Ma facciamoci oramai a rintracciarne le origini e a dire delle forme in cui si raccolse da prima. Ho già detto che essa s'imponeva in certo modo naturalmente agli spiriti, e che la sua genesi era in tutto spontanea. Si può tener per sicuro che quando si sparse pel mondo romano l'annunzio della espugnazione di Gerusalemme, nelle catacombe, dov'era viva e cocente ancora la memoria della persecuzione neroniana, nelle chiese tutte d'Asia, d'Africa e d'Europa, si glorificò Dio punitore, e si celebrò il primo grande trionfo della fede. Allora Vespasiano e Tito e l'impero e le legioni romane furono certamente considerati come ciechi strumenti della giustizia divina, la quale solo si rivelava a chi era in grado d'intenderla, e pronto ad adorarla. Origene nel secondo libro del trattato contro Celso dice che la profezia di Cristo circa la distruzione di Gerusalemme si avverò per fatto di Tito, sotto l'impero di Vespasiano. Eusebio di Cesarea, accingendosi a riferire nella Istoria ecclesiastica[762] alcune cose narrate da Filone nella relazione che fece della sua legazione, dice rimaner per esse provato che i Giudei soggiacquero a tante calamità in punizione del misfatto commesso nella persona di Cristo, e ricorda inoltre[763] quali castighi di Dio, la profanazione del Tempio, il tumulto che suscitò Pilato spogliando l'erario sacro, ed altre turbazioni e dissidii. Altrove ancora mostra la espugnazione di Gerusalemme essere stata una vendetta del cielo[764]. Intanto alcuni tratti principali della leggenda nascitura cominciavano a disegnarsi. Il famoso libro di Lattanzio, De mortibus persecutorum, è tutto inspirato e governato dal pensiero che castighi terribili colpiscono o prima o poi i persecutori della Chiesa: a maggior ragione, e in forma più solenne ed esemplare, dovevano essere puniti i persecutori e gli uccisori di Cristo. La leggenda inesorabile andrà a ricercare costoro uno per uno, e li ripagherà come avran meritato, e consacrerà il nome loro all'infamia. Eusebio, narrando, con qualche errore, l'esiglio di Erode, dice, come pare, con intenzione, che questi aveva avuto parte nel supplizio di Cristo[765], e naturalmente suggerisce il pensiero che quella era pena di questo misfatto, sebbene in apparenza sembrasse altrimenti. La leggenda infame di Pilato, per ragioni che vedremo tra breve, si forma piuttosto tardi; ma, ad ogni modo, è costituita nel quarto secolo, e forse prima. Già Eusebio ricorda come Pilato fu mandato in esiglio e si tolse di propria mano la vita[766], e lo stesso narrano poi Orosio[767], Gregorio di Tours[768], Beda[769], altri.

Se non che questa credenza, da cui doveva nascere la leggenda, non è per anche leggenda essa stessa. Considerata nella sua forma piena e perfetta, la leggenda si mostra composta di più parti diverse, che in origine non ebbero fra di loro attinenza nè relazione, e di cui è agevole scoprire le saldature non abbastanza dissimulate. Ad ogni modo le parti principali son due: l'una che riguarda Tiberio e la sua miracolosa guarigione, l'altra che riguarda Vespasiano e Tito, e la guarigione di uno di essi, o di entrambi, e la vendetta da essi compiuta. La prima parte è, fuor d'ogni dubbio, più antica della seconda, e a questa non si congiunge, se non quando comincia a farsi sentire negli spiriti il bisogno di tramutare i distruttori di Gerusalemme d'inconsci in consci ministri della giustizia divina, senza il quale tramutamento una vera e propria leggenda della vendetta non poteva formarsi. Cominciamo a ricercare quali possano essere state le origini della prima parte, o diciamo a dirittura, della prima leggenda.

Morto Cristo, un desiderio doveva spontaneamente nascere nell'animo de' suoi seguaci, contro de' quali stava, non pure l'opinione pubblica, ma ancora il pubblico giudizio che, nelle forme, se non nella sostanza, fu certamente legale. Alla causa dei cristiani importava moltissimo che questo giudizio si potesse dimostrare illegale ed iniquo; ma, per mostrarlo tale, bisognava trarne fuori Pilato, giacchè scagliare una accusa d'illegalità e d'iniquità contro l'uomo che governava in nome dell'imperatore non sarebbe stato nè utile, nè prudente. Anzi bisognava far vedere Pilato ammiratore ed amico di Gesù, e relatore a Cesare della vita esemplare e dei miracoli di lui; separare il più possibile, in tutta la questione, i Romani dagli Ebrei, rappresentar questi come soli interessati alla morte del Maestro, severo censore dei loro depravati costumi e delle corrotte loro dottrine, far ricadere sopra di essi tutto il peso e la odiosità della scelerata sentenza, e renderli, in certo qual modo, ribelli, oltre che a Dio, anche allo stesso Cesare. Un accorgimento sì fatto, forse più istintivo che altro, favorito dall'animosità che di giorno in giorno cresceva tra Romani ed Ebrei, era inoltre, se non promosso, almeno non impedito dagli Evangeli, dove Pilato è descritto, non già come un uomo malvagio, ma come un uomo di poco animo, che vorrebbe per parte sua salvare Cristo, di cui ha riconosciuta l'innocenza, ma non osa contrastare ai sacerdoti. Nei famosi Atti di Pilato, a cui fu solamente più tardi dato il nome di Evangelo di Nicodemo, si narra che l'uffiziale di Pilato al quale era stato commesso di tradurre Cristo davanti al tribunale del Procuratore romano, mostrò all'accusato il suo ossequio, che davanti a costui s'inchinarono sulle insegne le immagini dell'imperatore, che Procula, moglie di Pilato, ammonì il marito di non rendersi reo d'ingiusta sentenza, che Pilato rimproverò agli Ebrei la loro perfidia.

Poi si cominciò a dire che Pilato era fautore di Cristo; che anzi, già prima, aveva scritto a Tiberio (altri diranno Claudio) una epistola in cui si dava conto di Gesù, si encomiavano l'opere sue, si proponeva di tributargli divini onori; che Tiberio aveva favorevolmente accolte le proposte del suo vicario, ma che il senato le aveva respinte. Nel secondo secolo questa leggenda capitale è già formata. Tertulliano la ricorda nell'Apologeticum, composto intorno al 198, e se ne giova come di valido argomento contro i persecutori. Egli anzi afferma che Pilato era già in sua coscienza cristiano[770]. Bisogna credere che queste tradizioni avessero allora molta autorità, e fossero note anche ai pagani, chè altrimenti un apologeta non avrebbe dato loro tanto peso. Giustino Martire, morto nel 166, ricorda certi commentarii scritti sotto Ponzio Pilato[771].

Non è qui il luogo di discutere in qual tempo gli Atti di Pilato, di cui sono due recensioni greche[772], l'una più antica, l'altra più moderna, e una versione latina, per non parlare delle versioni in varie lingue moderne[773], sieno stati composti. Il Tischendorf pone la composizione loro nella prima metà del secondo secolo[774]; ma altri li fanno di molto posteriori, e Adalberto Lipsius li giudica del mezzo circa del IV secolo, sorti in contraddizione di certi Atti pagani di Pilato, composti sotto l'imperator Massimino fra il 307 e il 313, e ricordati da Eusebio[775]. Io non ho competenza da trarmi in mezzo a così fatta controversia; ma tuttavia parmi di poter dire che la tradizione raccolta negli Atti di Pilato, mostra d'essere più elementare, men progredita che non quella di cui fa ricordo Tertulliano. Ora, se gli Atti di Pilato dovessero essere posteriori a questo padre, non s'intenderebbe come il loro compilatore avesse potuto ignorare l'importantissima tradizione che circa i fatti di Pilato è da lui ricordata, o come, conoscendola avesse potuto trascurarla, mentre poteva riuscire di molto giovamento al suo assunto.

Ma checchessia di tale questione, ciò che nel caso presente importa di rilevare si è che, verso il mezzo del secondo secolo, erasi già formata e diffusa una tradizione, tanto vigorosa oramai da poter esser fatta valere come argomento contro ai persecutori, e secondo la quale un imperatore romano aveva giudicato Cristo degno degli onori divini. Questa tradizione ricordata, oltrechè da Tertulliano, anche da Eusebio[776], da San Giovanni Crisostomo[777], da Orosio[778], da altri, passa nel medio evo ed è universalmente conosciuta, tanto che non accade far qui citazioni particolari. Ma più strano deve sembrare che anche fra gli Ebrei Pilato sia stato creduto amico di Cristo. Secondo un racconto giudaico riferito nel trattato De judaicis superstitionibus, che Agobardo vescovo di Lione (779-840) compose in compagnia di due altri vescovi, il corpo di Cristo sarebbe stato sepolto presso un acquedotto e travolto da una innondazione. Pilato lo fece ricercare per lo spazio di dodici mesi, e non avendolo ritrovato, proclamò Cristo risorto, e volle che gli Ebrei lo adorassero come Dio.

A poco a poco Pilato si trasforma in un santo, anzi in un martire[779]; lo stesso Tiberio diventa cristiano. Tertulliano non osa ancora affermarlo risolutamente, ma dice già che Tiberio minacciò dell'ira sua chiunque si facesse ad accusare i cristiani[780]. Non potendosi dissimulare le molte sceleraggini di cui la sua vita è ripiena, si dirà ch'egli di mansueto agnello si mutò in efferatissimo lupo, appunto per quel rifiuto del senato[781].

L'epistola di cui fa ricordo Tertulliano non deve essere identica nè con l'αναφορὰ Πιλάτου[782], nè con la lettera di Pilato a Claudio, che si trova incorporata negli Atti greci di San Pietro e San Paolo[783], nè con l'Epistola Pilati ad Tiberium[784], giacchè in tutte queste scritture Pilato si mostra già quasi colpevole e timoroso dell'ira di Tiberio, il quale in una sua risposta severamente lo biasima, e lo cita davanti al suo tribunale. Quella deve avere avuto un riscontro nell'altra epistola apocrifa di Lentulo, predecessor di Pilato, epistola dove si fanno molte lodi di Cristo e si descrive minutamente la sua persona. L'epistola di Lentulo presuppone l'epistola di Pilato, giacchè essa altro certamente non è che una di quelle anticipazioni arbitrarie di cui spesso la leggenda si giova per allargare la sua presunta base storica. Ricorderò a tale proposito che si ebbe anche una supposta lettera di Erode al senato[785]. La leggenda segue il suo razionale svolgimento. Impegnato Tiberio nella causa di Cristo, si poteva trarne fuori Pilato, e ridargli un carattere più confacente con la parte ch'egli aveva avuto negli avvenimenti. Pilato non è ancora lo scelerato che la leggenda rappresenta più tardi; ma è già un uomo debole, poco fervido difensore della verità che pur riconosce, colpevole di non aver riferito a Cesare ciò che, per ufficio, non avrebbe dovuto tacere, inteso a rovesciare tutta sugli altri la colpa di cui deve in parte egli stesso rispondere. Parmi che la leggenda abbia dovuto fare questa prima variazione passando di Giudea in Roma, giacchè è da credere che nella stessa Gerusalemme essa avesse nascimento. In Giudea importava poter mostrare dissenziente dai sacerdoti e dal popolo, e quasi cristiano, chi governava in nome di Roma; ma più importava poter mostrare cristiano in Roma, e persecutore dei nemici di Cristo, lo stesso imperatore, e massimamente poter mostrare questo imperatore farsi, per amor di Cristo, giudice inesorabile del proprio vicario. Chiunque, sia Giudeo, sia Romano, ha avuto parte nella condanna di Cristo dev'essere punito. A questo supremo interesse della coscienza cristiana, il quale riempie di sè la leggenda, si sacrifica Pilato.

Nelle epistole che vanno sotto il suo nome Pilato parla dei miracoli di Cristo, dei prodigi che ne seguirono la morte, e tenta di far ricadere tutta la colpa sugli Ebrei, dalle cui menzogne dice di essere stato tratto in errore. Tiberio in una sua risposta[786] muove a Pilato acerbi rimproveri, e minaccia la morte a lui e a tutti gli altri colpevoli. Ordina sia condotto n Roma per essere giudicato insieme con Archelao, figlio di Erode, Filippo, Caifa ed Anna. Gli accusati giungono nell'isola di Creta; la popolazione si solleva e vuol seppellir vivo Caifa, ma la terra rifiuta di riceverlo, e i suoi punitori a stento riescono ad opprimerlo sotto una gran pietra. Gli altri proseguono il viaggio, e giungono a Roma, dove tutti, in varii modi sono messi a morte. Poi Tiberio infierisce contro tutto il popolo d'Israele, e debellatolo in guerra, lo disperde.

Così comincia a fermarsi il concetto di una vendetta, che si fa sempre più larga e più formidabile. Nella Paradosis Pilati[787] l'imperatore fa venire Pilato a Roma per giudicarlo. Il giudizio ha luogo nel Campidoglio. Al pronunciare che l'imperatore fa il nome di Cristo i simulacri degli dei precipitano, ἅπαν το πλῆθος τῶν θεῶν συνέπεσαν, e si disfanno in polvere. Pilato cerca scusarsi facendo ricadere tutta la colpa sugli Ebrei. L'imperatore, senza che a ciò lo spinga nessuna grazia miracolosamente ottenuta, risolve di punire gli Ebrei del loro misfatto. Nella lettera che egli scrive a Liciano governatore della provincia di Oriente, τῆς ανατολικῆς χώρας, per significargli il suo volere, si nomina Cristo quale Dio, e si comanda di disperdere gli Ebrei e di ridurli in ischiavitù fra tutti i popoli. A Pilato fa troncare il capo. Nella sua risposta a Pilato, Tiberio dice d'aver saputo tutta la verità dei fatti da una donna che era andata a Roma a trovarlo, e secondo il racconto di certi cronisti bizantini, Maria Maddalena sarebbe andata a Roma per accusare i giudici di Cristo a Tiberio, il quale fece decapitare gli scribi, i sacerdoti e Pilato[788]. Qui abbiamo già un addentellato per la leggenda della Veronica, leggenda che apparisce nella Cura sanitatis, nella Vindicta Salvatoris, e in tutte le versioni e redazioni posteriori.