Se non che la leggenda, unica probabilmente in principio, si spartì in due diverse versioni, delle quali l'una fu più particolarmente diffusa in Oriente, l'altra, per contro, in Occidente; e questa è quella che più risolutamente s'appoggia al concetto espresso nelle parole di Orosio, mentre la prima sembra intesa a significarne un secondo, certo a giudizio dei cristiani non meno importante, anzi assai più, e cioè che nato, o stando per nascere Cristo, i falsi oracoli ammutolivano, finiva il regno delle false divinità. Nella versione orientale la stessa religione pagana confessa la propria disfatta; nella versione occidentale la stessa potestà civile confessa la sua soggezione: le due versioni s'integrano a vicenda, e tutt'a due fanno capo a un medesimo centro, l'ara primogeniti Dei, l'ara coeli.
Il tema della versione orientale, che nelle scritture è la più antica, è il seguente. Augusto, volendo sapere chi regnerebbe dopo di lui, consulta la Pizia. Questa da prima non risponde, ma interrogata novamente, ingiunge ad Augusto di partirsi dalle are sue, giacchè un fanciullo ebreo, il quale ha soggetti i numi, le impone di disertare il tempio e di tornarsene all'Orco. Udito tale responso Augusto alza sul Campidoglio un'ara su cui fa scrivere: Ara del primogenito di Dio. Questo racconto si ha già in Giovanni Malala[618], poi in Cedreno[619], in Suida[620], in Niceforo[621]. Giovanni Malala cita un Timoteo, Cedreno cita un Eusebio, che non dev'essere il noto storico, nel quale non si trova traccia della leggenda.
La versione occidentale comparisce nelle scritture molto più tardi. I Mirabilia così la riferiscono: «Tempore Octaviani senatores videntes eum tantae pulchritudinis, quod nemo in oculos eius intueri posset, et tantae prosperitatis et pacis, quod totum mundum sibi tributarium fecerat, ei dicunt: Te adorare volumus, quia divinitas est in te: si hoc non esset, non tibi omnia subirent prospera. Quod renitens indutias postulavit; ad se sibillam Tiburtinam vocavit, cui quod senatores dixerant recitavit. Quae spatium trium dierum petiit, in quibus artum ieiuniun operata est; post tertium diem respondit imperatori:
Judicii signum tellus sudore madescet,
E celo rex adveniet per secla futurus,
scilicet in carne presens ut iudicet orbem.
et cetera quae secuntur. Ilico apertum est celum et maximus splendor irruit super eum. Vidit in celo quandam pulcerrimam virginem stantem super altare, puerum tenentem in brachiis: miratus est nimis et vocem dicentem audivit: Haec ara filii dei est. Qui statim in terram procidens adoravit, quam visionem retulit senatoribus, et ipsi mirati sunt nimis. Haec visio fuit in camera Octaviani imperatoris, ubi nunc est ecclesia sanctae Mariae in Capitolio. Idcirco dicta est ecclesia sanctae Mariae ara celi». Armannino Giudice trova un'altra ragione del nome. Secondo lui la chiesa si chiama dell'Aere Cielo, «così decta per la vergine qual quivi nell'aere aparve». La Graphia al racconto dei Mirabilia, che riproduce con varianti di poca importanza, ma senza far cenno della chiesa d'Ara Coeli, aggiunge, attingendo certamente da Orosio[622]: «Alia vero die, dum populus dominum illum vocare decrevisset, statim manu et vultu repressit. Nec etiam a filiis dominum se appellari permisit dicens:
Cum sim mortalis dominum me dicere nolo.»
I versi qui posti in bocca della Sibilla Tiburtina sono i primi tre della profezia attribuita alla Sibilla Eritrea. Le lettere iniziali dei trentaquattro versi che la compongono formano in greco, riunite, le parole: Ιησοῦς χρειστὸς Θεοῦ ηιὸς Σωτὴρ σταυρὸς, e nella versione latina: Jesus Christus Dei filius Servator Crux[623]. Quanto si dice della bellezza di Augusto, dimostrata più particolarmente negli occhi, deriva da Svetonio[624].
Dai Mirabilia e dalla Graphia la leggenda si diffonde e passa in un grandissimo numero d'altre scritture, ma non senza riceverne qualche variazione. Invece della Sibilla Tiburtina s'introduce qua e là la Sibilla Eritrea, come, per citare un esempio, nella Fiorita d'Italia di Armannino. Che nè l'una, nè l'altra poteva essere vissuta ai tempi di Augusto, non si badava[625]. Nel Libro Imperiale, per uno scambio curioso, Ara Coeli, diventa il nome della Sibilla. Qualche volta ancora Sibilla diventa nome proprio, come nella narrazione inserita da Heinrich von München nella Weltchronik di Rudolf von Ems da lui continuata, in un poemetto italiano della vita di Maria e di Cristo[626], e altrove. Il già citato Giovanni da Verona nella Historia Imperialis fa che Augusto chiami, non soltanto la Sibilla, ma ancora i sapienti a consiglio. La ragione che muove Augusto a rifiutare il culto dei Romani, ora è un naturale sentimento di modestia, e la retta cognizione della umana fragilità, ora il timore che, dovendo succedergli nell'impero alcuno maggiore di lui gli onori divini non sieno per tornargli in vergogna. Questo è il sentimento che gli attribuisce Gotofredo da Viterbo nello Speculum Regum[627]. Come è noto, Augusto fu richiesto di permettere gli si tributasse un culto nell'Asia, e ciò egli concedette in parte[628].