Del resto non c'era bisogno d'inventar nulla di proposito. Il diavolo molti l'avevano veduto co' proprii occhi, e potevan dire com'era fatto: nella vorticosa fantasia dei visionarii, egli ad ogni minimo urto, si formava di rottami e di cascami d'immagini, a quel modo che si formano, di pezzetti di vetro multicolore, le capricciose figure del caleidoscopio.
I manichei, eretici famosi sorti verso il mezzo del terzo secolo, attribuivano al principe dei demonii, non solo forma umana, ma gigantesca, e gli uomini dicevano fatti ad immagine sua. Sant'Antonio, che sotto tanti altri aspetti ebbe a vederlo, lo vide appunto una volta in figura di smisurato gigante, che toccava col capo le nubi, e tutto nero; ma un'altra volta in figura di un fanciullo, nero del pari, ed ignudo. Il color nero si trova dato ai diavoli, come loro color naturale, sino dai primi secoli del cristianesimo, e le ragioni che suggerivano di darglielo si palesan da sè, tanto sono ovvie e spontanee. Più di un anacoreta della Tebaide vide il demonio in figura di Etiope, il che prova una volta di più come il demonio ritragga sempre de' tempi e de' luoghi in mezzo ai quali si muove, o è fatto muovere; ma infiniti altri santi di poi continuarono a vederlo a quel modo, non ultimo san Tommaso d'Aquino. La figura gigantesca non è nemmen essa senza ragione, giacchè in tutte le mitologie, i giganti sogliono essere malvagi. Nella greca i Titani sono gli avversari di Giove, e però Dante li pone in inferno. Lo stesso Dante fa gigantesco il suo Lucifero: nelle epopee francesi del medio evo i giganti sono assai spesso diavoli, o figli di diavoli. Nella Visione di Tundalo, composta verso il mezzo del XII secolo, il principe dei demonii, che in eterno cuoce sopra una graticola, non solo è gigantesco, ma ha, come Briareo, cento braccia, e simile a Briareo, con cento mani e cento piedi, lo vide nel secolo XIV santa Brigida. Per contro qualche volta il diavolo è rappresentato come nano, probabilmente per influsso di miti germanici, di cui non serve ora discorrere.
Il Lucifero di Dante ha tre facce, ma non è Dante il primo a dargliele. La Trinità fu qualche volta rappresentata nel medio evo sotto specie di un uomo con tre volti; e poichè il concetto della Trinità divina suggerisce, per ragion di contrasto il concetto di una Trinità diabolica, e poichè, inoltre, nello spirito del male si supponeva essere tre facoltà o attributi opposti e contraddicenti a quelli che si spartiscono fra le tre persone divine, così era naturale che si ricorresse per rappresentare il principe dei demonii a una figurazione atta a far riscontro a quella con cui si rappresentava il Dio trino e uno. Questo Lucifero con tre facce, che è come l'antitesi della Trinità, o come il suo rovescio, appare in iscolture, in pitture su vetro, in miniature di manoscritti, quando cinto il capo di corona, quando sormontato di corna, tenendo fra le mani talvolta uno scettro, tal altra una spada, o anche due. Quanto tale figurazione sia antica è difficile dire, ma certo è anteriore a Dante che la introdusse nel suo poema, e a Giotto che prima di Dante la recò in un suo affresco famoso: essa si trova già nel secolo XI; e di un Beelzebub tricipite è cenno nell'Evangelo apocrifo di Nicodemo, il quale, nella forma che ha presentemente, non è posteriore al secolo VI.
Come più cresce negli animi e si dilata nel mondo la paura di Satana, più la bruttezza di lui si fa orrenda e fantastica; ma s'intende bene che a fargli dare piuttosto una che un'altra figura contribuivano non poco le occasioni, le credenze, i temperamenti. La forma più semplice di cui egli sia stato vestito è quella di un uomo alto, macilento, fuligginoso o livido, straordinariamente magro, con occhi accesi e sbarrati, spirante da tutta la sua tetra persona un orrore di larva. Tale lo descrive più di una volta nel secolo XIII Cesario di Heisterbach, monaco cisterciense, il cui nome ricorrerà frequente in queste pagine, e tale lo introduce ancora Teodoro Hoffmann nel suo strano racconto, che appunto s'intitola l'Elisir del diavolo. Un'altra forma, infinite volte rappresentata dalle arti, è quella di un angelo annerito e deturpato, con grandi ali di pipistrello, corpo asciutto e peloso, due o più corna in capo, naso adunco, orecchie lunghe ed acute, denti porcini, mani e piè con artigli. Così è fatto il demonio che nell'inferno dantesco butta giù nella pegola spessa dei barattieri uno degli anziani di Santa Zita:
Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero!
E quanto mi parea nell'atto acerbo,
Con l'ale aperte e sovra i piè leggiero!
L'omero suo, ch'era acuto e superbo,
Carcava un peccator con ambo l'anche,