La ossessione più leggiera e più semplice era quella che il demonio esercitava con solo esser presente. Nè c'era bisogno che la presenza sua fosse avvertita, che egli la facesse in qualche modo sentire. L'uomo il quale si credeva assiepato tutto intorno da una gran caterva di diavoli, che con occhi intenti e spalancati perpetuamente spiavano l'occasione di tentare e di nuocere, doveva provar l'emozione e il cruccio di chi si trovi solo in una foresta popolata di ladroni, o in mezzo a un grande stuolo di nemici poderosi e crudeli. Ma i diavoli potevano anche lasciarsi vedere, o sotto gli aspetti loro naturali, o sotto altri aspetti mostruosi e terribili, e per la via degli occhi gelar gli animi di terrore. Potevano anche farsi udire, e allora erano angosce d'altra maniera, e noje insoffribili. Infiniti santi, a cominciare da sant'Antonio, li udirono ruggire come leoni, urlare come lupi, stridere come aquile, fischiare come serpi, e li videro in figura di così fatti animali, venir loro incontro, aggirarsi loro d'attorno, tumultuosamente, rabbiosamente. Santa Margherita di Cortona, nella sua cella, li udiva cantare a squarciagola canzoni oscenissime. Altre volte erano invettive furibonde, contumelie atroci, spaventose minacce. Fuggendo, i diavoli, dopo aver torturato gli occhi e le orecchie, affliggevan le nari, lasciandosi dietro un odor nauseabondo, a cui nessun fetore della terra poteva paragonarsi.

Ma questo era nulla ancora. I diavoli non eran gente da rimanersi con le mani alla cintola, e o prima o poi venivano ai fatti. Qualche volta se la pigliavano con le cose inanimate, guastando, distruggendo, sperperando quanto capitava loro sotto; ma questa specie di danno recavano più volentieri ai profani che ai santi, i quali, o non possedevano nulla, o delle cose proprie non si curavano punto. Tuttavia un demonio tentò una volta con una scure di demolire la cella del santo eremita Abramo, là nel deserto, e un'altra volta diede fuoco alla stuoja su cui il santo dormiva. Se si trattava di santi, assai più volentieri che alle cose, i diavoli si attaccavano alle persone.

Per cinque anni continui san Romualdo dovette soffrire che il diavolo venisse ogni notte a sederglisi sulle gambe e sui piedi. A sant'Egidio, una volta, il diavolo saltò sulle spalle e ci si aggrappò così fortemente, che per più tempo non ci fu verso di levarglielo di dosso. Da questi due si fece sostenere e portare; altri, per contro, sostenne e portò egli stesso, ma, si può credere, con poco loro gusto. Più e più volte levò per l'aria, e trasportò da questo a quel luogo, la buona beghina Gertrude da Oost. Santa Francesca Romana fu da lui ripetutamente sollevata per i capelli, e una volta tenuta sospesa sopra carboni ardenti. I diavoli detti dusii avevano in uso di rapir le persone vive, portarle in luoghi spesso remotissimi da quelli ove prima avevano stanza, e lasciare in loro luogo immagini ad esse somiglianti.

Santa Francesca Romana ebbe, del resto, a soffrirne di tutti i colori. Un giorno, non sapendo che altro farle, il diavolo la legò a un cadavere putrefatto, e cominciò a voltolarla per terra come una fascina. Ma non so s'ella avesse più ragion di dolersi che la beata Cristina da Stommeln, che un sozzo demonio imbrattava villanamente di sterco.

Innumerevoli sono i santi che ebbero a patire violenze anche più gravi. San Simeone Stilita, il Giovane, ebbe una volta strappata dalla barba una man di peli; sant'Everardo fu schiaffeggiato notte e giorno, senza intermissione, dal Venerdì Santo alla Pentecoste, ossia cinquantadue giorni di fila. San Niccolò da Rupe fu ravvoltolato ben bene in un roveto. I santi Romano e Lupicino ricevevano addosso una gragnuola di sassi quando si mettevano in orazione; san Dunstano fu ancor egli preso a sassate. Dalle sassate alle legnate poco ci corre. Una notte sant'Antonio fu assalito da uno stuolo di diavoli, i quali lo lasciarono mezzo morto a furia di bastonate. A san Romualdo toccò la stessa disgrazia un giorno che s'era messo a cantare i salmi, e le busse furono tali che gliene rimasero i segni fin che visse. A santa Coleta i diavoli non si contentavano di dare le più villane bastonate di cui si abbia memoria, ma portavano ancora in cella i corpi degl'impiccati. A Tolentino si conservava, e forse si conserva ancora, il nodoso bastone con cui il diavolo aveva dato più di un carpiccio a san Niccolò che appunto si chiama da Tolentino. Il beato Giovanni di Dio fu ancora legnato in pieno secolo XVI.

Nè la cosa finisce qui. I diavoli minacciavano santa Francesca Romana di gettarla in un pozzo e di ucciderla; lasciavano mezzo accoppato san Mosè Etiope; tentavano di uccidere santa Caterina di Svezia; si studiavano di bruciar vivo in letto san Guglielmo di Roeskilde; precipitavano dalla cima di un monte sant'Alferio, fondatore della celebre abbazia della Cava; per poco non istrangolavano sant'Antonio da Padova. A san Domenico, un giorno che stava pregando in chiesa, scagliarono dall'alto una grandissima pietra, e poco mancò che il santo non ci rimanesse sotto. Ai poveri tribolati non sempre mancava, in tali frangenti, il soccorso del cielo; ma il soccorso del cielo era un po' come il proverbiale soccorso di Pisa. Il diavolo picchiava la beata Gherardesca, la stramazzava a terra, tentava di affogarla in Arno, e quando s'era stracche le braccia in così fatto esercizio, giungevano la Vergine e gli angeli e picchiavano il diavolo. Figuriamoci in quali peste dovesse trovarsi la povera santa Cristina da Stommeln, tormentata da 200,000 diavoli, e qual vita dovesse essere quella di certo prete di Colonia, del quale racconta Cesario che i diavoli lo inseguivano e tormentavano persino nella latrina.

Si possono contar sulle dita i santi che, in tutto il corso di vita loro, non soffrirono dal diavolo offesa e danno alcuno. Uno dei pochissimi fu san Niccolò, patrono di Trani: egli morì delle gran legnate che gli fece dare un vescovo. I peccatori erano poco tormentati dai diavoli, com'erano poco tentati, e spesso anzi ne avevano favori e carezze; ma pagavan cara qualche volta, anche in questo mondo, l'apparente immunità loro. Molti di essi furono da ultimo squartati vivi, fracassati, e abbruciati dai diavoli; molti furono portati via interi interi.


La ossessione più formidabile era quella a cui andavano soggetti i moribondi, fossero essi peccatori o santi. Il diavolo aspettava che l'uomo fosse disteso sopra un letto di dolore, vinto dal male, angosciato dal pensiero della morte imminente e del giudizio che lo attendeva, e gli dava allora l'ultimo e più terribile assalto. Secondo un'antica credenza, Satana aveva assistito, sul Calvario, alla morte del Redentore, anzi, dicevano alcuni, aveva osato, simile a un uccel di rapina, posarsi sopra uno dei bracci della croce; non doveva egli dunque assistere all'agonia delle sciagurate creature per la salute delle quali il Redentore aveva sparso il suo sangue? Non una, ma molte ragioni lo inducevano a far così, e non facevano se non confermare una divulgata opinione i vescovi di Reims e di Rouen, che in una lettera da essi scritta l'anno 858 a Luigi il Germanico, dicevano essere i demonii sempre presenti alla morte degli uomini, così dei giusti, come dei malvagi. In fatti, in quell'ultima ora della vita, i diavoli potevano sperimentare un'ultima e decisiva tentazione; potevano impedire, o render manchevole il pentimento; potevano cogliere a volo, e senza ritardo alcuno, l'anima rea che doveva, per l'eternità, farsi loro compagna; potevano, quand'altro non era loro concesso, far l'agonia più angosciosa e più orrenda. Certo, morire in una camera piena di diavoli arrabbiati e mostruosi, sopra un letto squassato da mani uncinate e impazienti, doveva essere una tortura ineffabile, ignota agli antichi. Lodovico il Pio cacciava da sè gli avversarii ansando con l'estremo anelito: “Fuori! fuori!„ Santa Caterina da Siena, essendo già in transito, ancora contrastava loro e teneva lor testa. La più crudele battaglia si doveva sostenere in quella appunto che l'ultime forze mancavano. Morire in tal modo e in tali condizioni doveva essere ardua e terribil cosa, e perciò non è da meravigliare se nel 1542 Domenico Capranica, vescovo di Fermo, raccogliendo gli ammaestramenti di molti suoi predecessori, scriveva un libro ch'ebbe molta fortuna e molte edizioni, e che s'intitola Ars moriendi, l'Arte di morire.

Che la tentazione potesse ancora trovar luogo quando l'uomo era ormai fuor dei sensi e quando sembra dovesse avere tutt'altra voglia che di peccare, parrà strano a molti, e pure era così. Si racconta di un povero giovane di Loreto, che avendo sempre menato vita onestissima, da ultimo s'innamorò di certa donna, ed ebbe con lei peccaminoso commercio. Infermatosi improvvisamente, e giunto in fin di vita, piange contrito il suo fallo, e fa una devotissima confessione, tanto che coloro che lo assistono si tengono sicurissimi della sua salvazione. Ma all'ultimo momento, quando egli era già per spirare, ecco farglisi accosto il diavolo, sotto le sembianze della donna amata, e chiedergli con voce tronca dai singhiozzi: “Adunque mi abbandonerai tu, amor mio?„ Il poveretto, dimenticando a quella vista e a quelle parole sè stesso, preso da un ultimo spasimo di tenerezza, raccoglie quanto gli rimane di fiato e mormora: “Mai non ti abbandonerò, mia diletta.„ Muore in quel punto, e il diavolo se ne porta l'anima all'inferno per tutta l'eternità. In altri casi il diavolo teneva altro modo: ricordava al moribondo tutti i peccati commessi e ne esagerava a bello studio la gravità, gliene imputava anche molti d'immaginarii, e lo assicurava ch'era irremissibilmente dannato; il tutto per farlo morir disperato e dannar veramente. Procurava anche di fargli credere che non ci fosse più tempo a pentirsi, e che il pentirsi era inutile.