Abbiamo veduto l'infamia di Nerone perpetuarsi nel medio evo. Rodolfo IV, duca d'Austria, gran persecutore dei chierici, fu certamente il solo che osasse vantarsi disceso dalla stirpe di quel massimo fra i scelerati, il quale per trovare un difensore e un panegirista deve aspettare il Rinascimento[742].

Una oscura e compendiosa cronaca latina, così con brevità terribile parla di Nerone, tutta stringendone in poche parole la vita[743]: «Nero successit, matrem eviscerat, sororem stuprat, Romam in .XII. partibus incendit, Senecam interfecit, ranas apud Lateranum evomuit, Symonem magum...... Petrum crucifigit, Paulum decollat, imperat annis .XIII. mensibus .VII., a lupis devoratur»[744].

E un canto della Chiesa trionfante tonava sul nemico vinto e dannato:

Nero frendit furibundus,

Nero plangit impius,

Nero cujus aegre mundus

Ferebat imperium.

CAPITOLO XI. Tiberio, Vespasiano, Tito.

Di quante leggende sacre ebbe il medio evo la più celebre, la più diffusa è senza dubbio quella di cui mi accingo a discorrere della vendetta di Cristo e della distruzione di Gerusalemme. Essa è, in pari tempo, la più complessa ed estesa, giacchè comprende tutto un lungo ordine di fatti, e mette in iscena un grandissimo numero di personaggi, tra cui non meno di quattro imperatori romani: Tiberio, Nerone, Vespasiano, Tito; e poi, con azione varia, e in varii modi intrecciata, Pilato e gli altri giudici di Cristo, Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo, la Veronica, testimoni della passione e accusatori dei giudici iniqui; Giuseppe Flavio, storico e guerriero, alcuna volta lo stesso Cristo e la madre sua. L'azione epica e drammatica si svolge in Roma, stanza della nuova fede, e in Gerusalemme, stanza della fede antica. Leggenda e storia ad un tempo, processo e giudizio, dove l'impero fatto anticipatamente cristiano, da una parte, e l'impenitente popolo d'Israele dall'altra, stanno a difesa della ragione e del torto, e dove la divinità di Cristo, e il dritto della Chiesa sono per la prima volta dalle potestà della terra riconosciuti e proclamati. Antica d'origine quasi quanto il cristianesimo stesso, nata di più germi, e come scissa in principio, essa si compone, si costruisce, cresce a poco a poco, si varia, si complica traverso ai secoli, e venuta nel medio evo in piena fioritura, alligna rigogliosa e vivace fra tutti i popoli cristiani, si esprime in tutti i linguaggi, assume tutte le forme: racconto in prosa, poema, canzone sacra, mistero. Lo schema di essa, guardato nei lineamenti principali, dentro a cui poi le immaginazioni secondarie si spostano e si compongono in varii modi, è il seguente: uno, o più principi pagani, l'imperatore di Roma, o alcuno reggente in suo nome la tale o tale provincia dell'impero, sono afflitti da grave infermità della quale guariscono, o per un atto di fede in Cristo, o in virtù della santa immagine della Veronica. Guariti, giurano di vendicare la ingiusta morte del Redentore, passano con forte esercito in Palestina, investono Gerusalemme, e dopo lungo ed ostinato assedio, durante il quale giunge a tal segno la fame tra gli assediati che la madre si ciba delle carni del proprio figliuolo, la espugnano, la distruggono dalle fondamenta, e fatta dei colpevoli esemplare giustizia, tornano trionfanti alle lor sedi.

Non v'è leggenda meno arbitraria, meno fortuita di questa. Passati appena settantadue anni dalla morte di Cristo, Gerusalemme, e tutto il popolo d'Israele soggiacciono alla più spaventosa sciagura, che, non pure la storia loro, ma la storia dei popoli tutti di Europa ricordi. Comincia allora la dispersione e la dura cattività di quella razza infelice, che per secoli non avrà più patria, nè diritto, nè umana dignità, odiata, perseguitata, per poco non cancellata dal numero dei viventi. E chi sa quanto la leggenda che cresceva sull'orme degli esuli e dei proscritti, e che dava voce e figura alla esecrazione di una intera umanità di credenti, contribuì a rendere contro di essi più dispettoso l'odio e la persecuzione più cruda. Non era possibile che la coscienza cristiana non iscorgesse nella gran ruina il terribile giudizio di Dio: il sangue del Giusto ricadeva sul capo di chi l'aveva iniquamente versato, e il Tempio che aveva serrate le porte alla verità e alla salute, precipitava nella polvere per non risorger più mai[745]. Le profezie di Geremia e di Ezechiele, che si riferivano alla distruzione di Gerusalemme compiuta dai Babilonesi, facilmente potevano essere trasportate a quella ben più formidabile compiuta dai Romani[746], e questa distruzione, risalendo a una profezia di Daniele[747], si poteva, senza sforzo, mettere in relazione con la morte di Cristo, come fa Tertulliano[748].