La civiltà umana, procedendo nell'opera del suo meraviglioso e sterminato edifizio, muta e rimuta continuamente gli strumenti del lavoro, abbatte essa stessa e distrugge le impalcature e i ponti e gli altri ajuti onde si servì per innalzarlo. Ciò che in un tempo le fu necessario, le diviene in un altro inutile o nocivo, ed essa se ne sbarazza a dispetto di chi non vuole e di chi le contrasta. La civiltà nostra espelle da sè il diavolo, che la servì in altri tempi, ma che ora le è divenuto un inutile ingombro; lo espelle da sè, come espelle la schiavitù, il privilegio, il fanatismo religioso, il diritto divino e tant'altre cose, e come tant'altre ne espellerà in avvenire. A ciò non è riparo possibile. Il diavolo era parte integrante e principale di tutto un ordine di cose e d'idee, di un reggimento complesso e potente, che raccolse per secoli sotto di sè tutta intera la vita. Mutato quel reggimento in certa misura, bisognò mutasse la parte serbata in esso al diavolo; proceduta più oltre la mutazione, bisogna che il diavolo n'esca. Una religione più grossolana, una morale più acerba e l'ignoranza introdussero il diavolo, e ne fecero il mostro che abbiam veduto; una religione più culta, una morale più matura e la scienza gli tolgono a mano a mano le orribili qualità e la spaventosa potenza, lo premono da ogni banda, lo cacciano dalla coscienza, dalla vita, dal mondo. Lo spirito che nega è negato a sua volta.


Chi voglia esser giusto non deve troppo rimproverare alla Chiesa d'aver lasciato crescere la figura del tenebroso avversario per modo da farne quasi un altro Arimane, e d'aver così offeso il diritto e snaturato il concetto del regno d'Iddio: chi, senza i debiti temperamenti e la voluta indulgenza, rinfaccia alla Chiesa di non essersi strettamente attenuta alla semplice e pura dottrina degli Evangeli, mostra di conoscer male la natura umana, e d'avere della storia, de' suoi procedimenti e delle sue necessità un assai falso concetto. Il diavolo è un portato della storia, e, come tale, dotato, finchè durano certe condizioni, d'invincibile e indomabile vitalità. La Chiesa, quando pure l'avesse saputo e voluto fare, non sarebbe stata in grado di soffocarlo e di sopprimerlo, giacchè egli perpetuamente si rigenerava nella coscienza dei singoli, e dalla coscienza dei singoli prorompeva con nuovo impeto nella storia. Immaginare nel medio evo una religione, non professata solo da pochi, ma comune a infiniti, e senza diavolo, sarebbe impossibile, come sarebbe impossibile immaginare in altre condizioni di tempi e di civiltà una religione senz'idoli, senza oracoli, senza sacrificii cruenti. Il diavolo del medio evo ha, senza dubbio, la origin sua e la sua radice in un dogma religioso anteriore a quella età; ma è quella età, presa nel tutto insieme del suo pensiero, delle sue istituzioni e de' suoi costumi, che gli dà la pienezza dell'essere e la perfezion del carattere. Esso è necessario allora, ed è così vero ciò, che la Riforma non lo tocca e lo accetta qual è.

Ma una religione muta a poco a poco al par di ogni altra cosa che viva; muta negli animi, se non nei dogmi, nei sentimenti, se non nei libri. Anche il cristianesimo muta, e mancati gli ostacoli che gliel vietavano prima, ritorna a poco a poco alla purità delle origini, tende sempre più a spiritualizzarsi, e a ridiventare essenzialmente, quale fu nei primordii, religione di speranza e d'amore, di letizia e di pace, rimovendo da sè tutto il tenebroso e il terribile che la barbarie di lunghi secoli le trasfusero in seno. Tale lavoro, pur troppo, non ancora si compie nei dogmi, nè coloro lo fanno che si chiamano custodi e ministri di verità, sieno essi di qual grado si vogliano; ma si fa da sè, spontaneamente e silenziosamente, a poco a poco, nell'intimo e nel secreto delle coscienze. Quanti cristiani ho io conosciuti e conosco, e dei più profondamente religiosi, e dei più degni, che del diavolo non vogliono udir discorrere, e risolutamente negano che un Dio di misericordia e d'amore possa dannare ad un perpetuo inferno, ad una malvagità irreparabile, ad un castigo spaventoso ed inutile, appunto perchè eterno, le sue povere creature! Ora, la religione vera (l'abbiano a mente coloro che se ne credono maestri) non è quella che rigida e assiderata si costringe nei dogmi, ma quella che viva e mobile, a guisa di fiamma, divampa negli animi, e li riscalda, e illumina le vie della vita.


Come muta la religione, così muta ancor la morale, e le due mutazioni non possono andar disgiunte l'una dall'altra, ma l'una è coordinata all'altra, e determinata dall'altra, ed entrambe sono condizionate da altre mutazioni via via, e a volta loro le condizionano, compiendo così quel vasto e labile cerchio di cause e di effetti per cui si muove infaticabilmente la vita storica della umanità.

Checchè altri possa dire in contrario, mosso da preconcetto, o da erronea cognizione di tempi e di cose, la morale cresce nel mondo, inteso, sotto il nome un po' vago di morale, l'insieme di quegli stati mentali e di quelle forme di operosità che assicurano l'esistenza e la prosperità dei singoli uomini e delle associazioni loro, e favoriscono le manifestazioni più alte della vita individuale e sociale. L'uomo si umanizza a poco a poco, discostandosi sempre più dalla belva, e la morale, attraverso i secoli, si affina, si allarga, s'innalza. C'è più umanità nel mondo ora che non un secolo fa, assai più che non nel medio evo, infinitamente più che non nell'età della pietra. So che i fautori di una morale rivelata e immutabile negano, come possono meglio, tutto ciò; ma guai per loro se ciò che essi negano a priori non fosse vero. E le prove che sia vero sono infinite, sparse a piene mani in ogni pagina di qualsiasi libro di storia si apra. Volerle riferire, anche per piccola parte, sarebbe stucchevole; ma facciamo una semplice supposizione. Supponiamo che il medio evo, co' suoi re e co' suoi baroni, con le sue fazioni e le sue città divise, con le guerre di conquista, con le guerre civili e con le guerre religiose, avesse avuto i mezzi formidabili di distruzione che la scienza ha dato a noi; ci sarebbero ancora nel mondo mura di città e di castella, ci sarebbero ancora popoli civili? È lecito dubitarne.

Gli uomini, pel fatto stesso della convivenza sociale, diventano sempre più morali; vivendo in società essi sempre più si adattano e si piegano a quelle forme e condizioni di vita che sono necessarie o proficue all'esistenza della società medesima. È un caso questo di quel generale fenomeno ch'è l'adattamento degli organismi all'ambiente. La moralità diventa un abito, si fa istintiva, come tutti gli atti di volontà eccessivamente ripetuti, e si trasmette per via di generazione; e come più diventa istintiva, meno abbisogna del precetto o del divieto della legge e della sanzion della pena. Se le leggi si van facendo sempre men aspre, e men aspri i castighi, è questo un segno, non di scemata, ma di cresciuta moralità: l'imperiosità esterna della legge si fa imperiosità interna della coscienza, e il castigo, che di sua natura non corregge, si fa rimorso, cioè ravvedimento. Ecco perchè sparisce dalle legislazioni moderne la pena di morte, e spariscono molt'altre pene atroci che già furono in uso; ecco ancora perchè vien meno e si perde la credenza in un diavolo tormentatore e in un inferno pien di dannati a cui nessuna speranza sorride. Nel medio evo, per ogni più lieve colpa il giudice minaccia la morte, il confessore l'inferno, e con ragione, giacchè ogni altro argomento sarebbe scarso a trattener dal mal fare uomini rozzi e violenti; ma a trattener dal mal fare uomini raggentiliti bastano argomenti meno terribili, e la pena di morte è abolita e il diavolo si dilegua. Come più gli uomini divengono atti ad essere governati con la ragione, più divengono disadatti e ricalcitranti ad essere governati col terrore. Perciò ancora ai reggimenti despotici sottentrano i liberali; e quando altri fatti nol provassero, basterebbero a provare che la morale è cresciuta, la cessazione del despotismo, la mitigazion delle leggi e delle pene, la sparizione del diavolo.


Finalmente c'è la scienza, che compie il lavoro cominciato da una religione più illuminata e da una morale più perfetta, e che sarebbe in grado di tutto farlo da sè, anche senza il concorso di quelle. Chi dice scienza, dice, tra l'altro, il contrario di demonismo. Il demonismo nasce spontaneo nella storia, non per opera di ciurmadori; e risponde a certa condizione degli spiriti, e a certi modi di cognizione. L'uomo rozzo non riesce altrimenti a spiegarsi i fenomeni della natura che ponendo una volontà simile alla sua dietro a ciascuna cosa, popolando il mondo di esseri superiori alla natura, buoni o cattivi. È questo il demonismo. Viene la scienza, e fa vedere che dietro le cose non ci sono volontà capricciose, ma forze disciplinate, e che la natura non obbedisce ad arbitrii, ma a leggi. Il demonismo è, perciò solo, incontanente e irreparabilmente distrutto. Gli uomini del medio evo veggono e sentono il diavolo per tutto, nel vento che imperversa, nell'onda che irrompe, nella fiamma che divampa, nella folgore, nella grandine, nel fuoco fatuo, nelle malattie, nel pensiero e nel sentimento lor proprio; gli uomini moderni, per poco che abbiano qualche coltura, non veggono nella vita delle cose se non una perpetua fluenza di cause e di effetti, della quale si può, ogniqualvolta soccorra cognizion sufficiente, predire e descrivere il moto. Essi hanno dinanzi a sè, non il regno dell'arbitrio, ma il regno della necessità. Come si caccia di posizione in posizione un nemico, la scienza ha cacciato d'uno in altro fenomeno il diavolo, e non gli ha lasciato più, sulla terra e nel cielo, un angolo solo ov'egli possa fermare il piede, e d'onde possa gettar novamente la sua ombra sul mondo. Essa ha fatto anche di più: ha mostrato come e perchè il diavolo sia nato, di quali elementi dell'animo nostro sia stato formato, e l'ha reso assai più cognito a noi, che lo neghiamo, di quello fosse nei secoli andati a coloro che ci credevano. Arrigo Heine dice, in una sua poesia, d'avere evocato una volta il diavolo, e d'aver ravvisato in lui, guardandolo bene, un antico suo conoscente. Noi possiam dire di più; noi possiam dire che nel diavolo, guardandolo bene, riconosciamo noi stessi.