I diavoli facevano quando da incubi, quando da succubi; quando cioè da maschi e quando da femmine, secondo il gusto e l'opportunità; ma mi affretto a dire, senza pretendere di darne le ragioni, che essi volevano essere piuttosto maschi che femmine. Tommaso Cantipratense assicura d'avere ricevuto assai volte la confessione di donne che si dolevano d'essere state violate da incubi; e nella vita di san Bernardo si narra la scandalosa istoria di un incubo sfacciatissimo, il quale per più anni di fila giacque cotidianamente con certa femmina, senza un ritegno o rispetto al mondo, tanto che si cacciava in quello stesso letto in cui anche il povero marito dormiva.
Che la natura umana potesse essere profondamente turbata e sconvolta da quegli spaventosi contatti; che gli amplessi diabolici potessero tornare alle volte mortali, non parrà strano a nessuno, e chi ne voglia gli esempii può trovarne a bizzeffe negli scrittori. Tommaso Walsingham, monaco di sant'Albano d'Inghilterra circa il 1440, racconta la terribile storia di una fanciulla, che contaminata da un diavolo, morì in capo di tre giorni, enfiata per tutto il corpo, spandendo intorno orribile fetore. Cesario va più in là e racconta di una donna, la quale abbracciata (non altro che abbracciata) da un diavolo vestito di bianco, impazzì subitamente e morì poco dopo; e di un'altra, cui un diavolo travestito da servo toccò la mano, e che ebbe la stessa sorte.
Ben più strano parrà, credo, che donne di carne e d'ossa potessero reggere per anni ed anni a quei connubii senza troppo risentirsene: e pure anche di ciò sono prove ed esempii; celebre tra gli altri quello di un diavolo e di una donna i cui amori durarono un quarto di secolo. E sembra che alle volte i diavoli innamorassero per davvero, a dispetto dei teologi, i quali pretendono che in quella loro depravata natura l'amor non alligni. Gervasio di Tilbury, gran conoscitore di tutti questi secreti, dice chiaro: certi demonii amano con tanta passione le donne, che per possederle ricorrono ad ogni arte e ad ogni inganno.
Ardori nefandi, ma rispondenti ai loro, si producevano poi in certe donne, nelle cui anime l'idea di soprannaturali abbracciamenti suscitava strani fantasmi e concupiscenze mostruose. A quante non dovette sembrare terribile, ma pure invidiabile ventura avere amante un angelo del fuoco! Alvaro Pelagio, vescovo di Silva, che circa il 1332 compose in latino un libro Del pianto della Chiesa, dice d'aver conosciuto molte monache, le quali volentariamente si sottoponevano al diavolo. Le streghe erano le concubine ordinarie e volenterose dei diavoli, che nelle assemblee e nei bagordi di cui dovrò parlare più oltre, usavano con loro pubblicamente. Sono senza numero quelle che nei processi confessarono apertamente e senza vergogna i turpi amori, e sul rogo ne pagarono la pena; e più d'una ebbe a svelare questa strana particolarità, che il seme dei diavoli è freddo come il ghiaccio.
Michele Lermontov, uno dei maggiori poeti che abbia avuto la Russia in questo secolo, morto a ventisett'anni in duello, nobilitò il tema di tante fosche leggende in un poema ch'è tra i suoi più belli, e s'intitola appunto Il demone. Satana s'innamora perdutamente, là, fra le aspre e meravigliose solitudini del Caucaso di una fanciulla bellissima, per nome Tamara. Costei, mortole il fidanzato, si seppellisce in un chiostro; ma l'innamorato demone anche quivi la persegue, e ottiene ch'ella s'innamori di lui, e giura di voler per quell'amore rinnegare il suo passato e rendersi a Dio. Gli amplessi del superbo caduto uccidono la fragile creatura, che perdonata e benedetta è dagli angeli assunta in cielo, mentre quegli, non ravveduto, si risommerge nelle tenebre sempiterne.
I demonii succubi non erano meno sfacciati e pericolosi degl'incubi. Cesario racconta di un converso, che abbracciato e baciato in letto da un diavolo vestito da monaca, infermò e in tre giorni morì; e ricorda il caso di un uomo dabbene, che non avendo voluto consentire alle lubriche voglie di un succubo, fu da questo tratto a volo per l'aria e scaraventato in terra, così che, dopo avere stentato un anno, se ne andò all'altro mondo. Ma di quanti succubi vide il medio evo, il più fascinatore fu Venere, quella Venere che mutata, come le nuove credenze volevano, di nume in demonio, innamorò di sè il gentil cavaliere e poeta Tanhäuser, ed altri assai, cui fu larga de' suoi favori. Fu amata da molti e taluno forse anche amò, come in antico; certo era gelosa dei diritti o bene o male acquistati e s'ingegnava di farli valere. Lo prova il seguente caso narrato da parecchi, e che io riferisco, voltando in volgare il forte e colorito latino di un cronista inglese, Guglielmo di Malmesbury, che nel XII secolo ne fece primo il racconto.
Un giovane cittadino romano, ricco di molto censo, e nato d'illustre famiglia senatoria, avendo condotto moglie, invitò gli amici a banchetto. Levate le mense, e stimolata coi vini più generosi l'ilarità, uscirono i commensali in un prato, desiderosi di alleggerire danzando e sbalestrando, in altri giuochi esercitando il corpo, gli stomachi aggravati dal cibo. Lo sposo, re del convito, e maestro del giuoco, chiese una palla, e trattosi l'anello nuziale, questo pose in dito a una statua di bronzo ch'era ivi presso. Ma poichè tutti i compagni, giocando, in lui solo inveivano, egli, affannato ed acceso, si ritrasse primo dal campo, e volendo riavere il suo anello, trovò piegato sulla palma della mano il dito della statua, che prima si vedeva disteso. Avendo quivi penato un pezzo, senza potere nè strappare l'anello, nè frangere il dito, taciuta la cosa ai compagni, affinchè, lui presente, nol deridessero, o, assente, non involassero l'anello, in silenzio se ne partì. Tornatovi poi con alcuni familiari a notte scura, ebbe a stupire vedendo raddrizzato il dito e sparito l'anello. Tuttavia, dissimulato il danno, si lasciò dalle carezze della sposa rasserenare, e giunta l'ora di coricarsi si adagiò accanto a lei. Ma, come appena si fu adagiato, sentì alcun che di nebuloso e denso voltolarsi fra sè e lei, la qual cosa si poteva sentire, ma non vedere. Vietatogli da tale impedimento l'amplesso conjugale, udì una voce che diceva: “Giaciti meco, dacchè oggi pure tu m'hai sposata. Io sono Venere, a cui tu ponesti l'anello in dito: l'anello è in poter mio, e più nol renderò.„ Spaventato da tanto prodigio, nulla osò, nulla potè rispondere il giovane, e passò insonne l'intera notte, esaminando tacitamente nell'animo il caso. Corse gran tempo, e in qualunque ora tentasse egli di accostarsi alla sposa, sempre sentiva e udiva il medesimo: del rimanente era validissimo e atto a checchessia. Alla fine, mosso dalle querele della moglie, scoperse ogni cosa ai parenti, i quali, avuto consiglio fra loro, ne informarono un prete suburbano per nome Palumbo. Aveva costui virtù di suscitare per arte di negromanzia figure magiche, e d'incutere terror nei demonii, facendoli obbedire come più gli era a grado. Pattuita pertanto la mercede, che doveva esser grande, e tale da riempirgli d'oro la borsa quando fosse riuscito a far congiungere gli sposi, usò quegli il supremo dell'arte sua, e composta una espistola, diedela al giovane dicendo: “Va alla tale ora di notte al crocicchio, dove la via si spartisce in quattro, e poni mente a ciò che tu vedrai. Passeranno di colà molte figure umane, d'ambo i sessi, d'ogni età, d'ogni grado e condizione, alcune a cavallo, altre a piede, quali con la fronte volta alla terra, quali col ciglio superbamente levato; e quante sono insomma le forme, e le sembianze dell'allegrezza e della tristezza, tutte le potrai vedere nei volti e nei gesti loro. Non favellare a nessuna, quando pure quelle favellassero a te. Seguirà alla turba uno di maggior statura degli altri e più corpulento, sedente in un carro; a lui porgi silenzioso l'epistola, e incontanente sarà appagato il tuo desiderio, purchè tu faccia tanto d'essere d'animo risoluto.„ Il giovane si avviò, come gli era stato prescritto, e stando la notte a ciel sereno, vide la verità di quanto avevagli detto il prete, chè nulla non mancò alle promesse. Fra gli altri che di là passavano, scorse sopra una mula una donna vestita a modo di meretrice, sparsi i capelli giù per le spalle, e stretti in capo da un'aurea benda. Teneva colei in mano una verga d'oro, con la quale governava la cavalcatura, e per la tenuità delle vesti mostrandosi quasi ignuda, faceva ostentazione d'atti impudichi. Che più? l'ultimo, che pareva il signore, ficcando i terribili occhi nel viso al giovane, dal carro superbo, tutto composto di smeraldi e di perle, chiese la cagion del suo venire; ma quegli, nulla rispondendo, stesa la mano, porse la epistola. Il demonio, non osando disprezzare il noto suggello, lesse lo scritto, e tosto, levate al cielo le braccia: “Dio onnipotente,„ esclamò, “insino a quando soffrirai tu la iniquità di Palumbo?„ E senza por tempo in mezzo, mandò due suoi satelliti, perchè togliessero a Venere l'anello, la quale, dopo molto contrastare, finalmente lo rese. Così il giovane, venuto a capo del suo desiderio, potè godere dei sospirati amori; ma Palumbo, com'ebbe udita la lagnanza che di lui il demonio aveva mossa a Dio, intese esser prossima la sua fine; per la qual cosa, fattosi di suo arbitrio troncar tutti i membri, morì con miserevole penitenza, avendo confessato al papa e a tutto il popolo le inaudite sue scelleraggini.
Così Guglielmo; il quale avverte da ultimo come ancora al tempo suo, in Roma, e in tutta la circostante provincia, le madri usassero raccontare il caso ai figliuoli, affinchè ne fosse tramandata ai posteri la memoria.
Non lascerò i succubi senza dire che la bellissima Elena, ricordata nella leggenda quale concubina di Simon Mago, era, secondo la più fondata opinione, un diavolo, e che da amori con succubi tolsero argomento, il Cazotte a quel suo strano romanzetto intitolato Le diable amoureux, e il Balzac ad uno dei suoi Contes drôlatiques.