Nella Vita di Maria di Walter von Rheinau, Augusto prima vede la immagine in cielo, poi consulta la Sibilla[629]. Nel Breve Chronicon Magdeburgense, attribuito ad Eike von Repgau, si dice semplicemente, che la notte in cui nacque il Redentore, Augusto vide in sogno un cerchio che cingeva tutto il mondo, e dentro al cerchio una vergine levata sopra la luna, coronata di soli, e con un bambino in braccio[630]. Nella Leggenda aurea[631] e nell'Alte Passional[632] il cerchio che la Sibilla fa vedere ad Augusto cinge il sole. Anche per questa parte la leggenda si appoggia ad Orosio[633].
Nella più parte di questi racconti si fa ricordo della bellezza di Augusto, la quale è insieme con la prosperità grande di cui Roma fruisce sotto il suo reggimento, una delle ragioni per cui i Romani lo vogliono adorare. A questo proposito dice Giovanni d'Outremeuse[634]: «Chis emperere fut le plus beais hons de monde de corps et de tous ses membres, et tenoit x piés de hault, et astoit gros et reons, et si bien fait qu'ilh n'y falloit riens; et tout sa plus grant bealteit li gisoit en ses yeux, car quant alcuns le regardoit ès ses yeux, ilh ly sembloit que chu fussent raez de soleal qui issoient de ses yeux».
Dopo la visione Augusto diventa adoratore del vero Dio[635]. Ciò non toglie tuttavia che si faccia ricordo anche de' suoi vizii, e di quello della lussuria principalmente. Nella già citata Cronica degl'imperatori romani si legge[636]: «Tutol mondo el redusse in una monarchia, zoe in uno volere, ne homo de tanto prexio fo senza vicii, chel serviva a la libidine, zoe a la volonta carnal, e intra XII comare e altre tante donzelle ello soleva zacere[637]».
Nel Libro Imperiale si dà di questo fatto una più onesta ragione: «Ottaviano resse il mondo in molta pacie, et divenne in tanta vecchiezza, che, per conservare meglio sua vita teneva nel letto dodici vergini con dodici vergine».
Un esempio formidabile di crudeltà ricorda la Kaiserchroink[638]: Augusto fece uccidere trentamila schiavi ch'erano fuggiti dalle case dei loro padroni[639]. Ma ricompra ogni colpa la cristiana umiltà di cui la leggenda fa testimonio.
La leggenda della visione è riportata, o ricordata, oltre che dagli scrittori, e nei libri già citati, da Martino Polono, da Heinrich von München[640], da Gervasio di Tilbury[641], da Bartolomeo da Trento[642], da Sicardo, dal Petrarca[643], da Fazio degli Uberti[644], nello Speculum humanae salvationis[645], da Andrea Ratisbonense[646], e da molti altri. Essa porse inoltre argomento ad una sacra rappresentazione[647]. Le arti figurative non mancavano di rappresentarla. Nella chiesa stessa di Santa Maria Araceli un mosaico, probabilmente dei tempi di Anacleto II (1130-1138), rappresenta il mistico agnello sopra un altare, a destra la Vergine col bambino, a sinistra Augusto in atto di adorazione. Accompagna il tutto l'iscrizione seguente:
Luminis hanc almam matris qui scandis ad aulam
Cunctarum prima que fuit orbe sita:
Noscas quod Cesar tunc struxit Octavianus
Hanc Ara[m] Celi, sacra proles dum patet ei[648].