C'era dunque una duchessa di Normandia, che si struggeva dal desiderio d'aver figliuoli, e non ne poteva avere. Stanca di raccomandarsi a Dio che non l'esaudisce, si raccomanda al diavolo, ed è tosto appagata. Nasce un figliuolo, una saetta. Bambino, morde la balia e le strappa i capezzoli; fanciullo, sventra a coltellate i maestri; giunto a vent'anni si fa capitano di ladri. L'armano cavaliere, credendo così di vincere in lui quella furia d'istinti malvagi; ma dopo ei fa peggio di prima. Nessuno lo passa di forza e di bravura. In un torneo vince ed ammazza trenta avversarii; poi va gironi pel mondo; poi ritorna in patria, e si rimette a fare il bandito e il ladrone, rubando, incendiando, assassinando, stuprando. Un giorno, dopo avere sgozzato tutte le monache di un'abbazia, si ricorda della madre, e va a trovarla. Come prima lo scorgono, i servitori scappano, chi di qua e chi di là; nessuno s'indugia a domandargli d'onde venga, che voglia. Allora, per la prima volta in sua vita, Roberto stupisce dell'orrore che inspira a' suoi simili; per la prima volta ha coscienza di quella sua mostruosa malvagità, e sente trafiggersi il cuore dal dente acuto del rimorso. Ma perchè mai è egli più malvagio degli altri? Perchè nacque, chi lo fece tale? Un'ardente brama lo punge di penetrare il mistero. Corre dalla madre, e con in pugno la spada sguainata le impone di svelargli il segreto de' suoi natali. Saputolo, freme ed inorridisce, sopraffatto dallo spavento, dalla vergogna e dal dolore. Ma la sua forte natura non s'accascia per questo, non cede alla disperazione; anzi, la speranza di un laborioso riscatto, di una mirabil vittoria, stimola e solleva l'anima sua tracotante. Egli saprà vincere l'inferno e sè stesso, saprà render vani i disegni dello spirito maledetto che in proprio servigio lo creava, che aveva voluto far di lui un docile strumento di distruzione e di peccato. E non frappone indugi. Va a Roma, si butta ai piedi del papa, si confessa a un santo eremita, si assoggetta ad asprissima penitenza, e giura di non prender più cibo se non sia strappato alla bocca di un cane. Per ben due volte, essendo Roma assediata dai saraceni, egli combatte sconosciuto per l'imperatore, e procaccia la vittoria ai cristiani. Riconosciuto finalmente, rifiuta i premii e gli onori, la corona imperiale, la stessa figliuola del monarca, e si ritrae a vivere col suo eremita nella solitudine, e muore come un santo, ribenedetto da Dio e dagli uomini. In altri racconti gli si fa sposare da ultimo la bella principessa innamorata di lui.
Ma non sempre i figliuoli del diavolo fecero così bella fine, ed Ezzelino da Romano, tiranno di Padova, ne può con più altri far fede,
Ezzelino, immanissimo tiranno,
Che fia creduto figlio del demonio.
Tale fu creduto, e tale fu veramente, se le storie non mentono. Nella sua tragedia intitolata appunto Eccerinis, Albertino Mussato fa svelare l'orribile arcano dalla stessa madre del mostro, Adelaide. Ezzelino, e il fratel suo Alberico, furono tutt'e due generati dal diavolo, che prese per l'occorrenza la forma di un toro. Giove non aveva a' suoi tempi sdegnato di fare lo stesso. Conosciuta l'origine sua, Ezzelino se ne rallegra e se ne gloria, e promette di fare in modo che il mondo l'abbia a conoscere per degno figliuolo di tanto padre. E mantiene la promessa. Il diavolo questa volta non si vedrà rinnegato da coloro stessi cui diede la vita, nè defraudato delle speranze sue più legittime. Ezzelino diventa signore di Padova, e con l'ajuto del fratello compie lo scellerato disegno, e imperversa a guisa di Furia, chiuso ad ogni senso di umanità, sordo agli avvertimenti che il cielo non lascia di dargli. Ma il castigo, troppo meritato, non si fa molto aspettare. Vinto al Ponte di Cassano, l'iniquo muore disperato, e il fratel suo non tarda a seguirlo.
Noto, così di passaggio, che anche Lutero fu dagli avversarii suoi, tenuto figliuolo del demonio, che s'era nascosto sotto le vesti di un giojelliere, e vengo al maggiore tra i generati da Satana, a colui che non è nato ancora, ma deve nascere, a quel formidabile campione dell'inferno che sarà l'Anticristo. Il suo nome esprime la sua natura e narra le sue opere.
Già altra volta tentò Satana, se non mente un poema anglosassone del secolo IX, di contrapporre un suo figliuolo a Gesù, anzi di porlo nel luogo stesso di questo. Fallitagli allora l'impresa, egli aspetta più propizia occasione, e rinnovellerà la prova quando saranno maturi i tempi e prossima la fine del mondo. Le sue supreme speranze s'accolgono tutte in quel nascituro prediletto.
Intorno al quale corsero molte e varie opinioni. Nell'Apocalissi l'Anticristo è Nerone, che si vede poi, in certe leggende paurose del medio evo, diventar demonio. Nell'VIII secolo si riconobbe l'Anticristo in Maometto, nel XIII in Federico II. Del modo del suo nascimento molto ebbe a dirsi. Sant'Efrem, vescovo di Edessa, vissuto, secondo si crede, nel IV secolo, affermava ch'egli nascerebbe da una donna di mala vita; altri invece dicevano da una vergine, opinione cui contrasta nel X secolo Assone, nel trattato suo De Antichristo. Alcuni si contentarono di credere ch'egli avrebbe a genitore un uomo, ma sarebbe posseduto dal diavolo sino dall'ora del concepimento; altri assicurarono che padre gli sarebbe lo stesso principe dell'inferno. E questa fu l'opinione più generalmente accettata.
Gl'innumerevoli trattati che intorno all'ultimo avversario di Cristo e a' suoi fatti lasciò il medio evo, molti dei quali giacciono inediti e dimenticati nelle biblioteche, fan fede a noi dell'ansietà e del terrore che teneva desti negli animi il pericolo sempre imminente e al tutto inevitabile della sua venuta. Si ricordavano i segni terribili che al mondo esterrefatto dovevano prenunziare la prossima apparizione di lui, e ponevasi mente se già non se ne vedesse qualcuno. Si moltiplicavano, e si aggravavano con la fantasia gli orrori degli ultimi tempi; ed ogni po' correva per mezzo la cristianità la spaventosa novella che l'uomo fatale era nato, o stava per nascere. Intorno al 380 Martino, vescovo di Tours, lo credeva già nato, e così pure credeva intorno al 1080 il vescovo Ranieri di Firenze, e alcuni decennii più tardi Norberto, arcivescovo di Magdeburgo. Ai tempi d'Innocenzo VI, un frate minore ne annunziava la nascita per l'anno 1365, e per l'anno 1376 la prediceva Arnaldo di Villanova. Nel 1412 Vincenzo Ferrer sapeva di certa scienza, e ne faceva avvertito l'antipapa Benedetto XIII, che il gran nemico era già d'età di nove anni. Dinanzi al sacro tribunale dell'Inquisizione non poche streghe confessarono d'averlo conosciuto e praticato.