Sin qui abbiamo veduto Tiberio operare disinteressatamente, per semplice amore della verità e della giustizia, e per una specie di fede inconscia; ma anche nelle ragioni del suo operare doveva avvenire una trasformazione, consentanea all'indole della leggenda, e richiesta dalla ingenua fantasia dei credenti. Importava che la fede di Tiberio fosse fondata, non sul semplice sentimento, ma su prove irrecusabili di fatto; importava di lasciar compiere in benefizio dell'imperatore un miracolo che tornasse in benefizio della causa cristiana, e che si potesse citare come luminoso esempio della misericordia divina. Se il miracolo veniva a legarsi ad una qualche reliquia insigne, non solo si rendevano più intelligibili alla comune degli uomini i fatti meravigliosi narrati nella leggenda, ma si procacciava ancora a quella reliquia una riputazione incomparabile; e chi sa quanta parte le reliquie abbiano avuto nel culto cristiano, e come esse abbiano profondamente influito sul temperamento della coscienza religiosa, non istimerà certo di poca importanza questo nuovo motivo di variazione ed amplificazione della leggenda. Ed ecco come la favola della malattia di Tiberio e della guarigione miracolosamente ottenuta mercè la immagine della Veronica, viene nella leggenda a prender posto. Entrata che vi sia, essa fa naturalmente dimenticar le ragioni che nella tradizione più antica movevano Tiberio a far vendetta di Cristo.
La Cura sanitatis raccoglie questi incrementi e queste mutazioni della finzione. Pubblicata primamente dal Foggini di su un codice del secolo XI[789], il racconto in latino barbarissimo che s'intitola Cura sanitatis Tiberii, fu ristampato dal Mansi di su un codice dell'VIII[790]. I due testi presentano qualche diversità, anche di sostanza: nel più antico la narrazione procede nel modo che segue. Tiberio, afflitto da gravissima infermità, manda Volusiano (Volusano) a Gerusalemme a cercare di Gesù, de' cui miracoli ha udito parlare. «Si deus est», dice Tiberio, «praestare [nobis] potest [salutem]; si autem homo est, amare nos potest, et rempublicam gubernare per eum possumus[791]». Dopo un anno e tre mesi di navigazione Volusiano giunge a Gerusalemme. Pilato gli muove incontro, ma, saputa la ragione del suo venire, si turba. Informato della morte di Cristo, Volusiano fa venire a sè Giuseppe d'Arimatea, dal quale apprende in breve tutta la storia di quello, i miracoli, la passione, la sepoltura, la risurrezione. Credendo che Cristo risorto possa ancora trovarsi in Giudea, egli manda i suoi messi a rintracciarlo; ma confermatagli da molti testimoni l'ascensione al cielo, ordina che Pilato sia chiuso in un carcere. Interrogatorio di Pilato che cerca invano scolparsi. Un Marcio parla a Volusiano della Veronica. Costei, sanata da Cristo, fece dipingere la immagine di lui, poi si ritrasse a vivere in Tiro. Condotta al cospetto del messo imperiale, la Veronica nega da prima di possedere la preziosa immagine; ma quegli ne fa fare ricerca, e avutala l'adora; poi con Pilato e la Veronica insieme si parte, e giunge a Roma dopo soli otto mesi[792]. Tiberio condanna Pilato alla interdizione dell'acqua e del fuoco[793], e lo relega in Ameria, città di Toscana[794]. Segue la guarigione di Tiberio[795]. Sotto il regno di Nerone suo successore i discepoli di Cristo vengono in Roma, e ci vien anche Simon Mago, che si spaccia pel Salvatore. Volendo conoscere la storia di Cristo, Nerone fa venire a sè dal suo luogo di relegazione Pilato, il quale gliela racconta, e gli presenta i due apostoli Pietro e Paolo. Nerone si fa leggere inoltre la epistola che esso Pilato scrisse a Tiberio; ma da tutto ciò non segue poi nulla. Pilato se ne torna in Ameria a scontar la sua pena; Nerone e Simon Mago sono portati via dal diavolo.
Ecco la leggenda trasformata, arricchita, appoggiata a motivi nuovi, frequentata da nuovi personaggi. Volusiano non ha in sè nulla di storico; ma, entrato nella leggenda, non ne esce più, sebbene muti a più riprese di nome. La introduzione di Giuseppe d'Arimatea fu suggerita probabilmente dagli Atti di Pilato, dove, al c. 12, gli si pongono in bocca parole che accennano a una vendetta divina, provocata dai Giudei crocifiggendo Cristo. Nei racconti posteriori egli andrà mano mano acquistando importanza. La Veronica comparisce per la prima volta, e con parte molto cospicua, che poco potrà essere accresciuta in seguito. Noi abbiamo ora, a parlar propriamente, l'incontro e la fusione di due diverse leggende: la leggenda di Tiberio cristiano, e la leggenda della Veronica, e nel composto unico che se ne forma, quella, che è anteriore di tempo, si subordina a questa e la presuppone. Discoste nei loro principii, diverse d'intendimenti, esse, poichè si trovano l'una in presenza dell'altra, reciprocamente si attraggono e si compongono insieme. In tale composizione v'è guadagno e perdita a un tempo: la leggenda di Tiberio perde la sua bella idealità, e non riesce più, come prima, dimostrativa della virtù intima ed essenziale della verità cristiana, sentita, proclamata, vendicata da un imperatore non battezzato; ma la leggenda della Veronica, che aveva pur essa profonde radici nella coscienza religiosa, se ne avvalora, allargando la sua base storica, moltiplicando i suoi legami col mondo. Chiusa, nel primo suo nascere, entro gli angusti termini di una società di discepoli, essa diventa poi leggenda imperiale, romana, cattolica. E il tutto che di queste parti si forma ha un carattere più umano e più poetico, ed è più atto a cattivare le fantasie, e a trovare nelle letterature popolari varia e durevole rappresentazione.
Fermiamoci alquanto, prima di proceder oltre, sulla Veronica e sulla sua leggenda[796]. Passato alcun tempo dalla morte di Cristo, doveva nascere spontaneo nei seguaci il desiderio di possedere alcuna immagine che rappresentasse ai loro occhi le fattezze del venerato maestro, di cui rimaneva negli animi incancellabile ricordanza[797]. Sebbene la Chiesa, tutta rivolta nei primi secoli a consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo institutore, poco pensiero si desse delle sembianze corporee di lui, per modo che lasciava agli artefici ogni più ampia libertà di ritrarle come più loro piacesse[798], pure non poteva passare gran tempo senza che si pretendesse di spacciare per autentica alcuna delle immagini che l'amorosa devozione veniva moltiplicando. Tale è la origine della famosa immagine di Edessa, del crocifisso creduto opera di Nicodemo, della immagine celeberrima della Veronica. Due statue nella città di Paneade, rappresentanti, secondo si può ragionevolmente congetturare, l'imperatore Adriano con la città inginocchiata ai piedi, furono credute immagini di Cristo e di quella emorroissa di cui parla Matteo (9, 20), e che gli Atti di Pilato (c. 7) annoverano fra i testimoni di Cristo[799]. Qui costei comparisce col nome di Βερονίκη. Da Βερονίκη potrebbe venire Veronica; ma negli Atti non si fa cenno di una immagine di Cristo posseduta dall'emorroissa, e della Veronica non si dice ordinariamente che l'infermità di cui Cristo la guarì fosse flusso di sangue. Fra queste due donne vi è somiglianza di nome, ma non altro. Tuttavia si finisce anche per fare di esse una stessa persona[800]. Notisi ora che Veronica è pure il nome della santa immagine[801], e che, secondo una ipotesi molto plausibile, quel nome potrebbe essere una storpiatura di vera icon. La leggenda si sarebbe formata a questo modo: una immagine di origine ignota si spaccia per autentico ritratto di Cristo sotto il nome di vera icon[802]. Questo nome, non inteso, si cangia in un nome di donna, e col procedimento ordinario la finzione comincia a lavorargli dattorno. La Βερονίκη degli Atti di Pilato è lì per venire in soccorso alla fantasia, e la Veronica diventa tutt'uno con l'emorroissa.
Dire precisamente in qual tempo si cominciò a venerare in Roma la reliquia che tuttodì con gelosa cura si custodisce nella chiesa di San Pietro, non è guari possibile, e qui del resto non importa gran fatto. Sopravvenuto il fanatismo per le reliquie che contraddistingue il settimo e l'ottavo secolo, e cominciando già forse a levarsi la fama di altri Volti Santi, che con pretensioni eguali di autenticità si conservano ancora in altre città dell'Europa[803], si dovette sentire in Roma il bisogno di procacciare, a quello che quivi si venerava, una precedenza ed una superiorità incontestata. E certo il modo più ingegnoso e migliore di provvedere a ciò si era di legarne la leggenda con la leggenda di Tiberio cristiano e punitore dei persecutori di Cristo. Tale congiungimento era già fatto nel secolo VIII.
Ma qui ci si para dinnanzi un'altra leggenda che ha con quella di Tiberio e della Veronica la più stretta attinenza, e di cui non posso dispensarmi dal dir qualche cosa, la leggenda cioè della immagine di Edessa. Costantino Porfirogenito, che fiorì nel secolo X, la riferisce in un'apposita narrazione. Un re di Edessa per nome Augaro (più comunemente Agbaro) è afflitto da gravissima e ributtante malattia. Un suo ministro, per nome Anania, recandosi in Egitto, passa per la Palestina, s'imbatte in Cristo ed è spettatore de' suoi miracoli. Testimone, al ritorno, di nuovi prodigi, riferisce fedelmente ogni cosa al suo signore. Questi allora scrive una lettera a Cristo, pregandolo di venirlo a visitare, e commette allo stesso Anania di recapitarla, il quale essendo pittore, deve, quando altro non possa ottenere, riportare una immagine di Gesù. Anania trova Cristo predicante fra le turbe e comincia di nascosto a ritrarlo; ma questi, che del tutto si avvede, lo fa venire a sè, e letta la lettera, scrive una risposta, in cui dice di non poter compiacere il desiderio del re, ma promette di mandargli un suo discepolo che gli recherà la salute del corpo e dell'anima. Poscia, lavatosi il volto, si rasciuga con un panno in cui rimane la sua immagine impressa, e quello porge ad Anania. Questi fa ritorno ad Edessa. Per via succede un miracolo, per cui una copia della immagine rimane impressa sopra una tegola. Anania consegna ad Augaro la immagine; ma non si dice che questa lo guarisca. Le due epistole, di Agbaro a Cristo e di Cristo ad Agbaro, vanno famose tra gli apocrifi, specie quest'ultima, che sarebbe l'unico documento scritto lasciatoci da Gesù, e si ritrovano in manoscritti innumerevoli, e in tutte le lingue. Lo stesso Costantino riferisce anche un'altra versione della leggenda, secondo la quale la immagine sarebbe stata recata a Edessa da Taddeo apostolo, e Agbaro avrebbe per essa racquistata la sanità. Agbaro avrebbe poi detto che volentieri si sarebbe fatto vendicatore della morte di Cristo, se non avesse temuto di contraddire, così facendo, alla intenzione di lui, che volonteroso sofferse la morte. Qui vi è il pensiero della vendetta, ma non la esecuzione.
Si vede quanti riscontri questa leggenda, considerata nelle due versioni riferite da Costantino, ha con la leggenda della Cura sanitatis. In ambedue è un re infermo, in ambedue una immagine miracolosa di Cristo; Anania somiglia molto a Volusiano e Taddeo tiene in qualche modo il luogo della Veronica. Tiberio punisce Pilato, ma lascia in pace gli Ebrei; Agbaro concepisce il pensiero della vendetta, ma non lo eseguisce. Se non che la leggenda di Agbaro non è nemmen essa tutta di un pezzo, ma si è venuta successivamente formando ed accrescendo. Eusebio nella Istoria ecclesiastica[804] ha un racconto molto più semplice, dove non entra ancora nessuna immagine. Agbaro (Ἄγβαρος) scrive una lettera a Cristo, che gli risponde, promettendo di mandare un discepolo. Dopo la morte di Gesù Taddeo va in Edessa e compie molti miracoli, sì che Agbaro n'è informato, e lo fa venire a sè. Quando questi gli si presenta Agbaro crede di scorgere nel suo volto un non so che di divino e lo adora, con grande meraviglia degli astanti che nulla vedono di straordinario. Agbaro fa la sua professione di fede, e Taddeo lo guarisce con la imposizione delle mani. Eusebio si riporta a documenti siriaci che sarebbero stati conservati nei tabularii di Edessa. Le cose che narra si suppongono avvenute nell'anno 340 della cronologia edessena, quindicesimo dell'impero di Tiberio. Giovanni Damasceno della guarigione miracolosa non dice ancora nulla[805], e il primo che faccia menzione della immagine è Evagrio[806]. Eusebio dice che Agbaro credette di scorgere alcun che di divino nel volto di Taddeo, Costantino Porfirogenito che Taddeo nel presentarsi al re si pose in fronte, come un segno di riconoscimento, la immagine che aveva recata con sè. Si scorge il passaggio, e si vede d'onde e come la leggenda tragga le fila del suo tessuto.
Ritorniamo per un momento ancora alla Cura sanitatis. Il testo, se pure non è sincrono col manoscritto dell'ottavo secolo che lo contiene, non può nemmeno farsi molto più antico. Quanto al luogo della sua composizione io credo si possa risolutamente dire che fu l'Italia, e più particolarmente Roma. Anzi tutto, Roma posseditrice della preziosa reliquia, era più di ogni altra città interessata alla creazione di così fatta leggenda, e poi accennano a origine italiana quella città di Toscana dove Pilato è mandato in esilio, e quella reminiscenza della interdictio aquae et ignis. Mentre il diritto romano era dimenticato in tutto il rimanente d'Europa, in Italia si continuava a studiare e a praticare, e Roma può vantarsi d'avere avuto scuole di diritto nei secoli stessi di maggior barbarie.
Che le leggende di Agbaro e della Veronica sieno riuscite così simili senza che l'una abbia influito sull'altra, mi par difficile di ammettere; e che l'influsso sia stato esercitato da quella, incontestabilmente più antica, sopra questa, mi par difficile di negare. Gioverà ricordare ad ogni modo che la immagine di Edessa fu, se s'ha a credere alla tradizione, recata ancor essa in Roma, dove si conserva nella Chiesa di San Silvestro[807]. Checchessia da credere di quegli influssi, certo si è che la leggenda di Tiberio e della Veronica, la quale, essendo essa stessa composta di due parti distinte, può considerarsi ora come la prima parte della leggenda complessa della Vendetta di Cristo, è già formata nel secolo VIII: dobbiamo vedere ora come essa si componga e si fonda con l'altra, dove si discorre di Vespasiano, di Tito e della distruzione di Gerusalemme[808]. Dal momento che ci furono due leggende sopra questo stesso tema della vendetta di Cristo, la composizione e la fusione loro diveniva inevitabile; esse s'incontrano nella Vindicta Salvatoris[809].
In questo racconto Tiberio, affetto dalla lebbra e da altri mali, non è più solo; Tito, regulus sub Tiberio in regione Equitaniae, in civitate Libiae quae dicitur Burdigalla, è afflitto ancor egli da gravissima infermità. Un Nathan Ebreo, che doveva recarsi a Roma, spinto dai venti nel porto di Libia, racconta a Tito i miracoli e la morte del Salvatore. Tito si duole della ingiusta morte e di non poterne fare vendetta in quell'ora medesima. Appena ha egli espresso questo suo rincrescimento che incontanente si trova guarito di una piaga cancerosa che aveva nel volto. Allora giura di porre ad effetto il suo proposito di vendetta, e da Nathan si fa dare il battesimo. Poi chiama a sè Vespasiano suo fratello, passa con un poderoso esercito in Giudea e comincia a distruggere quel regno. Il re Archelao di propria mano si uccide. Il figliuolo di lui, con altri principi soggetti, si rinchiude in Gerusalemme, e per sette anni sostiene l'assedio dei Romani. Ridotti per fame alla disperazione, dodicimila Giudei si danno la morte; gli altri si arrendono, e sono, parte uccisi, parte distribuiti come servi tra i vincitori, parte venduti a ragion di trenta a denaro. Tito e Vespasiano, occupata la città, trovano la Veronica, chiudono Pilato in un carcere, e spediscono messi a Tiberio. Da Roma viene Volusiano (Velosianus), il quale, udito ciò che di Cristo narrano Nicodemo, Giuseppe d'Arimatea, la Veronica, si fa consegnar da costei, non senza usare di qualche violenza, la sacra immagine, e questa rinchiusa e suggellata in uno scrigno prezioso, fa ritorno a Roma. La Veronica, che non vuole staccarsi dalla cara reliquia, lo segue. Giunto a Roma, Volusiano corre a trovar Tiberio, e succintamente gli narra i miracoli, la morte, la risurrezione di Cristo, e l'operato di Tito e di Vespasiano. Alla vista della immagine Tiberio è incontanente sanato di ogni sua infermità, e si fa dare il battesimo da Nathan, che ancor esso si trova in Roma. Si vede chiaramente in questo racconto come le due leggende, di Tiberio e la Veronica, e di Tito e Vespasiano, siensi intrecciate insieme. La malattia di Tito altro non è che una duplicazione poco ingegnosa di quella di Tiberio.