuiva desiderii, sollevava dubbii, incuteva terrori, fomentava inquietudini dolorose e profonde, promoveva quell'intimo e generale turbamento dello spirito entro a cui si forma e si addensa il peccato come si forma e si addensa la nube negli avvolgimenti della bufera.
Così il diavolo era sempre attorno alle anime per sedurle e per rapirle, e gli è perciò ch'ei fu chiamato cacciatore, pescatore, stupratore, ladrone, omicida delle anime. San Gerolamo ebbe a chiamarlo pirata, perchè, veramente, questo mondo è come un mare in tempesta, dolorosamente navigato da noi, e corso trionfalmente da lui. Dico da lui e dovrei dire da loro. Perchè tutti i diavoli facevano mestiere di tentatori, ed era anzi opinione ricevuta comunemente che ciascun vizio avesse suoi particolari demonii, che l'insegnavano e fomentavano. Costoro ricevevano dal principe gli ordini necessarii e le opportune istruzioni, poi, compiuta l'opera, tornavano a darne conto, e quelli che s'erano fatti poco onore trovavano assai brutte accoglienze. San Gregorio Magno racconta di un così fatto consesso o conciliabolo diabolico, tenuto in un tempio di Apollo. Nelle Vite dei Santi Padri è un curioso racconto, il quale prova che i diavoli avevano un bel da fare a contentare il principe. Il figlio di un sacerdote degli idoli, entrato un giorno nel tempio, vede Satana in trono, circondato della sua milizia, e in atto di esaminatore e di giudice. Viene un demonio, e l'adora, e Satana gli domanda: “Dove fosti, e che facesti?„ Quegli risponde: “Fui nella tal provincia, e suscitai guerre e turbazioni grandissime, e feci versar molto sangue.„ “E quanto tempo chiede Satana, spendesti in tal opera?„ — “Trenta giorni.„ — “Tanto, ti ci volle?„ dice Satana, e senz'altro ordina che sia bastonato ben bene. Capita un altro diavolo. — “D'onde vieni, che hai fatto?„ — “Fui sul mare, e levai grandi burrasche, e sommersi molte navi; feci morire assai uomini.„ — “In quanto tempo?„ — “In venti giorni.„ — “Troppi!„ esclama Satana, e ordina subito che anche questo sia bastonato. Sopraggiunge un terzo diavolo, e ricomincia l'interrogatorio: “A te; dove fosti, e che facesti?„ — “Fui nella tal città, e mentre si festeggiavano certe nozze, eccitai gli animi, accesi litigi e zuffe, e procurai molte uccisioni, e ammazzai anche lo sposo.„ — “In quanti giorni?„ — “In dieci.„ — “Oibò!„ dice Satana, e lo dà in mano ai bastonatori. Ecco finalmente un quarto diavolo. “D'onde vieni? che facesti?„ — “Fui nel deserto, dove tentai un monaco lo spazio di quarant'anni, e solo la scorsa notte riuscii a vincerlo e a farlo fornicare.„ In udir ciò Satana si leva da sedere e bacia il demonio; poi la propria corona gli pone in capo, e se lo fa sedere a fianco, dicendo: “Gran cosa facesti e ti comportasti da valoroso.„
Questa storia lascia intendere, fra altre cose parecchie, che la tentazione poteva essere qualche volta opera assai laboriosa; ma quanto laboriosa fosse la resistenza alla tentazione, non dice. I Dottori affermano, gli è vero, che la tentazione non supera mai le forze del tentato, così chiedendo la bontà e la giustizia di Dio; ma gl'infiniti tentati che caddero dovettero essere, in generale, d'altro avviso. Comunque sia, sta il fatto che resistere alla tentazione non era, alcuna volta almeno, senza grande pericolo. Cesario racconta il lacrimevole caso di un brav'uomo, il quale, avendo ricusato di fare all'amore con un diavolo, fu dal diavolo afferrato per i capelli, levato in aria, e poi scaraventato in terra, per modo che, dopo un anno, se ne morì.