Il diavolo finiva spesso i moribondi che sapeva suoi. Il venerabile Beda e il buon Passavanti narrano la storia di un vizioso cavaliere d'Inghilterra che, avendo rifiutato di confessarsi, quando era già preso dal male, morì per le mani di due diavoli che si posero con due gran coltellacci a tagliarlo, l'uno da capo e l'altro da piede. Cesario fa menzione di corvi diabolici che ai peccatori strappavano col becco l'anima dal petto.
Ho detto che quando non potevano, o non volevano altrimenti nuocere, i diavoli si studiavano di rendere l'agonia più angosciosa e terribile. I moribondi se li vedevano intorno al letto in sembianza di uomini smisurati e tetri, fuligginosi e torvi, i quali ficcavan loro nel viso gli occhi accesi e spalancati; li vedevano in figura di corvi e di avvoltoi volar per la stanza, in forma di serpenti pendere dal soffitto, e di rospi saltellare sul pavimento. San Gregorio Magno fa ricordo di un giovane che, combattendo con la morte, credeva d'essere divorato da un orribile drago. Spesso ancora i moribondi udivano il clangor formidabile delle trombe infernali, il frastuono e il fracasso delle enormi caldaje, delle smisurate graticole, dei ponderosi martelli, delle tenaglie, delle catene e degli altri stromenti di tortura senza posa ammanniti, rimescolati e tramestati dai diavoli, e l'incessante, disperato, spaventoso urlar dei dannati.
Ma assai più proficua della ossessione, quale l'ho definita e descritta, tornava ai diavoli la possessione. L'ossessione procacciava sfogo all'astio e alla invidia loro; ma la possessione era quella che li faceva padroni veri e assoluti degli uomini. Tanto che dovevano starsi paghi al tentare e al tormentare, i diavoli erano simili a soldati che assediino una fortezza, nella quale entreranno, o non entreranno, secondo i casi; ma quando dalla tentazione e dalla ossessione venivano alla possessione, erano come soldati vittoriosi, entrati nella fortezza e diventati padroni d'ogni cosa.
Chi è tentato e tormentato dal diavolo ha ancora di suo, se non altro, la volontà; ma chi è posseduto da lui, chi è indemoniato, gli appartiene tutto intero, anima e corpo, e se altri non lo libera, dopo aver trascinato alcun tempo la più scellerata vita che immaginar si possa, finisce inevitabilmente in inferno. L'anima dell'indemoniato è un'anima invasa da Satana, un'anima privata della vita sua propria, e che non si muove e non opera se non in quanto Satana la stimola, l'agita, la violenta e la travolge a suo senno.
Come mai poteva il diavolo così cacciarsi dentro l'anima altrui? Non è facile il dirlo. Sant'Ildegarde afferma che il demonio non penetra l'anima con la propria sostanza, ma solo l'investe con l'ombra e la nigredine sua. L'anima s'immergerebbe nella diabolica tenebra come un astro che si eclissa s'immerge nel cono d'ombra di un altro. Ma questa opinione si regge male, e giova più credere a una vera e propria penetrazione e commistione, le quali si compievano a volte con fulminea rapidità. Ogni pretesto era buono ai diavoli per invadere chi non si guardava e non si premuniva. Se l'anima non era più che intera e più che salda, correva pericolo grande e continuo, giacchè una incrinatura bastava a Satana per penetrarvi. Ogni peccato commesso, anche se minimo, era come una porta aperta al nemico, e non solamente ogni peccato, ma ancora ogni più leggiera negligenza, ogni più piccola sbadataggine. Un fanciullo ha sete e chiede da bere. Appare subitamente un diavolo travestito e gli porge un bicchier d'acqua: il povero bambino la beve senza pensare di farci su il segno della croce, e il diavolo gli entra in corpo. Questo si legge nella storia della invenzione di San Celso. A questo modo a un di presso una monaca si cacciò in corpo il diavolo mangiando una lattuga: lo attesta san Gregorio Magno. Di una puerpera che inghiotti il diavolo Fumareth bevendo un bicchier d'acqua su cui s'era dimenticata di fare il segno della croce, si legge nella vita di san Bononio, abate di Lucedio. Chi poi era in peccato, non si poteva tener sicuro in luogo alcuno, e di nulla si poteva fare scudo. Nella leggenda di san Costanzo, arcivescovo di Conturbia, è riferito il caso di certo monaco giovane, invaso dal diavolo mentre cantava l'evangelo della messa. C'erano poi gl'indemoniati nati, ed erano tutti coloro i quali, venuti al mondo col peccato originale, non si erano lavati nelle acque del battesimo; tant'è vero che molte volte furono veduti i demonii uscir loro di bocca proprio nel punto che si battezzavano. I Massaliani, eretici del IV secolo, sputavano continuamente per espellere il demonio che credevano d'avere dentro.
Non sempre, del resto, l'invasione era improvvisa e subitanea. In una storia della morte e dei miracoli di Leone IX il diavolo ha la bontà di dire che molte volte egli, prima d'invadere l'anima, ingombra il corpo, tenendovisi occulto, ma generando sonnolenza, pigrizia e fame. Era questo, come si vede, il periodo d'incubazione della possessione. Anzi il corpo si poteva considerare come un ordinario abitacolo di demonii. Dice santa Brigida nelle sue Rivelazioni che il diavolo sta nel cuor dell'uomo come il verme nel pomo, nei genitali come un nocchiero in nave, fra le labbra come un sagittario con l'arco teso.
L'invasione poteva essere di un diavolo solo, o di molti, e i molti potevano non invadere tutti in una volta, ma a più riprese, in varii stuoli, secondo chiedeva il bisogno. Di un indemoniato, in cui erano entrati 6666 diavoli, si legge già nell'Evangelo di San Luca. Gregorio Magno racconta: Una giovane sposa, in Toscana, doveva recarsi alla cerimonia della solenne dedicazione di una chiesa a San Sebastiano. La notte precedente all'andata cercò ed ebbe, in mal punto, le carezze del marito. Entrata la mattina seguente nel santuario, fu subito invasa da un diavolo che, scongiurato, saltò addosso al prete. I congiunti condussero la donna, non bene guarita, sembra, a certi incantatori, i quali non ottennero altro con l'arte loro se non di farla invadere da 6666 diavoli nuovi. Questi finalmente cedettero alle preci di un sant'uomo per nome Fortunato. Una indemoniata, che sant'Ubaldo liberò con molti stenti, ne aveva addosso 400,000: in altri casi si vide un diavolo solo posseder più persone. Interrogato, il diavolo diceva di solito il suo nome, e indicava la ragione e il modo della invasione.
La possessione si rendeva manifesta per un gran numero di fenomeni, o strani, o prodigiosi, parte fisici e parte psichici. Negli indemoniati le condizioni e le funzioni tutte della vita erano più o meno alterate e turbate. In molti una voracità straordinaria era il sintomo più spiccato della infezione diabolica; e lo storico Teodoreto, nel V secolo, ricorda il caso di certa donna la quale divorava ogni giorno non meno di trenta polli. Spesso tale voracità era accompagnata da perversione profonda dell'appetito e del gusto, e allora si vedevano gl'indemoniati inghiottire avidamente le cose più sudice e stomachevoli, il che sembrava del resto convenirsi assai bene alla sozza natura dei diavoli. Altri indemoniati, per contro, mostravano per qualsiasi cibo repugnanza profonda, e duravano in digiuni lunghissimi senza che ne venisse loro danno alcuno. Del resto i diavoli facevano dei posseduti da loro quello che lor meglio piaceva. Centuplicavano in essi le forze, o li facevano cadere in deliquio e in catalessia; li sollevavano da terra, tenendoli sospesi a mezz'aria, o li stramazzavano al suolo; li piegavano in due, li capovolgevano, li raggomitolavano, li facevano girare su sè stessi come trottole, ruzzolar come cercini, capitombolare, gesticolare e contorcersi in mille guise, strane, ridicole, spaventose. Ancora, li facevano latrare come cani, muggir come buoi, gracchiar come corvi, fischiar come serpi, urlar com'anime dannate, e spesso per le loro bocche eruttavano fiamme e fetidissimo fumo. Governati dai diavoli a questo modo, molti indemoniati avevano il viso macilento, l'occhio vitreo, la carnagione terrea, il corpo consunto; ma altri apparivano vegeti, pingui, rubicondi, e davano così nuovo esempio e nuova prova della molteplicità degli artifizii diabolici.